venerdì, 20 Settembre, 2019

Giustizia prudente e mite: i consigli della giurista Marta Cartabia

0

Dal mio Trentino proporrei questo commento letterario d’attualità, perché nelle cronache che hanno accompagnato la recente crisi di governo è comparsa anche la ipotesi di affidare alla vicepresidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia l’incarico di presiedere un nuovo Governo: ipotesi subito declinata dalla giurista, volendo ella attendere fino alla fine al suo alto incarico. Il fatto mi ha comunque spronato a riprendere in mano il libro che lei venne a presentare nei mesi scorsi a Trento: un sapido saggio intitolato Giustizia e mito (il Mulino, 2019), scritto assieme a Luciano Violante, che indaga «i dilemmi del diritto continuamente riaffioranti nelle nostre società». Gli autori lo fanno rileggendo due tragedie greche di Sofocle (497-406 a. C.) Edipo Re e Antigone. Il risultato è un inaspettato elogio della prudenza, un’invocazione – scrive Cartabia – alla «necessità di una giustizia ragionevole, proporzionata e prudente; meglio: ”imperfetta”, perché consapevole che la giustizia nelle vicende umane è una meta sempre da raggiungere».

Restiamo appunto stupefatti, perché risuonano ancora gli ‘osanna’ alla stagione di ‘Mani pulite’, ricorrenti quando uno o l’altro dei protagonisti degli anni 1992-1994 lasciano via via la vita terrena, come nel caso di Saverio Borrelli scomparso nell’ estate 2019. Allora si voleva «rivoltare l’Italia come un calzino» secondo il programma sbrigativo di un noto magistrato della procura milanese, assurto poi alla guida dell’Associazione nazionale magistrati. Invece in questo libro si invoca la «prudenza», si distinguono i metodi del sistema penale dei regimi dispotici – dove si piegano alla condanna «tutti i mezzi processuali, sino alla violenza sul testimone e sull’accusato» – rispetto ai metodi che dovrebbero essere propri dello Stato democratico col rispetto dei diritti umani e dei diritti processuali delle parti. Diversamente dai sistemi illiberali, non si pretende di fissare una «verità storica», senza possibilità di riscatto per i condannati, ma più laicamente una «verità processuale» liberata dall’idea di una pura vendetta. È quest’ultimo «il punto più problematico», afferma Cartabia, che citando prima il filosofo Paul Ricoeur osserva che «anche le operazioni più civilizzate della giustizia mantengono ancora il segno visibile di quella violenza originale che è la vendetta»; e avvalendosi poi degli studi del giurista François Ost rammenta che occorre essere consapevoli che fare giustizia «è una espressione di forza; per realizzarsi, la legge prende qualcosa in prestito dalla violenza che intende combattere».

Di qui la presa di distanza dalla ricerca di ordinamenti che, pretendendo la perfezione, conducono invece alla violenza, come sintetizza l’antica massima: «summum ius, summa iniuria», il massimo del diritto può diventare il massimo dell’ingiustizia. Ma oltre ai sistemi, anche i singoli che si innalzano a campioni di giustizia, diventano ingiusti. Sferzando i mitizzati giustizieri d’ogni tempo, fino a quelli che hanno infestato il nostro secolo, Cartabia – con l’assistenza di sant’Agostino – cita il testo biblico Qoelet: «Non esiste un giusto sulla terra che compia il bene, senza peccato», dunque «non voler essere troppo giusto». Insomma la giustizia del sapiente è prudente, quella del presuntuoso è intrisa di superbia.

Quante buone istruzioni, come quella che rievoca l’invocazione a Dio di re Salomone: «Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male». Non ricchezze, potere o lunga vita, ma «un cuore docile» è la richiesta del re d’Israele: che vuol dire ricco di pazienza, versato alla conoscenza, «capace – precisa Cartabia – di abbracciare la complessità e la profondità delle azioni umane». Da qui parte il raffronto con Edipo, il tragico re di Tebe che personifica la drammatica condizione umana: «ambisce a grandi cose, eppure è imperfetta nel conoscere, prima ancora che nel decidere». Edipo non sa che ha ucciso suo padre, non sa che ha sposato sua madre, non gli possiamo quindi accollare una colpa per queste infamie; eppure ha agito con superbia, quella che i Greci definiscono il peccato di hybris, la dismisura: travolto dalla frenesia «non sa – al contrario di Socrate – di non sapere». Occorreva invece agire con prudenza, occorreva ascoltare prima di agire, giudicare e decidere. «Io dunque – confesserà alla fine – senza sapere nulla, giunsi dove giunsi». E «matura in lui – commenta Cartabia – una modestia, un realismo, una compostezza che contrasta con la dismisura della sua giovinezza». Continua ad assillare Edipo un grande rincrescimento: è dalla pazienza del conoscere che «viene prudenza nell’agire». Prudenza «come qualità essenziale – continua mirabilmente Cartabia – di chi amministra la giustizia, come capacità di osservare, ascoltare, cogliere, guardare in ogni direzione»; non a caso «il diritto che scaturisce dall’attività dei tribunali assume il nome di giurisprudenza: iuris prudentia. La iustitia richiede iuris prudentia». Si potrà anche dire «equilibrio, come richiama la presenza di una bilancia nelle mani della dea bendata» che appare in tanti tribunali.

Eppure quante azioni giudiziarie squilibrate abbiamo rilevato nella storia e nell’attualità? Quante hanno risentito degli umori dei tempi, del giudizio diverso e opposto emerso da una camera di giustizia rispetto ad un’altra, quanto lo «spirito della legge – denunciava l’illuminato giurista Cesare Beccaria – sarebbe stato il risultato di una buona o di una cattiva logica del giudice, di una facile o malsana digestione, della violenza delle sue passioni», quanto sarebbe dipeso «dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice con l’offeso, e da tutte quelle minute forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell’animo fluttuante dell’uomo»? Ma ora basta, per favore: desideriamo prudenza, prudenza, prudenza. Non estrema, comunque, come quella che avrebbe inauditamente suggerito il nobile padre del procuratore milanese Saverio Borrelli, un magistrato anch’egli: «Un giudice – sostenne – dovrebbe, impegnandovi l’intera sua esistenza, studiare una causa sola. E, dopo 30 anni, concluderla con una dichiarazione di incompetenza». Un suggerimento inapplicabile, ma siamo sicuri che intendeva soltanto essere una parabola utilissima per raffreddare la miserabile superbia e dismisura di tante procedure giudiziarie dimentiche di iuris prudentia.

Nicola Zoller

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply