martedì, 27 Ottobre, 2020

Giorgio Benvenuto, lo Statuto dei lavoratori

0

La caduta di Mussolini nel luglio del 1943 vede la rinascita del sindacato. Bruno Buozzi assieme a Giuseppe Di Vittorio e ad Achille Grandi ricostituisce la Confederazione Generale Italiana del Lavoro, la Cgil e immediatamente procede alle sostituzioni dei fiduciari fascisti nelle fabbriche con le Commissioni Interne elette democraticamente dai lavoratori.
È fondamentale l’azione del sindacato nella Resistenza; i lavoratori sono determinanti nella sconfitta dei nazisti e dei fascisti; sono audaci nella difesa delle fabbriche e importanti nella ricostruzione dell’Italia.
I lavoratori oltre a rimboccarsi le maniche si impegnano a sottoscrivere, nei limiti del possibile, i titoli pubblici che il Governo Parri emette per finanziare il Fondo per la liberazione del Paese e del Governo De Gasperi che emette titoli di stato per la Ricostruzione.
Dopo la rottura nel 1948 dell’unità sindacale, riprende il dibattito per realizzare, in coerenza con i principi della Costituzione delle norme atte a garantire la dignità, la libertà e la sicurezza dei lavoratori sul posto di lavoro.
Ne parlano in maniera organica Giuseppe Di Vittorio e Fernando Santi. La materia è sviluppata nella inchiesta del Parlamento sulle condizioni dei lavoratori in Italia.
Il tema torna di attualità con il centrosinistra, Nenni pone ad Aldo Moro nel 1963 tra le condizioni del Psi per procedere alla realizzazione del Governo organico di centrosinistra la approvazione dello Statuto dei lavoratori.
Nel frattempo si riapre nel sindacato il discorso sull’autonomia e sulla unità del sindacato.

La ricostruzione del Paese è avvenuta con una grande crescita economica.
Il miracolo economico ha determinato molte diseguaglianze e i prezzi pagati dai lavoratori sono stati enormi.
I socialisti si battono per le riforme e si impegnano molto sul fronte sociale. La spinta al cambiamento nel paese è molto forte. I socialisti puntano i piedi e soprattutto con Giacomo Brodolini, che diventa Ministro del lavoro nel 1968, cercano di trasformare la protesta in proposte riformatrici
Ci riescono con l’aiuto di una generazione nuova di giuslavoristi , tra i quali giganteggiano Gino Giugni e Federico Mancini. Si realizza un rapporto costruttivo tra le battaglie politiche e le battaglie sindacali.
Le categorie dell’industria con in testa i metalmeccanici con le loro battaglie unitarie rafforzano le spinte riformatrici. Brodolini presenta e fa approvare nel Consiglio dei Ministri il disegno di legge sullo Statuto del lavoratori. Colpito da una implacabile malattia morirà prematuramente a luglio del 1969. Gli succede Carlo Donat Cattin.
Rimane lo staff di Brodolini. Giugni assicura la continuità. Lo Statuto dei lavoratori viene anticipato in molti dei suoi contenuti dalla mediazione che Donat Cattin fa con la Uilm, la Fim e la Fiom per concludere i tre contratti di lavoro per i metalmeccanici (imprese della piccola industria, imprese pubbliche, imprese private).
Gino Giugni riesce a realizzare un capolavoro. Supera la resistenza della Cisl contraria per principio all’intervento legislativo nelle vicende sindacali. Lo Statuto in effetti è una legge che dà valore erga omnes ai diritti riconosciuti con norme che sono già state inserite nei contratti di lavoro.
Giugni attua il principio caro a Giacomo Brodolini: i diritti dei lavoratori diventano tali solo nella misura in cui sono rappresentati e rivendicati dalle organizzazioni sindacali.
Brodolini intervenendo al congresso nazionale della FenealUil nel giugno del 1969 aveva infatti affermato: “Viviamo senza dubbio in una democrazia formale che è qualcosa di meglio della non democrazia di cui soffrono i lavoratori di altri Paesi. Ma anche la nostra democrazia ha bisogno di essere corretta, di essere migliorata, di essere adeguata, di essere arricchita, di diventare una democrazia che sia vivente coscienza del popolo, amata da tutti i lavoratori. Questa democrazia ha bisogno oltre che di forma, di sostanza; non ha bisogno di esplicarsi solo attraverso le elezioni quinquennali del Parlamento ma anche attraverso l’autorità, la rappresentatività, il prestigio, la compartecipazione al potere delle grandi forze sociali, delle grandi organizzazioni popolari, delle grandi formazioni sindacali”.
Lo Statuto è stata una grande conquista. Ha consentito lo sviluppo del Paese, ha reso possibile la stagione delle riforme, ha ridimensionato le spinte corporative e massimaliste.
Oggi è giusto celebrarlo. È però necessario guardare al futuro.
Le cose non vanno. Ci sono molte diseguaglianze e la dignità della persona è compromessa.
La globalizzazione, il mercato, la finanziarizzazione hanno trasformato i lavoratori in numeri.
In Europa la realizzazione dell’euro ha garantito la stabilità dei cambi ma ha determinato la precarietà sociale. Ieri l’economia italiana si avvaleva per competere della flessibilità dei cambi; oggi si avvale della flessibilità del lavoro.
Lo Statuto non riesce a garantire fasce crescenti di lavoratori, in particolare i giovani.
Si profila una nuova terribile diseguaglianza. Non mi riferisco alla economia. Mi riferisco al sapere, alla conoscenza, al web.
Sono pochi quelli che sanno, quelli che conoscono, quelli che decidono.
L’intelligenza artificiale, le diverse forme di lavoro precario a cominciare dallo smart working schiavizzano il lavoratore, lo rendono succube nelle organizzazioni del lavoro.
Lo Statuto è invecchiato, ha troppe rughe, occorre completarlo, occorre affrontare in termini concreti la sfida della tecnologia. I lavoratori e il sindacato devono aprire la strada a forme di negoziazione e di partecipazione alla gestione delle imprese.
Non ci sono altre strade.
Questo è il tempo dell’azione non è il tempo della rassegnazione.
È il tempo dell’audacia. Non è il tempo del gattopardismo. Non possiamo dire come Tancredi “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Al contrario è necessario che tutto cambi per evitare che tutto resti com’è.

 

Giorgio Benvenuto

 

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply