giovedì, 14 Novembre, 2019

Francesco Mormina Penna, uno studioso mazziniano nel profondo Sud

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Scicli è un grosso comune posto nell’estremo sud del nostro paese, per lunghi secoli con una economia basata sull’agricoltura e l’allevamento brado e più recentemente su una corposa serricoltura e un fiorente turismo, con un vasto strato di borghesi e proletari, che negli anni 50-60 dell’800 si distinsero per il forte contributo dato alla positiva conclusione dei processi unitari ospitando patrioti come Pasquale Calvi e Nicola Fabrizi, reduci dal rifugio maltese, e innervando con 250 volontari il “battaglione del Faro” al seguito dei Mille di Garibaldi. Qui il 1° agosto del 1860 nacque Francesco Mormina Penna. Il padre, bar. Ignazio Mormina Papaleo, era un proprietario terriero appartenente ad antica famiglia di patrioti ed egli stesso noto col fratello Antonino per le posizioni liberali repubblicane che gli erano costate carcere e persecuzione. La madre, Innocenza Penna, proveniva da altra famiglia della piccola nobiltà sciclitana. Fin dalla nascita Francesco si alimentò tra i familiari e nell’ambiente sciclitano delle idealità liberali più avanzate. Conseguì giovanissimo la laurea in Legge, ma come tanti virgulti della grossa borghesia isolana non si impegnò mai nei tribunali. La sua vita era interamente assorbita dalla lettura di opere di storia, politica e sociologia e dall’impegno per elevare politicamente e culturalmente gli strati operai e contadini alla luce delle idealità mazziniane, che aveva assorbito fin dalla primissima giovinezza. Nel 1885 promosse a Scicli un Circolo repubblicano. Il sodalizio non ebbe vita facile: con una base ancora immatura e controllato in modo soffocante dalla polizia, entrò presto in crisi e alla fine si sciolse. In quegli anni Francesco Mormina entrò in contatto con la stampa progressista e prese a collaborare in particolare a “L’Emancipazione”, un vivace periodico di orientamento mazziniano, sforzandosi, secondo una linea poi seguita per tutta la vita, di conciliare mazzinianesimo e socialismo, quest’ultimo conosciuto attraverso gli economisti Albert Schaffle, con “Quintessenza del socialismo”, ed Emile Laveleye con “Il Socialismo contemporaneo”. Già allora nel suo orizzonte mancava la lotta di classe. In “Monarchia, repubblica e questione sociale”, pubblicata a Roma nel 1887, “La Miseria e la democrazia” e “La nazionalizzazione delle terre”, apparse a Faenza rispettivamente nel 1888 e 1889, egli sosteneva che la questione sociale si sarebbe risolta abbattendo l’istituto monarchico e sostituendolo con la Repubblica, vera e unica diretta espressione della sovranità popolare. A suo parere per creare una società finalmente giusta occorreva soprattutto unire in associazioni i lavoratori, espropriare i beni demaniali, i beni ecclesiastici e le terre incolte. Nel 1889 fu a Napoli autorevole delegato al Congresso nazionale delle associazioni affratellate, nel quale si schierò con i sostenitori dell’anticollettivismo, risultati maggioritari, con ciò marcando la propria ferma convinzione di matrice mazziniana. In quello stesso anno venne eletto a Scicli consigliere comunale tra i democratico-radicali, e, dando pubblica espressione a idee che lo accompagnavano dalla prima giovinezza, perorò un serio controllo delle locali opere pie, che erano numerose e ricchissime, da parte del Comune. Nel 1890, ormai notissimo alle organizzazioni progressiste, venne candidato alla Camera nel collegio di Modica – Scicli. Ebbe allora 700 voti, non pochi in un sistema fortemente elitario e in un’area ancora dominata dai partiti personali di ispirazione conservatrice. Due anni dopo, assieme al giovane avvocato Giuseppe De Stefano Paternò, di Vittoria, si fece promotore di un congresso dei circoli democratici e dei gruppi radicali sorti negli ultimi anni in provincia di Siracusa, che aveva come obiettivi la rilevazione dei principali bisogni degli strati popolari e il rafforzamento degli strumenti di lotta contro i gruppi di potere responsabili del mancato sviluppo della democrazia. A Siracusa nacque allora il periodico “Avanti!”, su cui pubblicò interessanti scritti sull’incapacità dei due vecchi partiti della provincia – liberal-democratico e liberal-conservatore – ad affrontare la questione sociale, che rendeva naturale la candidatura dei repubblicani e socialisti a sostituirli nella direzione della cosa pubblica. Il 29 gennaio del ’93, con l’adesione di 600 lavoratori, promosse a Scicli il Fascio dei lavoratori, di cui assunse la presidenza. Iniziava allora un anno che apriva i cuori dei progressisti alla speranza per l’avvio di un articolato sviluppo del movimento dei lavoratori in numerosi comuni dell’isola, ma che vedeva nel contempo i ceti conservatori preparare la reazione. Nel maggio successivo fu uno dei più autorevoli delegati ai congressi regionali dei Fasci e dei circoli socialisti che si tenevano a Palermo, nei quali si evidenziò la posizione prevalente nella parte orientale dell’isola, meno gravata dal latifondo, che privilegiava la solidarietà, l’organizzazione e l’elevazione dei salari, rispetto a quella prevalente nella Sicilia occidentale, dove il latifondo era dovunque presente, che privilegiava la divisione delle terre. Ancora una volta egli, esprimendo i caratteri economico-sociali di buona parte del siracusano, non fu coi collettivisti, sostenitori della lotta di classe, ma coi sostenitori delle iniziative fondate sulla educazione dei lavoratori e sulla lotta per una loro graduale elevazione economica. Nel luglio dello stesso anno tornò nel Consiglio comunale di Scicli: accusato però di avere avuto il sostegno di una fazione moderata di opposizione, ritenne di doversi dimettere. Da allora mostrò un crescente interesse per gli studi e intensificò la collaborazione a noti periodici isolani e nazionali. Testimoniò però attivamente in favore dei lavoratori dopo i provvedimenti che nel gennaio del ’94 portarono allo scioglimento dei Fasci e all’arresto di non pochi esponenti. Nel 1897 fu con Felice Albani tra i principali promotori del Partito Mazziniano Italiano, che difese l’intransigentismo repubblicano e l’astensionismo elettorale. Collaborò poi ai principali fogli del versante repubblicano, tra cui “La Rivista popolare” del Colaianni. I suoi articoli, raccolti frequentemente in opuscoli, ebbero una larga diffusione, facendo sì che crescessero ulteriormente gli apprezzamenti per la chiarezza delle sue interpretazioni e la capacità di divulgatore rivelata. Nel 1905 sulla “Rivista popolare” pubblicò un’ampia “Sintesi del pensiero mazziniano”, nella quale, riconfermando ancora una volta il rifiuto di elementi distintivi del marxismo, tra cui la lotta di classe e l’abolizione della proprietà privata, insisteva sulla educazione morale e professionale dei lavoratori, sulla unione nelle mani dei lavoratori di capitale e lavoro, sul cooperativismo. Due anni dopo diede alle stampe il suo lavoro più corposo, ”L’Idea sociale di Mazzini ed i sistemi socialisti”, nel quale confluivano molte delle negazioni e delle affermazioni presenti nei tanti scritti apparsi nei precedenti anni. C’era, interamente rivisitato, il pensiero del patriota di Staglieno, mentre del socialismo si prendeva in considerazione solamente il segmento comprendente il sansimonismo e gli utopisti. Nel 1912 la rottura nel PSI con la nascita del PSRI ebbe riflessi particolarmente negativi nelle organizzazioni dei lavoratori iblei, che apparvero disorientati e alla fine gravemente divisi e indeboliti. A Siracusa si costituì una Federazione delle leghe contadine e dei circoli socialriformisti, radicali e democratici distinti dal PSI, al quale rimasero fedeli, in maggioranza, le organizzazioni del ragusano. F. Mormina Penna, sostenuto dal giovane avvocato socialista Ignazio Piccione, costituì a Scicli l’Associazione democratico-sociale. Promosse anche e finanziò la pubblicazione de “Il Martello”, un quindicinale che diresse assieme al Piccione e che si distinse tra i fogli coevi per la modernità dell’impianto, la robustezza dei contenuti e il valore dei collaboratori. L’esperienza si interruppe nell’autunno del ’13, alla vigilia delle elezioni politiche. All’importante appuntamento egli guardò con distacco: le divisioni nel campo progressista gli consigliavano l’astensione, e questa divenne la sua posizione. In quel medesimo anno fu con il Barzilai, il Colaianni, il Ferrari e altri autorevole promotore di un evento culturale e politico di grande rilievo: la nascita dell’Università mazziniana di Roma. Di lì a poco l’addensarsi delle nubi di guerra sull’Europa lo videro, in sintonia col Partito Repubblicano, tra gli interventisti, ai quali la guerra contro gli Imperi centrali appariva l’ occasione per portare a compimento i processi risorgimentali. L’avvento del fascismo nel panorama politico locale e nazionale lo trovò su posizioni di netto rifiuto. Libertà, democrazia, progresso venivano continuamente negati da intellettuali fanatici e da squadristi violenti e senza scrupoli. Ancor di più nella provincia iblea, dove lo squadrismo al seguito dei Rizzone Viola e dei Pennavaria si imponeva con gli assalti gravemente distruttivi alle organizzazioni progressiste, in prevalenza socialiste, e l’uccisione di numerosi lavoratori. Per questo, invitato con insistenza a dare la propria adesione al PNF, come avevano fatto già numerosi trasformisti della vecchia classe politica di estrazione liberale, rispose con uno sdegnato NO nel quale si esprimeva inequivocabilmente il senso di una vita spesa tutta per la libertà. Si spense il 13 febbraio 1925.

Giuseppe Miccichè

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