martedì, 4 Agosto, 2020

Il riformismo di Gino Giugni. Numero speciale di Mondoperaio

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È in distribuzione il numero di fine anno della rivista mensile Mondoperaio, fondata da Pietro Nenni.

La rivista pubblica un ampio dossier, curato da Raffaele Tedesco, dedicato a Gino Giugni nel decennale della sua scomparsa (4 ottobre 2009). Lo ricordano Cesare Pinelli, Giuliano Amato, Tiziano Treu, Giorgio Benvenuto, la giudice costituzionale Silvana Sciarra, il sociologo del lavoro Gian Primo Cella, i giuslavoristi Franco Liso, Bruno Veneziani, Mattia Gambilonghi, Salvo Leonardi lo storico Andrea Ricciardi: mentre Antonio Tedesco illustra l’archivio di Giugni conservato presso la Fondazione Nenni.

Nelle pagine successive Salvo Andò commenta lo scandalo del Csm riproponendo il tema della “giustizia giusta”; Luca Tentoni commenta i risultati delle elezioni in Umbria; Luigi Covatta illustra il declino del cattolicesimo politico; Riccardo Nencini spiega perché non ha votato la fiducia sull’emendamento che aboliva lo scudo penale per i dirigenti dell’ex Ilva, mentre Domenico Cacopardo ripercorre le tappe delle inadempienze che hanno determinato le emergenze che si sono manifestate a Venezia e a Taranto.

Nella rubrica Think tank, dedicata alle iniziative delle istituzioni politico-culturali, Salvatore Veca Illustra la Stagione alternativa della Fondazione Feltrinelli, Paolo Borioni dà conto del convegno internazionale sulla crisi della socialdemocrazia promosso dalla Fondazione Lewin di Forlì, e Valdo Spini ricorda il ruolo di Carlo Azeglio Ciampi al quale l’Università di Firenze ha dedicato una giornata di studi.

Completano il fascicolo gli interventi di Ugo Intini, Renato Fioretti, Gianfranco Savino, Giuliano Parodi, Valerio Canonico, Giuseppe Bianchi, Augusto Bisegna e Amedeo Roncato.


L’Ultimo dei riformisti
di Raffaele Tedesco

Queste poche righe valgono prima di tutto come ringraziamento nei confronti di chi ha reso possibile la realizzazione di questo numero ampiamente dedicato a Gino Giugni, a dieci anni dalla sua scomparsa. Per Mondoperaio era doveroso quanto importante ricordare il “professore pendolare”, così come lo ha affettuosamente chiamato Silvana Sciarra: perché Giugni è stato una di “quelle figure intellettuali in grado di imprimere come nessun’altra, fra i contemporanei, l’intera evoluzione, e finanche la nascita, dell’area tematica e disciplinare al cui studio hanno dedicato la loro stessa esistenza”, così come scritto da Salvo Leonardi. Il padre dello Statuto dei lavoratori, della Costituzione portata in fabbrica in un’epoca dove ancora, pur se a costo di lotte aspre, vi era un circolo virtuoso tra “rapporti strutturati secondo modalità collettive, la forza dei sindacati di massa, l’omogeneità delle regolazioni del diritto del lavoro e la forma generalista degli interventi dello Stato”. Ed in tutto questo Giugni ha avuto un ruolo fondamentale.
In tutti i saggi qui pubblicati è palpabile la gratitudine umana, professionale e politica. Si evince il lascito di
idee radicate, convinzioni profonde, ideali che hanno guidato un’azione sempre volta alla promozione
sociale e alla emancipazione dei lavoratori. Ma mai, come sottolineato da Giuliano Amato, “contro l’impresa, ma per irrobustirne la vita incardinandola su un tessuto relazionale”.
Giugni è stato un fondamentale collaboratore di questa rivista, un socialista riformista, un compagno. Ha vissuto, usando le parole di Luciano Cafagna, “il luogo del fervido disordine” che fu il Partito socialista italiano. Lo ha fatto, come sottolinea Andrea Ricciardi, “sempre ancorato alla realtà, più che affascinato da progetti palingenetici della società e visioni finalistiche della storia”. Un “socialista controcorrente”, secondo Giorgio Benvenuto. Sostanzialmente, un uomo di minoranza in un movimento politico, il socialismo italiano, caratterizzato negli ultimi settant’anni da numeri mai paragonabili rispetto a quelli di altri partiti di massa.
Eppure le sue idee sono diventate realtà: e non sbaglia Gian Primo Cella quando le mette in relazione al riformismo turatiano. Perché, oltre che nel metodo, le conquiste riformiste (per esempio il sindacato e le cooperative) di quegli anni lontani di fine ’800 e inizio ’900 hanno una cosa in comune con quelle di cui Giugni è stato protagonista: sono rimaste a disposizione dei lavoratori, pur con tutte le difficoltà e le differenze che le diverse epoche impongono, ed i conseguenti problemi oggi evidenti della dimensione collettiva del lavoro. I quali esigono un nuovo approccio, se non altro perché il lavoro è rimasto stanziale, mentre il capitale è diventato nomade, portandosi dietro un indebolimento della capacità delle relazioni industriali di incidere in aree di lavoro atipico o precario. Insieme al deterioramento del “primato della politica”, fuori dagli schemi dell’embedded liberalism, il tipico “complesso ordine economicoistituzionale del secondo dopoguerra”. Ed è forse proprio qui, nell’analisi della complessità di un mondo in velocissimo cambiamento, che può ancor di più essere ripresa la lezione di Gino Giugni: perché fatta di un approccio multidisciplinare, di un’attenzione alle verità degli altri e ai contesti dove si determinano le vicende, attraverso la pratica riformista mai “spicciola” o “incrementale”. E sempre tesa, come lo stesso Giugni ebbe a dire nella famosa introduzione al testo di S. Perlman, verso un “processo […] essenzialmente di libertà ove e in quanto le classi subalterne possano muoversi su un piano di autonomia non coartata né da miti, né da pregiudizi”. In fondo era Carlo Rosselli che affermava che “il socialismo non è che lo sviluppo logico, sino alle sue estreme conseguenze, del principio di libertà”: ed è su questo socialismo, quello che tiene insieme le “due libertà”, che crediamo sia importante ancora impegnarsi.

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