sabato, 4 Luglio, 2020

LA RIFORMA MANCATA

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Giuliano Amato, giudice della Corte costituzionale, mi ha concesso un’intervista per celebrare la festa della Repubblica. Lo ringrazio a nome di tutti i lettori dell’Avanti e di tutti i socialisti, ben conoscendo le difficoltà per chi riveste una funzione come la sua ad esternare pubblicamente il proprio parere. Una ricorrenza, quella del 2 giugno, che riporta inevitabilmente alle lotte, spesso minoritarie, dei socialisti per la Repubblica e la Costituente. Non a caso l’Avanti dopo la vittoria repubblicana, e in essa quella socialista (il 2 giugno il Psiup ottenne oltre il 20% dei voti contro poco più del 18 del Pci), titolò “Grazie a Nenni”. Fu il leader socialista, famoso per il suo slogan “O la Costituente o il caos”, a lanciare la pregiudiziale repubblicana contrariamente al Pci che con la svolta di Salerno di Togliatti, voluta da Stalin, finiva per riconoscere la monarchia. Oggi, a 74 anni di distanza, restano intatti quei valori, frutto di una larga convergenza derivata dall’antifascismo e dalla Resistenza, ma vanno rinnovati gli strumenti che la Carta costituzionale ha messo a disposizione. Molte riforme costituzionali sono state varate dal Parlamento repubblicano e alcune anche da conseguenti referendum. Non tutte si sono rivelate efficaci. Basti pensare a quella ulivista del titolo V che regola i rapporti tra Stato centrale e regioni. Altre sono state solo proposte e alcune bocciate, pensiamo a quelle relative al bicameralismo. Ne parliamo con Giuliano, due volte presidente del Consiglio, ministro, dirigente di primo piano del Psi. Oggi, come allora, un protagonista di primo piano nelle istituzioni repubblicane.

 

Il 2 giugno quest’anno assume un valore speciale. Ancora l’epidemia non è cessata, anche se si avvertono forti segnali di un suo declino. Non ci saranno manifestazioni pubbliche né sfilate e commemorazioni storiche. Eppure proprio in questo 2 giugno in formato “intimità” possiamo forse ragionare un po’ più profondamente sul significato di quella scelta del 1946 e su quella di una Assemblea Costituente che in meno di due anni ci regalò la Costituzione. I socialisti con Nenni furono determinanti nella pregiudiziale repubblicana (non parteciparono per questo contrariamente ai comunisti al secondo governo Bonomi) e poi contribuirono con Saragat alla presidenza della Costituente e con altri autorevoli dirigenti, cito Lelio Basso su tutti, alla formazione del dettato costituzionale. Non hai l’impressione che del ruolo dei socialisti ci si stia un po’ troppo spesso dimenticando?

 

Non mi stancherò mai di ricordare che il duplice atto sovrano con cui gli italiani e le italiane scelsero la Repubblica ed elessero l’Assemblea Costituente è figlio diretto della Resistenza e di coloro che la guidarono, dando all’Italia una nuova e credibile elite dirigente. Ce lo dimostra il confronto con la Germania, che, proprio perché privo di questa risorsa, non poté eleggere una vera assemblea costituente ed ebbe una Costituzione (la Legge Fondamentale) scritta da una piccola assemblea rappresentativa dei lander, secondo le direttive dei governi alleati e con l’approvazione successiva dei medesimi. E’ questo, e non è poco, il debito che abbiamo con i protagonisti della nostra Resistenza, fra i quali ebbero ruoli determinanti eminenti figure socialiste, a partire da quella di Sandro Pertini, esponente chiave del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Quanto alla Costituzione è vero- ed è innegabile-che il disegno complessivo rispecchia soprattutto la visione di società e di primato della persona fatta valere dai cattolici e condivisa dagli altri. Ma questo- a essere onesti- non ha mai oscurato il ruolo di Lelio Basso (e di Massimo Severo Giannini) per la formulazione dell’art.3, né il peso dell’attenzione socialista per le autonomie territoriali ai fini del disegno di Stato non più accentrato, promosso dalla Costituzione. Se poi si vuol dire che l’Assemblea Costituente “testò” la propensione all’intesa fra cattolici di sinistra e comunisti, difficilmente uno storico lo potrebbe negare.

 

Quanto c’è ancora da salvare e quanto da cambiare del testo del 1948? Tu sei stato l’ispiratore, come Luciano Pellicani lo era stato l’anno prima per il saggio cosiddetto su Proudhon, dell’articolo intitolato Ottava legislatura, pubblicato sull’Avanti! da Craxi nell’estate del 1979. Cioè dell’articolo che lanciava l’idea di una grande riforma istituzionale e costituzionale. Si trattava di un’intuizione che non riscontrò, soprattutto a sinistra, grandi attenzioni e men che meno consensi. Perché?

 

La grande riforma istituzionale era soprattutto ispirata dalle ragioni della governabilità. Erano le ragioni che la Costituzione più aveva messo in secondo piano, un po’ per quel “complesso del tiranno” che comprensibilmente dominava negli anni del post-fascismo, un po’ perché, nell’incertezza sul futuro vincitore delle prime elezioni politiche, nessuna delle forze presenti all’Assemblea se la sentiva di rafforzare più di tanto i poteri del governo. Ebbene, negli anni ’80 nonostante cominciassero ad essere chiari i prezzi che si pagavano alla debolezza delle nostre istituzioni di governo, una delle idee centrali del cambiamento, – fondare tali istituzioni su meccanismi elettorali che garantissero loro la stabilità – era contrastata dai due partiti maggiori: si trattasse dell’elezione diretta di un Capo dello Stato con poteri di governo o dell’elezione del Parlamento con sistema maggioritario. Si dovette arretrare – come scrissi io stesso – alla riforma dei rami bassi e qui, con fatica, qualcosa si fece, come l’abolizione del voto segreto in parlamento sulle leggi di spesa.

 

Da allora però il Psi, pur sposando almeno formalmente il tema del presidenzialismo, non ha dato l’impressione di caratterizzarsi su questo. Fu la paura che questo comportasse un cambiamento in senso maggioritario della legge elettorale, come sarebbe stato forse inevitabile, alla luce dell’esperienza francese?

 

E’ stata la prudenza di Craxi, a un certo punto, a fermare le macchine. Craxi era certo un decisionista, ma era anche un realista e, almeno in questa materia, non era disposto a battersi sino in fondo per una battaglia senza prospettive. Va detto che lo fece dopo aver scandagliato tutte le possibili direzioni verso cui il presidenzialismo poteva essere portato: dal modello americano di un presidente dotato di tutti i poteri di governo, al semi-presidenzialismo francese sino all’elezione diretta di un presidente che conservasse i soli poteri già previsti dalla Costituzione italiana. Il senso rimaneva comunque quello di consentire agli italiani di fare un’elezione maggioritaria. In nessun caso, però, si profilarono i consensi necessari, che anni dopo, finalmente, presero corpo invece per una riforma in senso maggioritario della legge elettorale.

 

Quanto conta nella mancata formazione di una classe politica adeguata la mancanza dei partiti. La Costituzione all’articolo 49 li prevede come organismi a supporto della democrazia. Oggi quel che resta di loro sono associazioni, per la maggior parte dei casi, con regole tutt’affatto democratiche, dunque incostituzionali. Sarebbe o no urgente una legge che, in coerenza con la Costituzione, prevedesse i caratteri essenziali del partito politico?

 

Fu una scelta a lungo condivisa da tutti i partiti quella di intendere il metodo democratico a cui li vincola l’art. 49 come metodo giuridicamente sanzionabile per la sola azione esterna, non per la loro organizzazione e vita interna. Il ricordo dell’intrusivo stato fascista era sufficiente a renderli tutti diffidenti verso qualunque controllo pubblico sulle loro vicende interne. A distanza di tanti anni va constatato che questa interpretazione della Costituzione non è certo l’unica e che l’opinione pubblica è molto cambiata nei confronti dei partiti. Detto questo, però, va anche ammesso che non è certo la mancanza di una legge sui partiti che ha fatto venir meno la formazione del personale politico di cui ci avevano dotato i partiti dei primi anni della Repubblica. Quella formazione ebbe luogo sino a quando i partiti seppero essere tramiti effettivi fra la società e le istituzioni, disponendo di terminali ricchi di vita civile sul territorio, nei quali si imparava a fare i conti con gli affari collettivi e dai quali si passava poi nelle istituzioni, senza perdere i legami e continuando in un permanente processo circolare. Così era stato negli anni che io stesso ricordo e così smise di essere quando i partiti – come si dice ed è purtroppo vero- si chiusero nel palazzo. Fu a quel punto che il processo formativo venne meno e che la selezione del personale politico assunse i tratti di cui oggi ci si lamenta. Eppure serbatoi nuovi e diversi si sono venuti creando. Basti pensare al grande mondo del volontariato, che non ha mai voluto essere strumentale alla politica, ma che oggi potrebbe vederla come un ambito di servizio a cui destinare parte almeno di coloro che forma.

 

Un’ultima domanda sull’Europa. Col recovery found, ma già con le decisioni della Bce, con la scelta di superare il vincolo del 3 per cento e quello del fiscal compact, con le risorse messe a disposizione per la sanità dal Mes, l’Europa ha dimostrato di esserci. Ma i miliardi che verranno stanziati per l’Italia siamo in grado di spenderli? La burocrazia, i conflitti stato-regioni (che disastro la riscrittura ulivista del titolo V della Costituzione…) i continui ricorsi e le inefficienze che finora hanno bloccato parte dei fondi Fio e 36,6 miliardi stanziati e non spesi per le infrastrutture non sono una premessa che induca all’ottimismo.

 

E’ verissimo che in Europa sta ora riemergendo quel profilo solidaristico a cui Robert Schuman nel 1950 affidava le prospettive stesse della sua costruzione. E rimarrà vero anche se non tutti vi si riconoscono, come già in passato alcuni non vi si erano riconosciuti. Quella della solidarietà non è una caratteristica conquistata una volta per tutte, è una battaglia che si rinnova, si rinnova sui temi e si rinnova anche a seconda delle generazioni : le più giovani, oggi, sono molto più disponibili all’integrazione di quelle che hanno dato forza in questi anni alle chiusure nazionaliste. Ma è anche vero, purtroppo, che noi italiani, sempre pronti a fare appello alla solidarietà europea, lo siamo molto meno a raccoglierne i frutti. La nostra macchina pubblica andrebbe davvero rimessa a posto prima che ci arrivino risorse, che magari non sapremmo utilizzare tempestivamente e nei modi giusti. A volte è un problema di burocrazia, altre volte è un problema di mancanza di burocrazia (per i nostri Comuni medio-piccoli ormai svuotati di personale è soprattutto il secondo, più che il primo, a provocare i ritardi). Certo si è che gli strumenti oggi ci sono, grazie anche alle tecnologie, per uscire dalle secche della nostra inefficienza. Auguriamoci che ci siano la competenza, la lungimiranza, il coraggio necessari per farlo.

 

Mauro Del Bue

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