venerdì, 7 Agosto, 2020

FUTURO INCERTO

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La ventottesima edizione del Rapporto annuale sulla situazione del Paese esamina lo scenario venutosi a creare con l’irrompere dell’emergenza sanitaria e verifica gli effetti sulla società e sull’economia. Lo ha fatto il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo presentando a Montecitorio il “Rapporto annuale 2020. La situazione del Paese”, alla presenza del Presidente della Camera Roberto Fico, del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e delle più alte cariche dello Stato. Il quadro economico e sociale italiano a metà 2020 si presenta “eccezionalmente complesso e incerto”, si legge sul comunicato dell’Istat che specifica come “al rallentamento congiunturale del 2019 si è sovrapposto l’impatto della crisi sanitaria e, nel primo trimestre, il Pil ha segnato un crollo congiunturale del 5,3%”. I segnali più recenti includono inflazione negativa, calo degli occupati, marcata diminuzione della forza lavoro e caduta del tasso di attività, una prima risalita dei climi di fiducia. Le previsioni Istat stimano per il 2020 un forte calo dell’attività economica, solo in parte recuperato l’anno successivo.

 

“Il segno distintivo del Paese nella fase del lockdown è stato di forte coesione” prosegue l’Istat. “Questa si è manifestata nell’alta fiducia che i cittadini hanno espresso nei confronti delle istituzioni impegnate nel contenimento dell’epidemia e in un elevato senso civico verso le indicazioni sui comportamenti da adottare. Nonostante l’obbligo di restare a casa, emerge l’immagine di una quotidianità ricca ed eterogenea, in cui la famiglia ha rappresentato un rifugio sicuro per molti, ma non per tutti. Le restrizioni non hanno impedito alle persone di dedicarsi alle relazioni sociali, alla lettura, all’attività fisica e ai tanti hobbies, consentendo di cogliere anche le opportunità che la maggiore disponibilità di tempo ha offerto alla gran parte della popolazione”.

Il Pil “dopo una flessione ulteriore nel secondo trimestre” si prevede che possa registrare “un aumento nel secondo semestre dell’anno”. L’Istituto di statistica ricorda che la prospettiva per la media del 2020 è di una caduta del Prodotto interno lordo dell’8,3%. “Il percorso di ripresa è previsto rafforzarsi nella parte finale dell’anno, producendo un effetto di trascinamento positivo sui risultati del 2021 che, in media d’anno, segnerebbero un ritorno a una crescita significativa del Pil (+4,6%)”.

La pandemia da Covid-19 si è innestata su una situazione sociale caratterizzata da “forti e crescenti disuguaglianze”, rileva l’Istat. La classe sociale di origine “influisce ancora in misura rilevante sulle opportunità degli individui nonostante il livello di ereditarietà si sia progressivamente ridotto. Per la generazione più giovane però è anche diminuita la probabilità di ascesa sociale” sottolinea l’Istat.

 

Tra il 2014 e il 2019, l’occupazione è cresciuta in maniera pressoché continua, seppure con ritmi gradualmente meno intensi (da +293 mila nel 2016 a +145 mila nel 2019). L’espansione è proseguita nella prima metà del 2019 ma il generale rallentamento dell’economia ha causato un moderato calo nella seconda parte dell’anno. La povertà assoluta tra il 2014 e il 2019 è rimasta stabile dopo il raddoppio del 2012 e ha segnato una diminuzione, soprattutto nel Meridione, solo nel 2019. Nel 2020, dopo la sostanziale stagnazione dei primi due mesi (-0,1 per cento a gennaio e +0,1 per cento a febbraio), il sopraggiungere dell’epidemia ha colpito il mercato del lavoro causando una riduzione di 124 mila occupati (-0,5 per cento) a marzo, più che raddoppiata ad aprile (-274 mila, -1,2 per cento). A causa delle limitazioni nella possibilità di ricerca di lavoro, l’aumento degli inattivi ha implicato che l’effetto della crisi non si sia trasferito immediatamente sul tasso di disoccupazione. Nei mesi di marzo e aprile, nonostante la caduta dell’occupazione, si è registrata una marcata diminuzione della disoccupazione (-484 mila, -23,9 per cento), associata a un eccezionale aumento dell’inattività (+746 mila, +5,4 per cento). Dai dati provvisori sulle forze di lavoro emerge inoltre che i lavoratori in Cig ad aprile – nella settimana di intervista – sono stati quasi 3,5 milioni. “Nella difficile situazione economica generata dalle misure di contrasto alla pandemia, la presenza di una consistente porzione di occupazione non regolare rappresenta un ulteriore fattore di fragilità per un numero elevato di famiglie”. Si legge nel Rapporto. “Nella media del triennio 2015-2017 circa 2,1 milioni di famiglie (per oltre 6 milioni di individui) hanno almeno un occupato irregolare. La metà, poco più di un milione, ha esclusivamente occupati non regolari”.

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