giovedì, 19 Settembre, 2019

Gli Arditi del Popolo e il bluff di Mussolini

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Dalla Grande Guerra alla guerra civile. Parte 16

Il famigerato patto di pacificazione voluto da Mussolini, non tanto per arrivare ad una tregua con i suoi antagonisti, ma per portare nel loro schieramento un ulteriore elemento di frattura, non poteva certo trovare il favore delle squadre di azione fasciste, le quali temevano una riduzione della loro capacità di azione e dell’espandersi del loro potere territoriale in mano ai vari ras dei Fasci di Combattimento. Esso, d’altra parte, non pose affatto fne alla scia di morti anche da parte fascista, infatti, solo tra il 5 agosto e il 6 settembre i fascisti subirono più di una dozzina di morti e circa altrettanti feriti; tra i morti Emma Cremonini Gheardi, madre del fascista Mario Gherardi, aggredita a coltellate e a revolverate da un gruppo di comunisti, Enrico Gherardi, di 51 anni, padre del fascista, mortalmente ferito a pugnalate e a revolverate e Laura Trigari, fidanzata del fascista, ferita a revolverate. D’altro canto, nei soli primi cinque mesi del 1921 le squadre fasciste avevano sciolto circa mille consigli comunali socialisti, demolito 243 sedi socialiste, ucciso 202 operai e feriti 1114, devastate innumerevoli scuole, biblioteche e sedi di giornali.

Per questo, mentre le trattative, preparate per conto di Mussolini da due massoni: Giacomo Acerbo e Giovanni Giurati e per conto dei socialisti da un altro massone: Tito Zaniboni, erano in corso e prima che il patto sciagurato venisse firmato senza per altro che portasse ad una vera pacificazione, gli scontri non solo non si arrestarono, ma, in varie località, persino si intensificarono. Ci fu però, in questo periodo, un elemento nuovo che comparve sulla scena degli scontri. Un fattore che, almeno nel motto di coloro che ne furono artefici, sembrava essere una assoluta novità. “Dal nulla sorgemmo” era infatti il suo segno distintivo, anche se questo movimento paramilitare che solo di recente è stato portato all’attenzione della storiografia con una certa cognizione di causa e precisione, perché per tanto tempo era stato considerato fenomeno del tutto effimero ed inconcludente, non sorse affatto dal nulla e tanto meno vi rientrò. Gli Arditi del Popolo nacquero ufficialmente nel giugno 1921 ad opera di Argo Secondari a Roma durante un raduno a cui parteciparono repubblicani, socialisti, comunisti, anarchici ed anche cinquemila ex combattenti.

Li vediamo però in azione anche prima, già dalla fine del 1920 e con gli inizi del 1921. Gruppi di Arditi che avevano partecipato con grande entusiasmo all’impresa fiumana, decidono di non deporre le armi, non si sbandano ma abbracciano la causa del popolo, sono in buona parte anarchici, ma non si comprenderebbe il binomio disciplina militare ed anarchismo, se non inquadrassimo quello stesso fenomeno “anarchico” proprio nella particolarità dell’anarchismo fiumano, in quella estemporaneità di passioni politiche, artistiche, ideologiche rivolta in particolare all’autogestione di una impresa che aveva come referente principale D’Annunzio, ma che tutto era fuorché imposta o diretta dall’alto.

Fu in questo clima di cameratismo, di condivisione e di passione per la causa popolare e patriottica che emerse l’embrione di quelli che saranno negli anni successivi gli Arditi del Popolo. Come movimento costituito soprattutto da ex combattenti, in contrasto con tutti quegli Arditi che erano andati con Mussolini e che erano considerati antagonisti del popolo, proprio perché difendevano gli interessi degli agrari e degli industriali, esso dimostrò validamente sul campo di essere l’unica forza militare capace di contrastare il fascismo sul nascere, l’unica che mise in atto una difesa armata organizzata che ebbe un ripetuto successo. Lo stesso Secondari marcò la differenza rispetto alle squadre fasciste con queste testuali parole: “Fino a quando i fascisti continueranno a bruciare le case del popolo, case sacre ai lavoratori, fino a quando i fascisti assassineranno i fratelli operai, fino a quando continueranno la guerra fratricida, gli Arditi d’Italia non potranno con loro aver nulla di comune. Un solco profondo di sangue e di macerie fumanti divide fascisti e Arditi.” Si badi, non li chiamava Arditi del Popolo, ma Arditi d’Italia, rivendicando così il fatto che gli unici veri Arditi italiani erano quelli che combattevano dalla parte del popolo.

Un altro aspetto molto interessante dell’Arditismo del popolo, che solo apparentemente può sembrare distante dall’esperienza fiumana, tacciata troppo spesso sbrigativamente di nazionalismo, ma che fu invece esperienza patriottica sì ma internazionalista per il riconoscimento dell’Unione Sovietica e per il tentativo di far sorgere una Lega dei popoli oppressi, è il fatto che gli stessi Arditi del Popolo rivendicavano un concetto di Patria ben lungi da mire nazionalistiche e speculative, legandolo piuttosto alle rivendicazioni dei lavoratori, ovunque fossero. Citiamo un documento che evidenzia con chiarezza il loro intento: «… Ben lontani dal patriottardo pescicanismo, fieri del nostro orgoglio di razza, consci che la nostra Patria è ovunque siano popoli oppressi: Operai, Masse Lavoratrici, Arditi d’Italia, A NOI!» La terminologia dell’arditismo è la stessa di matrice dannunziana ma evidentemente gli intenti sono diametralmente opposti a quelli fascisti.

Questo fu a tutti gli effetti il primo nucleo della Lotta di Liberazione armata contro il fascismo, come dicevamo, e non fu effimero, perché nonostante il movimento nella sua globalità non ebbe un futuro dopo la marcia su Roma, i suoi componenti animarono le file della lotta antifascista ovunque fosse possibile ed in armi: dalla Spagna all’Italia durante la Resistenza, anche se la nostra Repubblica e la nostra storiografia non hanno mai tributato loro gli onori che avrebbero dovuto avere, se non sporadicamente e di recente. Non possiamo percorrere nei dettagli le tappe di questa storia singolare, data la fisionomia snella di questi scritti sulla guerra civile del primo dopoguerra, però chi vorrà, oggi, sicuramente potrà avere le coordinate storiografiche per approfondire questo argomento più di quanto fosse possibile qualche tempo fa.

Eravamo rimasti all’incrudelirsi degli scontri, in particolare, vediamo cosa avvenne a Sarzana dove gli Arditi del Popolo entrarono in azione. Il 21 luglio del 1921 un gruppo molto numeroso di squadristi, circa seicento, confluisce a Sarzana, guidato da Dumini e Tamburini, con l’intento di liberare dieci fascisti carraresi catturati alcuni giorni prima. Ad aspettarli stavolta a piè fermo ci sono gli Arditi del Popolo comandati dai tenenti di complemento in congedo Silvio Delfini e Papirio Isopo. Con loro la popolazione da loro organizzata per lo scontro ed un reparto di carabinieri, questa volta non del tutto inerme spettatore dei fatti. Questi ultimi, con un loro cordone, sbarrano la via che conduce dallo scalo ferroviario alla cittadina. Il capitano Guido Jurgens parla con i fascisti che tentano di sfondare il cordone, spiegando loro che proprio la presenza degli Arditi del Popolo e della popolazione che si è stretta loro intorno, renderebbe la marcia all’interno del paese assai pericolosa per i fascisti. Ma, proprio mentre è in corso il dialogo, i fascisti sparano al cordone, ferendo un carabiniere ed uccidendo un caporale dell’esercito. Di conseguenza i carabinieri rispondono al fuoco. Alcuni fascisti vengono uccisi, gli altri tentano una reazione poi si sbandano ed a quel punto entrano in azione gli Arditi del Popolo che guidano il resto della popolazione armata, con tutto ciò che potesse servire, all’assalto delle file fasciste, le quali sono costrette alla fuga. Fonti fasciste citano una vera e propria caccia all’uomo ed una carneficina, ma in realtà la stessa fuga dei fascisti venne protetta dalla forza pubblica e tali accuse servirono solo per ribaltare poi contro gli stessi Arditi del Popolo la responsabilità dell’accaduto che vide per la prima volta una netta sconfitta delle squadre fasciste le quali lasciarono sul campo ben diciotto morti e una trentina di feriti.

Gli Arditi del Popolo avevano un codice di guerra per altro rigoroso per gli scontri armati che imponeva che “prigionieri o i feriti catturati in conflitti o in situazioni anormali dovranno essere perquisiti, disarmati, lasciati in possesso del loro denaro, indumenti e carte personali salvo quelle danneggianti il proletariato e per nessun motivo dovranno essere bastonati, insultati o seviziati..” Ciò non toglie il fatto che alcuni elementi della popolazione locale, esasperati dalle violenze fasciste, possano avere messo in atto allora anche delle ritorsioni violente. I giornali riportarono di fascisti infilzati con i forconi, altri a cui vennero amputate le mani mentre cercavano di salvarsi con dei barconi e di uno che si tentò di bruciare vivo ma che poi si salvò a stento. Gli Arditi del Popolo continueranno ad essere attivi anche l’anno successivo, in particolare a Civitavecchia e a Parma come vedremo in seguito, prima della marcia su Roma e persino a Roma quando arriveranno i fascisti, presidiando alcuni quartieri. Ma perché non ebbero successo? Perché il fronte socialista e quello comunista non trassero vantaggio da questa straordinaria opportunità?

Perché da una parte i socialisti furono irretiti nello sciagurato patto di pacificazione che prevedeva esplicitamente la sconfessione degli Arditi del Popolo, e dall’altra isolarono apertamente un movimento che non era ideologizzabile secondo i loro fini. Lo stesso Spriano nella sua monumentale Storia del Comunismo Italiano sottolinea, parlando del movimento degli Arditi del Popolo, “L’errore straordinario che i partiti proletari commettono nei suoi confronti, accecati dal settarismo, da pregiudiziali dottrinarie, da piccoli calcoli politici, da diffidenza sospettosa per tutto ciò che non proviene direttamente dalle organizzazioni istituzionalizzate nello schieramento operaio”

Si era detto, anche in uno dei primi capitoli di questa storia che il fenomeno non nacque nel 1921 ma prima nel 1920 e a confermarlo è una relazione del questore di Roma l’8 luglio 1920 che recita testualmente: “Nel marzo scorso (1920)l’ex tenente degli Arditi, mutilato di guerra, Beer Umberto di anni 21, da Ancona, di tendenza dannunziana, aveva tentato di riorganizzare la locale sezione degli Arditi che da tempo era inattiva per i contrasti sorti tra gli aderenti, specialmente nella scelta di coloro che pretendevano di esserne i capi. In passato, infatti, la lotta intestina era rappresentata da due tendenze, l’una delle quali era diretta dall’ex tenente degli Arditi, futurista, Giuseppe Bottai, ora deputato di Roma, di principii mazziniani (che poi fu fascista n.d.r.) e l’altra capeggiata dall’ex tenente degli Arditi Argo Secondari, di tendenza anarchica…” Questa divaricazione, dunque, possiamo ritenere possa essere considerata come l’autentico atto di nascita del movimento.

La storiografia classica tende a considerare gli Arditi del Popolo di matrice anarchica, senza soffermarsi bene su ciò che caratterizzò l’esperienza fiumana, anch’essa sbrigativamente considerata effimera e demagogica, e trascurando del tutto i suoi principi libertari e la sua fisionomia rivoluzionaria e combattente al tempo stesso per la causa popolare. I principi sulla base dei quali Secondari intendeva agire non erano così oscuri, come si vorrebbe far credere, legando la sua figura a torbide manovre nittiane, oppure a un certo livello di esoterismo, anch’esso, in ogni caso, parte integrante dell’esperienza dannunziana.

Egli dice testualmente: “Se di fronte alla sistematica guerra sostenuta dal fascismo contro il proletariato italiano e le sue istituzioni, l’arditismo non intervenisse, rinnegherebbe se stesso…Noi che miriamo essenzialmente a realizzare la pace interna, dando la libertà ai lavoratori, potevamo restare estranei alla contesa tra fascisti e sovversivi. Oggi, però, non è più il caso di parlare di violenza rossa…Noi lotteremo contro i fascisti e chiunque vorrà impedire ai lavoratori del braccio e della mente la loro emancipazione…”

La loro è una formazione senza partito che però entusiasma i giovani, persino quelli come Francesco Leone il quale sarà poi costretto dai dirigenti del suo partito comunista a sconfessarli. Proprio da lui ci viene la testimonianza che tale movimento avrebbe potuto espandersi e raggiungere risultati ben più importanti se fosse stato sostenuto dai partiti proletari e rivoluzionari solo “a parole” di allora. Egli infatti ricorda: “mi feci promotore di una riunione estesa a quanti avessero voluto aderire alla costituzione degli Arditi del Popolo. Il nostro invito, od appello, era rivolto a tutti i giovani antifascisti e non soltanto ai giovani. Quella iniziativa aveva ottenuto larghi consensi, anche tra gli anarchici, i quali allora costituivano a Vercelli un gruppo abbastanza numeroso.”

I dirigenti comunisti dapprima esitano, poi si dividono su da farsi. Lo stesso Gramsci interviene osservando che essi possono essere uno strumento importante di lotta del proletariato non solo contro il fascismo, ma persino contro l’apparato dello Stato borghese. E aggiunge: “Sono i comunisti contrari al movimento degli Arditi del Popolo? Tutt’altro: essi aspirano all’armamento del proletariato, alla creazione di una forza armata proletaria che sia in grado di sconfiggere la borghesia e di presidiare l’organizzazione e lo sviluppo delle nuove forze produttive generate dal capitalismo” Nonostante tale movimento si vada sempre più costituendo come strumento di lotta di classe con un manifesto che è un vero e proprio appello al proletariato: “Operai, impiegati, vecchi soldati delle trincee, rivoluzionari sinceri, accorrete a ingrossare il nuovo esercito di difesa proletaria”, ebbene, la guida comunista del proletariato, ben presto lo sconfessa assieme ai socialisti.

Ciò nonostante, il movimento in pochi mesi si allarga in modo unitario e spontaneo, come strumento indispensabile di resistenza delle masse, ma il partito socialista per primo, in una clausola del patto di pacificazione, che sembra fatto a posta per dividere e colpire il movimento proletario in maniera più sistematica, accetta di sconfessare apertamente gli Arditi del Popolo e supinamente va incontro ad una trappola dalla quale uscirà annichilito. Il Partito Comunista d’Italia però, a questo punto, non sembra da meno e soli quattro giorni dopo il patto di pacificazione e nonostante le posizioni di Gramsci e della sua base, minaccia “i più severi provvedimenti” ai militanti che vogliono entrare negli Arditi del Popolo. Non solo non bisogna aderire, ma nemmeno entrare in contatto.

La testimonianza di Leone è ancora particolarmente efficace per spiegare quel clima di delusione e di disperazione che seguì alle direttive comuniste: “Il nostro volontario isolamento veniva a privare il costituendo e promettente movimento degli Arditi del Popolo della guida più sicura, della forza che riscuoteva maggiore fiducia. Noi avevamo distrutto con le nostre mani, soffocato nella culla, in sostanza, quel movimento che esprimeva un’istintiva volontà di lotta di unità antifascista, la fiducia di arrestare uniti l’avanzata delle squadre fasciste” Tali sconfessioni, da parte socialista con il patto di pacificazione, e da parte comunista per motivi sostanzialmente ideologici anche se privi di reale fondamento, porteranno il movimento ad essere sempre più isolato e vulnerabile non solo nei confronti della reazione fascista, ma anche di quella della forza pubblica che si unisce ad essa .

Eppure l’appoggio di Lenin agli Arditi del Popolo è netto, in una sua lettera a Gramsci si legge: “L’ottusità nei confronti del Movimento, ridà fiato al fascismo. Le conseguenze delle stupide prese di posizione comuniste e socialiste sono disastrose: i militanti del PSI abbandonano le formazioni degli Arditi, quelli del PCd’I si rifugiano nelle ben più piccole brigate comuniste. Chi tira un respiro di sollievo sono i parlamentari turatiani, ma sopratutto il governo ed i fascisti.” Così, mentre i dirigenti socialisti massimalisti e comunisti da una parte fanno a gara su chi è più allineato sulle posizioni della Terza Internazionale e sui 21 punti di Lenin, dall’altra ne ignorano completamente i suggerimenti operativi tesi ad utilizzare una forza rivoluzionaria sul campo per acquisire concrete posizioni di vantaggio per le forze proletarie.

Bordiga, in contrasto con Gramsci, sconfessò apertamente gli Arditi del Popolo accusandoli di essere guidati da elementi torbidi ed inaffidabili “Agenti di Nitti” o “Arditi di Nitti” li chiamava il quotidiano “Il Comunista” e nonostante la III Internazionale esortasse continuamente i comunisti italiani ad appoggiarli in senso tattico, per poi conquistare con il tempo su di loro l’egemonia politica ed ideologica. L’atto di accusa verso i comunisti italiani, da parte del Comintern, in questo caso, è netto: “…dov’erano in quel momento i comunisti [italiani]? Erano occupati ad esaminare con la lente d’ingrandimento il movimento per decidere se era sufficientemente marxista e conforme al programma? Il Pcd’I doveva penetrare subito energicamente nel movimento degli Arditi, fare schierare attorno a sé gli operai e in tal modo convertire in simpatizzanti gli elementi piccolo borghesi, denunciare gli avventurieri ed eliminarli dai posti di direzione, porre elementi di fiducia in testa al movimento. Il partito comunista è il cervello e il cuore della classe operaia e, per il partito, non c’è movimento a cui partecipino masse di operai troppo basso o troppo impuro…” Di fronte alle velleità parolaie dei singoli dirigenti comunisti italiani per i quali il loro cervello era da porsi sicuramente al di sopra di quello del partito, se non altro, l’atteggiamento non violento dei socialisti riformisti, anche se illusorio e fallimentare, almeno risulta più coerente.

Il patto di pacificazione isolò i socialisti sia rispetto alla componente massimalista, sia verso i comunisti e persino nei riguardi dei popolari che preferivano non sostenere ufficialmente una posizione conciliante con Mussolini. Ma esso stesso mise in difficoltà anche Mussolini, il quale sapeva bene che il fascismo non aveva che due alternative: o la rivoluzione oppure la pacificazione, sotto la sua egida. Ovviamente considerando assurda la prima ipotesi, pur continuando sbandierarla retoricamente, egli si adoperò per la seconda, ma si trovò immediatamente contro il mondo dello squadrismo con i suoi ras scalpitanti che si confrontavano con il nucleo sindacal-futurista dei sansepolcristi, anch’essi insoddisfatti di tale politica conciliante e remissiva. Farinacci e Grandi erano i capi di queste componenti che incalzavano Mussolini, fino quasi a metterlo all’angolo.

Il governo sperava finalmente in una tregua e in un ritorno alla normalità, mentre i socialisti tiravano il fiato, anche se il prosieguo degli eventi li smentirà ben presto, la firma del patto apriva come abbiamo visto con Sarzana, infatti, una fase ancora più incandescente. I ras convocarono le loro squadre e le invitarono ad ignorare e persino a sbeffeggiare le clausole del patto scellerato, chiamando tutti a raccolta per nuove azioni decisive e per un ripudio aperto della posizione di Mussolini. Grandi e Balbo andarono persino a Gardone da D’Annunzio per invitarlo a fare lui la marcia su Roma immediatamente, invocandolo come guida della rivoluzione fascista. Il vate rivoluzionario però, dopo che tutti lo avevano tradito a Fiume, si era costruito un mausoleo personale per seppellircisi dentro, dedicandosi solo all’arte, alle donne e alla cocaina, consapevole che nessuno meritava più una sua benché minima iniziativa, in tal modo continuò, pur osannato e riverito, a sbeffeggiare anche i suoi sostenitori. Pertanto D’Annunzio ascoltò i suoi ammiratori, poi disse loro che avrebbe dovuto “consultare le stelle”.. Lo fece per tre notti sapendo però che era nuvolo, e così i suoi postulanti tornarono a casa con le pive nel sacco, le stelle sono tante, milioni di milioni, per il vate i due ras erano solo una rottura di…

Mussolini però non era tipo da farsi mettere nell’angolo, reagì in maniera veemente e scrisse testualmente sul suo giornale che se il fascismo non lo seguiva, nessuno poteva obbligarlo a seguire il fascismo, stava ovviamente bluffando. Infatti sarà bene capire che il fascismo, come entità unica e monolitica non è mai esistito, almeno al di fuori del suo Duce. Iniziò come sansepolcrismo, proseguì come squadrismo per poi diventare mussolinismo e finire tragicamente come epilogo repubblichino, almeno considerando le sue fasi principali. Fu proprio lui a confermarlo in quella occasione in cui dichiarò in maniera perentoria: “C’è posto per tutto in Italia: anche per trenta fascismi, il che significa, poi, per nessun fascismo” Balbo a quel punto, sembrava il suo successore, egli si rivolse al Congresso nazionale per sancirne la decadenza, ma Mussolini lasciò intendere che si sarebbe lui stesso dimesso, con il gotha della borghesia liberal-conservatrice preoccupatissima, ed il Partito Socialista che invece esultava lasciando intendere che avrebbe ripreso l’azione rivoluzionaria.

Mussolini, d’altra parte, non aveva alcuna intenzione di mollare, era tutto calcolato e fu lui stesso ad attendere che i suoi avversari riprendessero l’iniziativa. I suoi erano e sono sempre stati consapevoli che il fascismo senza Mussolini era del tutto inesistente, forse dovrebbero ricordarselo ancora in tanti, dopo piazzale Loreto. Così fu lo stesso Grandi a perorare affinché le dimissioni di Mussolini fossero respinte. Lui fece finta di niente, si limitò ad un piccolo rimpasto, sostituendo Rossi da vicesegretario, ed affidandogli l’incarico di consigliere personale, con Michele Bianchi, altro suo uomo di fiducia, ma preparando nel frattempo la trasformazione del suo movimento in un vero e proprio partito. Più di tutti temeva che Turati fosse chiamato al governo e che, con ciò, il suo fascismo potesse essere messo ai margini, ma il massimalismo socialista giocava a suo favore alla grande, e lo stesso Congresso dei popolari dimostrò che ogni intesa con i socialisti non era nemmeno opinabile, confinando così i riformisti in una sorta di ghetto parlamentare.

Mussolini, invece, ne approfittò per un progressivo avvicinamento ai cattolici, da bestemmiatore incallito si preparava all’acquasantiera per potersi accreditare in quella che ormai apertamente chiamava “destra”, mai aveva nominato prima questa parola che ora invece diventava addirittura magica, per imbonire i suoi avversari interni. Nel successivo Congresso Grandi considerò la questione del patto superata dall’azione dei singoli Fasci, mentre Mussolini propose lo scambio che gli avrebbe consentito di mettere finalmente sotto controllo lo squadrismo: avrebbe rinnegato il patto in nome della trasformazione del movimento in Partito Nazionale Fascista. Mussolini ebbe la meglio, l’unico vero oppositore che gli restava era Farinacci, squadrista e massone, che però venne escluso da tutti gli organi direttivi. Era finito il suo periodo rivoluzionario ed iniziava quello in cui egli preparava prima la conquista del potere parlamentare e poi dell’intero paese, rinnegando tutto ciò che “di sinistra” aveva potuto dare impulso iniziale alla sua azione e diventando così l’alfiere di una destra nazionale da trasformare in regime.

Mussolini però non era proprio uomo di destra e volto a cedere il suo appoggio pedissequamente ai nazionalisti, facendo così ringalluzzire il suo ras piemontese De Vecchi, tanto attaccato al trono quanto all’altare, egli nutriva al contrario per i nazionalisti, in fondo, un sovrano disprezzo ma li riteneva molto utili, e mandò avanti contro di loro Grandi, massone di tendenze repubblicane, ad avvertirli che non era il fascismo a doversi identificare con loro, ma loro nel fascismo. Tutte le categorie erano destinate a cadere in nome del fascismo mussolinista, vero vertice dell’azione del futuro Duce, vero suo sommo obiettivo da sempre: identificare lo Stato nel fascismo ed il fascismo con il suo Duce. Mussolini poteva così prepararsi ad indossare le vesti dell’uomo d’ordine e la tonaca dell’uomo della Provvidenza, le camicie azzurre ben presto gli dettero ragione, vestendosi anch’esse di nero, più disposte a inseguire il suo mito piuttosto che quello della nazione.

Restava solo qualche fascista purista, ancora innamorato del sogno rivoluzionario fiumano, come Marsich, ras dello squadrismo giuliano, non perdonava a Mussolini di avere preso il posto che spettava a D’Annunzio, senza capire che lo stesso Vate, che conosceva Mussolini meglio di tanti, non aveva nessuna intenzione di soffiargli il posto. Il suo cuore e la sua anima erano rimasti sepolti sotto le macerie del bombardamento di Fiume, con i suoi legionari morti ammazzati da altri italiani, lui non aveva voluto ripetere il gesto di Garibaldi sull’Aspromonte. Avrebbe voluto piuttosto immolarsi per denunciare la meschinità di una Italia che era disposta a tutto pur di rinnegare se stessa ed i suoi figli migliori, dopo che essi stessi avevano dato tutto per la loro Patria. Giolitti non meritava altro che l’indifferenza, una sovrana e stellare indifferenza. Così Marsich venne messo da parte da un Mussolini che lo accusava di volere una marcia su Roma, quando a Roma il fascismo c’era già.

In effetti, lui la marcia non la farà mai, anche quando i suoi si decideranno a partire per la scampagnata romana, tornerà semplicemente in treno nella capitale a prendesi un incarico quando il re gli spalancherà le porte, invitato a farlo da una rassicurante Massoneria.

© 16 continua

Carlo Felici

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