giovedì, 21 Marzo, 2019

Franzisca, il lavoro alla filanda come risposta alle violenze domestiche

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Genova, 1970. Franzisca, 35 anni, è sposata con Gavino, uomo crudele e violento che la obbliga a vivere una vita disperata fatta di privazioni e solitudine. Da un anno la coppia, emigrata dalla Sardegna, abita a Isorelle, in Valle Scrivia, paese dell’entroterra genovese costruito intorno al cotonificio Deferrari, che tutti chiamano “la filanda”, a contatto con un mondo molto distante da quello conosciuto in Sardegna. Un microcosmo dove, con la gente del posto, convivono famiglie di origine meridionale, comprese quelle sarde. Tra loro, le filandine e i lavoratori immersi in una continua mutazione sociale.

Franzisca oscilla tra mondi agli antipodi, tra il paese dove è nata e quello dove si è trasferita, la casa claustrofobica e la fabbrica densa di relazioni sociali, la brutalità di un matrimonio riparatore e la leggerezza dell’amicizia, sognando il riscatto attraverso il lavoro.

Dopo l’ennesima aggressione da parte del marito, Franzisca capisce che solo la sua ostinata disperazione potrà condurla fuori dall’emarginazione in cui è costretta a vivere.

È questa la trama di “Con le mani nel cotone – dal buio della violenza domestica, il racconto di una donna”, edizioni Pentàgora, primo libro di Giada Campus, nata a Genova nel 1975 da genitori sardi, giornalista che lavora in ambito sindacale occupandosi di uffici stampa e relazioni esterne. Autrice di reportage e di documentari di carattere sociale, ha al suo attivo anche alcuni racconti sulle tematiche del lavoro.

Perché, per il suo esordio letterario, ha scelto un argomento molto d’attualità sui media ma poco trattato nei romanzi, come quello della violenza domestica?

«Avevo questa storia da raccontare, mi frullava in testa, così ha preso corpo tra i luoghi di una vita: quelli dove sono cresciuta e quelli delle vacanze in Sardegna, i luoghi dell’infanzia, del lavoro, della famiglia. Avevo questa storia da raccontare, che è sgorgata attraverso il racconto in prima persona della protagonista, Franzisca, personaggio di fantasia, che racchiude in sé le tragiche vicende delle donne, racconti atavici e contemporanei che affollato le nostre vite o fanno capolino dalla cronaca. Forse Franzisca è nata perché noi donne siamo costrette ancora difenderci».

Ma chi è Franzisca?

«Franzisca è una donna incredibile: apparentemente fragile, ma curiosa e intelligente, tenace e determinata che ha, tra le altre caratteristiche, una voce narrativa molto forte. Tanto che, durante la stesura del romanzo, sono arrivata a pensare come Franzisca in ogni momento della giornata, a tratti avevo l’accento sardo, quello che non ho mai avuto».

Un personaggio ingombrante, possiamo dire, con una vita propria?

«Molto di più. Sono stata posseduta da Franzisca, che mi parlava di notte e di giorno, e ho scoperto che in me si agitavano le voci delle donne, quelle della porta accanto che non hanno mai avuto il coraggio di parlare, quelle morte ammazzate delle quali ritrovi la foto sui giornali, quelle che invece hanno avuto il coraggio di ribellarsi, anche per le altre donne, quelle che scoprono la bellezza della vita dopo l’inferno vissuto, quelle offese e svalutate, vittime di una società maschilista nel midollo».

Una donna che, raccontando se stessa, racconta l’eterno femminino?

«Certamente. Franzisca è la custode dei racconti delle donne di una volta, ma anche delle donne contemporanee, in cui molte di noi si possono riflettere; quelle che dopo il lavoro, davanti a un caffè, raccontano episodi banali o terrificanti, racconti in cui la violenza striscia o si palesa. Episodi, magari, accaduti ad altre. Franzisca è la custode dei racconti fatti al fresco della sera, quelli narrati dalle donne anziane sedute sulle seggioline fuori dalla porta di casa, a bidda. Franzisca è la custode di una volontà di ferro, quelle delle rivoluzioni gentili che hanno come complice un’autrice che non tollera prevaricazioni, ingiustizie, maschilismo, paternalismo, violenze».

Una voce singolare che diventa plurale?

«Sì. Franzisca è la voce di tutte noi che, in un modo o nell’altro, ci siamo sentite offese da una società ancora troppo a misura di maschio, una società che ha cominciato svalutarci fin da bambine, che ha proseguito da adolescenti, da adulte e da anziane. Siamo state denigrate dai luoghi comuni o in maniera tangibile da una misoginia spinta che si ritrova ovunque, soprattutto nei luoghi di lavoro. Luoghi in cui tentano di dividerci per poterci gestire, perché se diventi competitiva, allora sei una strega o una pazza».

Franzisca riuscirà a scappare da questa trappola, da questi luoghi comuni?

«Nel mio romanzo il lavoro è la parola magica. Attraverso la sua occupazione in fabbrica Franzisca rinasce, scopre relazioni amicali, la solidarietà delle donne, la comunità e diventa indipendente. Attraverso il lavoro Franzisca ottiene il riscatto che non ha affatto il sapore della rivalsa. A un certo punto, però, l’autrice prende il sopravvento».

Lei è di origine sarda, e i suoi genitori sono emigrati in Liguria proprio per lavorare. “Con le mani nel cotone” attinge anche ai suoi ricordi? Ha tracce autobiografiche, o il microcosmo che ruota intorno alla filanda è tutto un’invenzione letteraria?

La mia famiglia è partita dalla Sardegna all’inizio degli anni Sessanta, in pieno boom economico. La famiglia di mia madre arriva da Terralba, quella di mio padre da Carbonia, Iglesias, Las Plassas. Mia nonna materna, Maria, era addirittura siciliana, di Riesi, arrivata a Carbonia da bambina dove a dare lavoro erano le miniere; successivamente la nonna ha sposato un terralbese, nonno Ofelio. I vari componenti della famiglia si sono ritrovati a Isorelle, proprio negli anni in cui era ancora attiva la filanda, e quasi tutti hanno potuto lavorare al cotonificio. Le due famiglie, Scanu e Campus, abitavano nello stesso stabile, facevano parte della folta comunità sarda che viveva nelle residenze assegnate ai lavoratori della filanda».

Chi, della sua famiglia, ha svolto il ruolo di “memoria storica”, aiutandola a ricostruire l’atmosfera di quegli anni?

«Per la ricostruzione del clima di quegli anni, in cui la filanda era attiva e dava lavoro a moltissime donne, la fonte più preziosa che ho avuto è stata mia nonna, signora Maria, che ci ha lasciato nove mesi fa, lei che ha fatto il viaggio più lungo di tutti: da Riesi a Carbonia, da Carbonia a Terralba e da Terralba a Isorelle, in Continente. Lei che parlava il sardo con l’accento siciliano e che parlava italiano con l’accento sardo. Lei che si è sempre integrata meravigliosamente e che, volendo, poteva improvvisare anche un discorso in genovese, maccheronico naturalmente. Nonna Maria è stata una filandina molto operosa, orgogliosa del suo lavoro con il quale poteva fare tante cose per la sua famiglia. Ricordo ancora il richiamo della sirena della filanda, la nonna era sempre di fretta: indossava la cappa azzurra e la cuffia e via di corsa».

Ed era anche una brava affabulatrice?

«I suoi racconti sono sempre stati molto coloriti: l’ambiente della fabbrica, le donne che si confrontavano in bagno, le amicizie (molto selezionate le sue), gli episodi tragicomici, i pettegolezzi. Le piaceva raccontare e mio padre ha fatto il resto, con ricordi più precisi, meno sbiaditi. Poi il paese dove vivo ancora oggi, Isorelle, ruotava intorno al cotonificio e, quindi, è stato facile raccogliere le testimonianze del tempo».

Ha attinto soltanto dai ricordi di famiglia?

«No. Un’altra fonte importantissima sono stati i pensionati della Uil, capitanati dal segretario generale Pierangelo Massa. I nostri pensionati erano ben inseriti nello schema sindacale della Genova industriale degli anni Settanta. Loro mi hanno aiutato a ricostruire il clima sociale del tempo, dallo Statuto dei lavoratori ad alcune chicche che solo loro potevano raccontarmi».

Lei si occupa di uffici stampa e relazioni esterne in ambito sindacale, per la UIL della Liguria, e scrive racconti e romanzi. E’ faticoso oscillare tra due approcci alla scrittura così differenti?

«Per me non è faticoso, anzi: è stimolante. Il mio lavoro, che adoro, perché mi permette di conoscere tante persone, richiede un registro linguistico particolare, anche se cerco il più possibile di tradurre il sindacalese in un linguaggio comprensibile ai più. I tempi sono cambiati, le persone chiedono di essere informate, hanno un approccio diverso anche grazie all’avvento dei social. Scrivere un romanzo o un racconto è lasciarsi andare, cavalcare desideri inesplorati, dare forma alla mia sostanza grazie alla fantasia e alla creatività con cui viaggio, per fortuna, da quando sono nata».

Trae ispirazione anche dal mondo del lavoro?

«Il mondo del lavoro mi ha sempre ispirata, quindi mi accompagna anche nei miei romanzi e nei miei racconti. Quando mi spoglio dei panni professionali, ritrovo uno spazio espressivo fresco e vivace che non è privo delle mie esperienze lavorative. È un vero piacere scrivere, è come andare in vacanza con la nostra parte più intima che si mette in contatto con il resto del mondo».

Si può fare un parallelo tra la Liguria degli anni Settanta e quella del dopo crollo del ponte Morandi?

«Credo di no. Negli anni Settanta, nonostante i primi rigurgiti di terrorismo, c’era ancora tanta voglia di ritrovarsi, di lavorare insieme, di portare avanti le battaglie per i diritti (vedi lo Statuto dei lavoratori di cui parlo nel mio romanzo). Il mondo del lavoro poteva contare su partiti forti che si schieravano con le masse. Il crollo del ponte arriva in un momento di grande stanchezza per un territorio già provato dalla crisi, in un territorio dove l’industria man mano tramonta e il lavoro scarseggia, dove la politica è debole e le speranze muoiono; qui gli imprenditori non hanno coraggio di investire anche perché mancano le infrastrutture e il dissesto idrogeologico mette a dura prova la regione con cadenza annuale. Il ponte ha segnato tutti, ha trasformato la nostra rassegnazione in sconforto, ha dato il colpo di grazia. Ma un punto di contatto tra anni Settanta e i giorni del ponte rotto c’è: le persone scoprono di essere comunità; una volta è stato per i diritti, oggi scopriamo di esserlo nella “sfortuna”, nel degrado. Un dato è certo: senza gli altri non siamo nessuno».

Sta preparando altri romanzi? E su quale argomento?

«Sto lavorando a un nuovo romanzo ambientato nel 2018, al centro ci sono due donne, ognuna con il proprio bagaglio di esperienza. Anche qui si parla di violenza, degrado, ma anche di luoghi comuni, paternalismo e dipendenza. Svelo poco, lo so, ma sarà ancora un viaggio tra Liguria e Sardegna. Le origini mi interpellano sempre, chiamano forte: io non posso far altro che rispondere come so fare. Incrociamo le dita».

Antonio Salvatore Sassu

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