sabato, 16 Febbraio, 2019

Giovani e lavoro. Sarà un anno di precarietà

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Sarà un anno fatto di precarietà. I segnali ci sono tutti. Questa è la situazione in cui ci si sta avvitando con il Governo gialloverde che, a dire dei suoi membri fondatori, doveva essere quello del “cambiamento”. In Italia ci sono, infatti, meno posti stabili e più contratti a termine. Per non parlare poi del fatto che due su tre dei lavoratori a tempo determinato sono under 40. Quando l’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) ha fornito gli ultimi dati relativi all’entrata della nostra economia in uno stato di recessione tecnica ha anche comunicato quelli sull’occupazione e la disoccupazione a dicembre 2018, dipingendo una situazione non sicuramente molto rassicurante.

Se da un lato, a dicembre 2018, la stima degli occupati è risultata in lieve crescita rispetto a novembre (+0,1%, pari a 23mila unità), dall’altro, ha, però, mostrato con tutta evidenza che sono aumentati i dipendenti a termine (+47mila) e quelli autonomi (+11mila), mentre sono risultati in diminuzione i permanenti (-35mila unità). Nel nostro Paese si lavora poco e male. E comunque meno che nel resto dell’Europa. I numeri sono lì a testimoniare di essere la spina nel fianco di questa maggioranza che sta portando l’Italia verso un possibile disastro economico. E suonano come una condanna per le sue politiche sul lavoro. Ciò che emerge è anche una scarsa partecipazione delle classi più giovani ad un mercato del lavoro debole, con dati positivi concentrati soprattutto tra gli over 50. Nel mese di dicembre 2018, il tasso di occupazione cresce, infatti, in tutte le classi di età tranne tra i 25 e i 34 anni, per i quali si registra un calo dello 0,4%. Il tasso di disoccupazione complessivo a dicembre si è, invece, attestato al 10,3%, ancora troppo distante dal 7,9% dell’Area Euro.

Nello stesso tempo è risalita al 31,9% la quota di chi non ha lavoro fra gli under 25. Non si può nemmeno dimenticare che in riferimento alla disoccupazione giovanile l’Italia si conferma agli ultimi posti, lontanissimi dalla Germania stabile al 6% e davanti solo a Spagna (32,7%) e Grecia (38,5%). Secondo una ricerca Ipsos, commissionata dal Governo, sui giovani tra i 14 e i 35, il 78% dei nostri giovani pensa di emigrare (e tra i giovanissimi il numero è anche più elevato, l’82%) e due sue tre hanno come preoccupazione principale le opportunità di lavoro. Non si può, quindi, aspettare oltre e occorre rilanciare subito la crescita, lo sviluppo e l’occupazione attraverso investimenti pubblici nella lotta alla povertà e per la creazione di lavoro, misure, però, del tutto insufficienti nella legge di Bilancio approvata, ma anche in altri provvedimenti di questo Governo. L’entrata in vigore del reddito di cittadinanza porta con sé il rischio di diventare un disincentivo al lavoro, dal momento che, in molti casi, gli stipendi in busta paga sono sicuramente più bassi, mettendo, ancora una volta, al centro della scena politica un modello fallimentare fondato sulla compressione salariale in un Paese che dovrebbe fare l’opposto.

L’altra misura bandiera, poi, di questa maggioranza, e cioè il decreto “Quota 100”, potrebbe aumentare il numero dei pensionati, ridurre la partecipazione al mercato del lavoro e la crescita potenziale e aumentare i già elevati costi pensionistici. Il Paese è, quindi, fermo e se non si fa subito un ingente investimento sullo sviluppo per creare nuova occupazione, si creeranno solo nuovi poveri e nuovi esclusi. Con la conseguenza della nascita di pesanti drammi sociali nella quotidianità dei tanti giovani italiani. E le condizioni di precariato nei giovani rendono sì instabile la situazione economica ma minano anche il loro stato psicologico perché non possono emanciparsi dalla loro famiglia di origine e costruire una loro realtà, ritrovandosi a vivere in una continua fase adolescenziale. Un ginepraio di stress, insicurezza e solitudine che oramai sembrano sempre più essere la vera cifra di un mercato del lavoro sempre più liquido e competitivo, fatto, purtroppo di tagli al personale, di ore di straordinari non pagate o di flessione degli stipendi. Prima si pone rimedio a tutto ciò meglio è.

Andrea Ghiaroni

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