sabato, 23 Gennaio, 2021

Giovani e donne i più colpiti dalla crisi

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Un’immagine allarmante della realtà che stiamo vivendo emerge dal “Rapporto sul Mercato del Lavoro e la Contrattazione 2020” del CNEL che sarà presentato martedì prossimo nell’ambito di un’assemblea tematica in collegamento telematico presieduta del presidente Tiziano Treu.
Nel Rapporto si legge: “Il mercato del lavoro all’inizio del 2021 presenta più ombre che luci e la situazione è destinata molto probabilmente ad accentuarsi e diventare ‘esplosiva’ con l’interruzione della cassa integrazione e la fine del blocco dei licenziamenti. Si teme che una parte degli esuberi verrà sicuramente ‘assorbita’ dall’economia sommersa non riuscendo a trovare un’occupazione in regola andando ad aumentare la quota già aumentata negli ultimi anni di lavoro nero. La crisi conseguente alla pandemia ha colpito circa 12 milioni di lavoratori tra dipendenti e autonomi, per i quali l’attività lavorativa è stata sospesa o ridotta, in seguito al lockdown deciso dal Governo per limitare l’aumento esponenziale dei contagi.

 

Lo scarso investimento pubblico sulle nuove generazioni (in particolare la parte che va efficacemente a rafforzare la loro formazione e l’inserimento solido nel mondo del lavoro) è il principale nodo che vincola al ribasso le possibilità di crescita italiane, da sciogliere prima ancora che sul piano del rapporto tra giovani e lavoro, su quello più alto del ruolo delle nuove generazioni nel modello di sviluppo del Paese. Se non si inverte questa tendenza non solo si pregiudicano le prospettive economiche del Paese, ma si rischia di alterare in profondità il patto fra le generazioni che è un elemento costitutivo dell’assetto sociale, della sua equità e stabilità. La necessità di chiudere le scuole nel corso del 2020 ha costretto a garantire l’istruzione con strumenti nuovi, coerenti con la didattica a distanza. Questo passaggio è stato condotto in condizione di emergenza e ha dovuto confrontarsi con l’impreparazione di tutto il sistema educativo (scuole, insegnanti, genitori, alunni) sia rispetto a strutture e strumenti (dispositivi e connessione), sia rispetto a competenze tecniche, sia rispetto a come reimpostare il processo di apprendimento con nuove modalità di interazione e di trasmissione di contenuti, oltre che con una rivoluzione delle coordinate spazio-temporali. Si è trattato, di fatto, dell’adozione di una tattica difensiva della didattica tradizionale attraverso modalità a distanza, che ha consentito di non bloccare la frequenza delle lezioni, ma ne ha ridotto complessivamente la qualità e ha esposto ad una forte crescita del rischio di dispersione scolastica. Con la conseguenza di inasprire non solo le diseguaglianze generazionali ma anche quelle sociali”.

Per quanto riguarda le donne, il Cnel ha scritto: “Quanto invece alle donne, hanno pagato il prezzo più alto della crisi in quanto impegnate a ricoprire ruoli e a svolgere lavori più precari, soprattutto nei servizi. Le donne non sono un soggetto svantaggiato. Sono la metà del mondo, la battaglia per l’uguaglianza di genere non può essere più solo un punto di un programma politico aggiunto ma deve essere al centro di azioni concrete creando vantaggi economici, sociali e culturali per l’intero Paese. Tutti i dati confermano che la condizione della donna lavoratrice è penalizzata soprattutto dalla difficile conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. È questa difficoltà che contribuisce a mantenere la quota di occupazione femminile (meno del 50%) al di sotto delle medie europee. Tale dato si è aggravato nel corso della pandemia senza che il ricorso allo Smart working abbia giovato a correggerlo, perché esso è stato limitato dall’aggravio di compiti familiari, specie sulle donne con figli impediti di frequentare le scuole. Per lo stesso motivo si spiegano il crollo della occupazione femminile e la crescita del tasso di disoccupazione in occasione della maternità per le donne indotte a lasciare il lavoro per prendersi cura dei figli”.
Sull’aumento della povertà in Italia, il Cnel ha segnalato: “Le vicende del mercato del lavoro sono state dominate quest’anno, come molte della nostra esistenza, da due questioni che hanno sovrastato tutte le altre, la protezione della salute dal contagio e la continuità del reddito e della occupazione. Sulla base dei nostri calcoli circa 5,3 milioni di famiglie risultano avere un Isee minore di 9.360 euro annui. L’eccezionalità e l’imprevedibilità delle conseguenze derivanti dall’emergenza epidemiologica Covid-19 hanno comportato la necessità di porre in essere una serie di misure di contenimento e di contrasto al contagio senza precedenti, nonché di conseguenti interventi al fine di sostenere lavoratori, famiglie e imprese”.
In aggiunta alle affermazioni del CNEL, l’autorevole sociologa Chiara Saraceno, intervistata dall’AGI, ha spiegato: “Con la didattica a distanza si rischia di perdere una generazione. Non bisogna dare nessuno per perso, ma ci sono i ragazzi  in difficoltà che già prima rischiavano di perdersi. Stanno aumentando le disuguaglianze e si assiste ad un abbandono silenzioso da parte di alcuni studenti”.
Chiara Saraceno fa notare: “Le disparità sociali esistevano già, ma quando anche la scuola è fatta in condizioni di disuguaglianza, allora diventa una voragine. La didattica in presenza è importante anche per i più grandi, non solo per gli studenti delle scuole medie: dei ragazzi delle superiori spesso ci si dimentica. È importante per diversi motivi: la scuola in presenza consente un’interazione migliore, tanto che all’insegnante basta uno sguardo per capire se lo studente è attento, se non capisce o se si è perso nei suoi pensieri. La comunicazione visiva è un aspetto tutt’altro che banale. Non basta sentire, è importante vedere tutti gli alunni. Per gli studenti poi la didattica a distanza, così come è fatta oggi, richiede una capacità di attenzione e di concentrazione molto più alta di quella in presenza. Inoltre, stanca molto di più”.

La sociologa ha aggiunto: “Un altro fatto da considerare è che non tutti hanno gli strumenti adatti, dal computer alle connessioni. Spesso non si è attrezzati. Siamo andati avanti anni a dire che i giovani sono schiavi del computer e poi li abbiamo piazzati davanti a uno schermo pensando che potessero cavarsela da soli, ma un conto è fare un tik tok, altro conto è saper navigare con competenza distinguendo il vero dal falso”.
La professoressa Saraceno ha affermato: “All’inizio della pandemia nessuno era pronto, ma quello che è stato fatto dopo non è stato sufficiente. Io sono esterrefatta che non si sia fatto niente durante le vacanze estive, per esempio non si sono fatti corsi di recupero. Adesso tutti stanno facendo fatica, studenti e insegnanti. Deve essere la scuola a doversi organizzare creare la figura del tutor, magari stringendo alleanze con le Università, e trovare luoghi di prossimità. Purtroppo la scuola non è considerata una priorità, si è investito pochissimo negli anni, sia nell’edilizia scolastica sia nella formazione degli insegnanti. Nel Recovery Plan ci sono pochi soldi per la scuola e quella dell’infanzia è dimenticata”.

Sin da quanto si sono prese le misure per contrastare la pandemia, dalle pagine di questo giornale sono state segnalate le preoccupazioni sugli effetti derivanti dai provvedimenti adottati per combattere il Coronavirus. Oggi autorevoli istituzioni e personalità accademiche confermano l’inadeguatezza delle misure adottate dal governo senza valutare sufficientemente i danni incommensurabili prodotti sul tessuto sociale. Ancora meno, non si intravede una strategia per il futuro a cui tutte le forze politiche dovrebbero pensare per confrontarsi e decidere.

 

Salvatore Rondello

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