mercoledì, 2 Dicembre, 2020

Genova. Invece di prevenire, si contano i danni

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Genova-alluvione

Sono trascorsi tre anni dall’ultima alluvione che provocò sei vittime. E oggi la città di Genova si trova di nuovo alluvionata, con il bilancio di un uomo morto e la paura di dispersi. La Protezione civile regionale ligure ha emesso un’allerta 2, il livello più alto, dalle 11 di questa mattina fino alla mezzanotte di oggi. La pioggia ha fatto tracimare il Torbella, il torrente che attraversa il popoloso quartiere di Rivarolo. Livelli di guardia anche per il torrente Polcevera che attraversa la zona industriale di Cornigliano. Intanto sale la tensione tra i cittadini. I residenti del quartiere del Fereggiano, già duramente colpiti durante l’alluvione del 2011, hanno aggredito e insultato gli agenti della Polizia municipale e i tecnici della Protezione civile che si sono recati nel quartiere per verificare il colmo di piena del torrente. L’Autostrada A7 Genova-Milano è stata chiusa per una frana in direzione del capoluogo lombardo.

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“I danni derivanti dal dissesto idrogeologico sono spesso associati a scelte territoriali non compatibili”

Ogni struttura che ci circonda è sottoposta a una serie di sollecitazioni determinate da azioni esterne che determinano uno stato di tensione, non sempre governabile dall’uomo, che provoca danni alle persone e alla struttura stessa.

Uno di questi casi è il verificarsi di particolari eventi meteorici (sollecitazioni) che inducono sul territorio (struttura), non opportunamente protetto, uno scompenso tale (tensione) da portare al dissesto idrogeologico (danno..!)
La bomba d’acqua che si è abbattuta sulla Sardegna nel novembre 2013 (e che periodicamente colpisce varie zone del territorio nazionale) è un esempio lampante. Tali eventi, che causano vittime e danni ingenti, dovrebbero indurci a serie riflessioni e a non trascurarli.

Sarebbe opportuno e doveroso, rivedere i criteri per cui una piena fluviale che fino a ieri era con la probabilità di verificarsi in media ogni cento anni, possa e debba considerarsi più probabile ogni cinquanta o ogni venti anni e di conseguenza adeguare opere e interventi in modo da diminuire il rischio. Anni senza norme e senza governo del territorio! Cito quanto dichiarato dall’On.le Oreste Pastorelli Membro della Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici presso Camera dei Deputati:“La salvaguardia del territorio è una priorità. Auspico una calendarizzazione del ddl suolo entro la fine dell’anno. È ora di voltare pagina. Lenostre città sono vittime di una cattiva politica che, nel passato, non ha tenuto conto della conformazione territoriale della nostra Italia. È giunto il momento di agire concretamente, per evitare in futuro un’ennesima conta dei danni e delle vittime. La parola d’ordine deve essere prevenzione e non tardiva gestione dell’emergenza”.

Eventuali responsabilità, oltre quelle dirette, sono da ricercarsi negli atteggiamenti e comportamenti omissivi di chi è preposto alla gestione, salvaguardia e tutela del territorio. Si continua a parlare solo e esclusivamente di interventi post emergenziali mentre di politiche strutturali e di prevenzione ancora pochi cenni. Sarebbe opportuno attuare una politica di prevenzione per la mitigazione del rischio da dissesto idrogeologico: gli interventi dovrebbero rientrare nel piano strategico delle “Grandi Opere”.

Si avvicina l’autunno e probabili bombe d’acqua arriveranno: si sta facendo qualcosa per attenuare almeno i danni ? Prevenzione, meno burocrazia per la messa in sicurezza del territorio e non tardiva gestione dell’emergenza…: questo dovrebbe essere il motto!

Inseguire il danno costa di più di quanto non costi pianificare e prevenire: di difesa del suolo si occupa la Protezione Civile, ma solo in termini di interventi susseguenti agli eventi catastrofici. L’approccio scientifico ai problemi è basato su studi che hanno come oggetto un “materiale” che il progettista non sceglie e le cui caratteristiche sono di difficile definizione. Alla difficoltà intrinseca connessa al tema si somma una aspettativa da parte della società di richiesta di protezione assoluta.

Nel contempo c’è da evidenziare che le limitazioni all’uso del suolo basate sulla pericolosità sono di norma impopolari tra privati ed imprenditori che le vedono come indebita interferenza alle loro libertà di scelta. Gli stessi soggetti, però, dopo un’avvenuta catastrofe, tendono spesso ad accusare le Istituzioni di non aver operato adeguati interventi.

La cultura della prevenzione presuppone anche la presenza di un processo partecipativo, ovvero la diffusione della conoscenza in merito alla probabilità di sviluppo ed alle modalità evolutive degli eventi naturali. Ciò consente che gli eventi naturali non colgano completamente impreparate le istituzioni e la popolazione riducendo quegli aspetti di fatalità ed eccezionalità culturalmente legati al verificarsi degli eventi alluvionali. L’analisi storica, condotta sugli effetti conseguenti il cosiddetto “rischio idrogeologico” pone in evidenza come il numero di danni sia in costante aumento, con notevole incremento a partire dal secondo dopoguerra. Ciò trova spiegazione nel consistente ampliamento delle aree urbanizzate e, conseguentemente, nell’occupazione di aree di pertinenza dei corsi d’acqua in fondovalle, in prossimità di aste torrentizie, o in settori di versante già interessati da movimenti gravitativi più o meno riconosciuti.

I danni derivanti dal dissesto idrogeologico si rivelano quindi molto spesso associati a scelte territoriali non compatibili e, in prospettiva, rischiano di crescere fortemente, provocando una continua e ripetuta distruzione di ricchezza, solo in parte rinnovabile, a fronte di costi e sforzi superiori a quelli che sarebbero necessari per intraprendere la strada della prevenzione e del riassetto. Proprio la conoscenza dei rischi insistenti sul territorio potrebbe permettere, la programmazione e pianificazione di uno “sviluppo sostenibile” rappresentando in definitiva il contributo che la gestione territoriale può esprimere in ossequio alla “cultura della sicurezza” .

L’affannosa corsa al profitto ad ogni costo con la complicità della cattiva gestione del territorio e di un eventuale comodo condono ha provocato un uso irrazionale delle risorse idriche rendendo il territorio nazionale un “colabrodo” dal punto di vista idrogeologico.

Sarebbe il caso che il Governo abbandoni gli slogan e risponda con programmazione ed interventi, destinando risorse economiche per avviare un serio piano di messa in sicurezza del territorio Nazionale, di riassetto idrogeologico dello stesso, ovvero una delle grandi opere pubbliche di cui il nostro Paese ha bisogno.

I dati diffusi dal coordinatore della Task force di Palazzo Chigi, sui 3,4 miliardi di euro spesi in 7 mesi per coprire i danni causati dai nubifragi, confermano che è più che mai necessario investire risorse per salvare i 6633 Comuni (82%) che sono a rischio alluvioni e frane.

Domenico Sciannimanico

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