martedì, 22 Gennaio, 2019

Gli aspetti della “Grande Migrazione” trascurati dall’Europa

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Con il libro “L’ospite e il nemico. La Grande Migrazione e l’Europa”, Raffaele Simone, noto linguista e saggista su temi politico-sociali, volge “uno sguardo analitico” su alcuni aspetti del grande fenomeno migratorio che da diversi anni sta conducendo milioni di persone, in fuga da molti Paesi dell’Africa e dell’Asia, verso il continente europeo, nella speranza di trovarvi “salvezza e benessere”. Simone giustifica lo “sguardo analitico” sul fenomeno perché convinto che, per affrontare i gravi aspetti che esso presenta, occorra “un’approfondita, perfino spietata analisi”, condotta da tutti punti di vista dai quali il fenomeno può essere considerato, affrancandolo il più possibile dalle “nebbie” ideologiche che lo avvolgono e che ne distorcono la comprensione.
Sul fenomeno della “Grande Migrazione” si sono espressi specialisti di ogni disciplina sociale: scienziati politici, storici, economisti, demografi, sociologi, filosofi e finanche psichiatri. I punti di vista sono stati quindi numerosi, ma l’invasività delle ideologie è stata “debordante”; infatti, le conclusioni degli specialisti sono state per lo più da esse “infiltrate” e sulla base dei postulati semplicistici e infondati adottati, hanno offerto del fenomeno delle interpretazioni che sono valse ad “inquinare” quelle conclusioni, o quantomeno a renderle opache. Le interpretazioni delle conclusioni delle analisi specialistiche sono così risultate divise tra due specifici e contrapposti fronti: da un lato, le interpretazioni che considerano la “Grande Migrazione un fenomeno naturale e inevitabile, perfino benefico” che, pur essendo destinato a durare, “non arriverà a turbare davvero l’ambiente europeo”; sull’altro fronte, le interpretazioni che sottolineano i rischi politici, economici e sociali che il fenomeno può comportare.

Il guaio è che ad essere portatrici di queste ultime interpretazioni sono le ideologie di destra, lasciate quasi sole – nota Simone – a sottolineare quei rischi; ciò è valso a favorire l’affermazione di formazioni politiche che a quelle ideologie si sono ispirate, raccogliendo il consenso della “gente”, ovvero di quanti, sempre più numerosi, hanno cominciato a nutrire la “paura” che gli immigrati possano sottrarre risorse ai nativi e, quel che più conta, stravolgere per sempre il volto e le tradizioni del Vecchio Continente.
Si può dire per questo, si chiede Simone, che la gente sbagli? Di fatto, quasi tutti i governi dei Paesi europei hanno trascurato il sentimento di paura del popolo, adottando prevalentemente misure e provvedimenti che sono risultati inidonei a rimuoverlo, dando luogo ad una “drammatica sfasatura tra governanti e governati”. Il risultato dell’inappropriata azione governativa, conclude Simone, è che l’inizio del XXI secolo, proprio a causa della Grande Migrazione, l’Europa “sia politicamente in subbuglio“ e che le destre abbiano “preso il sopravvento in parecchi Paesi” e la loro avanzata sembri inarrestabile.

Quanto sta accadendo nei diversi Paesi europei attesta il forte impatto dei grandi flussi migratori dall’Africa e dall’Asia sulle condizioni di vita economica, sociale e politica dell’Europa; a rafforzare l’impatto contribuiscono diversi fattori, storici, culturali e contingenti, che fanno capire come essere a favore o contro il fenomeno della Grande Migrazione sia privo di senso, perché significherebbe – afferma giustamente Simone – schierarsi a favore o contro una calamità naturale; al contrario, è molto più assennato cercare di capire la natura del fenomeno migratorio e, considerato che esso è destinato a durare nel tempo, pensare che è da responsabili chiedersi cosa potrà comportare per le società europee. Ciò, al fine di “organizzare risposte adeguate prima che a fornirle siano i fatti”.

Sono stati molti i tentativi, compiuti soprattutto dai demografi, volti a fugare ogni motivo di preoccupazione connesso al continuo ingrossarsi dei flussi migratori, sulla base della tesi che, almeno nel caso dell’Italia, esso avrebbe contribuito a porre rimedio agli squilibri che il basso tasso di natalità del Paese sta provocando nella distribuzione per classi di età della popolazione; l’opinione pubblica ha, al contrario, percepito che la tendenza del fenomeno a crescere e a durare non si sarebbe esaurita in tempi brevi, stante il forte aumento esplosivo delle popolazioni dei Paesi d’origine dei migranti.
Sempre con l’intento di abbassare il livello di paura che la Grande Migrazione induce nella gente, si è fatto ricorso, ricorda Simone, al confronto della migrazione attuale con le Invasioni Barbariche (o, per usare un’espressione meno carica di valore, con le Migrazioni dei Popoli, secondo la tradizione storica tedesca) che sono valse a determinare la crisi dell’Impero Romano. Anche allora, l’Impero si è trovato a dover fare fronte a un fenomeno straordinario che non è riuscito, né a governare, né ad interpretare; nello steso modo, per l’Europa occidentale, a partire dalla fine del secolo scorso, il problema dei migranti è diventato un fattore primario del disagio politico all’interno dell’Unione Europea; anzi, a parere di Simone, ha dato origine ad “uno dei dossier più esplosivi del panorama politico europeo”, per cui il problema dei flussi migratori è stato politicizzato, prima ancora di essere analizzato per comprenderne tutte le implicazioni, come invece sarebbe stato necessario.

L’effetto finale delle antiche Migrazioni dei Popoli è stata la dissoluzione dell’Impero Romano, la creazione di nuovi Stati, un rimescolamento demografico e culturale e l’inizio di una nuova condizione politica all’interno dell’Impero in disfacimento. Come inquadrare dal punto di vista storico – si chiede Simone – quanto è accaduto nel passato? Ha esso dato origine ad un mondo nuovo o ha provocato una catastrofe? Oggi, a distanza di secoli, “si può anche accettare la prima interpretazione”; occorre però tenere presente che, come riportano le cronache del tempo, la gente di allora non la pensava diversamente dai nostri contemporanei. Prevalendo le interpretazioni ideologiche della Grande Migrazione dei tempi nostri, nessuno può dire se anche questa, come allora le Migrazioni dei Popoli, culminerà nella creazione di un mondo nuovo o in una catastrofe; comunque la si pensi, Simone è del parere che le analogie tra i due fenomeni esistono e sono così evidenti che sarebbe quantomeno opportuno farne oggetto di qualche riflessione utile per il governo del fenomeno attuale.

Invece, di fronte alla Grande Migrazione, una parte preponderante della classe politica ha ostentato tranquillità, nella certezza che a difendere il Vecchio Continente sarebbe stato il robusto presidio rappresentato dall’Unione Europea, con “la coscienza e la cultura che essa ospita, il suo ripudio delle guerre, la tradizione mite e generosa che la caratterizza”. Si è avuta così, da parte della maggioranza della classe politica europea, la disponibilità ad “accettare un’”Europa popolata fittamente di immigrati […], con mentalità, usanze e religioni diverse”; disponibilità che implicava il disegno di “un futuro di ‘integrazione’ dei nuovi arrivati nella compagine europea”, senza la benché minima preoccupata considerazione che alla fine, la Grande Migrazione, in assenza di un suo efficace governo, avrebbe prodotto solo “un rivolgimento profondo della situazione precedente”.
Tra qualche generazione, conclude Simone, sarà possibile valutare con precisione l’impatto dell’integrazione spontanea e senza regole degli immigrati sulla struttura economica, sociale e politica dell’Europa; si tratterà, probabilmente, di un impatto che per l’Europa Comunitaria, in mancanza di una prospettiva d’azione razionale e responsabile, si tradurrà in “uno dei tratti più decisi di quel Mondo Nuovo che la globalizzazione sta apparecchiando, se non il preannuncio di un nuovo ordine mondiale”.

Perché i Paesi europei, viene spontaneo chiedersi, sono giunti al punto di non disporre ancora oggi (nonostante che il fenomeno dell’immigrazione abbia iniziato ad assumere dimensioni preoccupanti sin dalla fine del secolo scorso) di una chiara visione con cui affrontare, in termini meno improvvisati e casuali, i problemi posti dall’accesso al proprio territorio di consistenti flussi di persone che, per ragioni economiche e di sicurezza, decidevano di abbandonare i loro Paesi d’origine?
Secondo Simone, il fenomeno della Grande Migrazione poteva essere considerato “secondo due punti di vista opposti e reciprocamente esclusivi”; la scelta dell’uno o dell’altro dipendeva, sia dalla conoscenza tendenzialmente obiettiva della quale l’Europa disponeva, sia “da una pura e semplice presa di posizione ideologica; ma anche da un insieme di elementi derivati da entrambi i punti di vista. I dati di fatto sul problema migratorio potevano giustificare la scelta tanto dell’uno quanto dell’altro punto di vista; scelta, però, non indifferente, nei confronti delle modalità con cui affrontare il problema.
Il primo punto di vista (che Simone denomina “Europa Colpevole”) poteva essere giustificato sulla base dei dati storici, secondo i quali la Grande Migrazione era la “risposta tardiva” ai secoli di sfruttamento coloniale dei Paesi europei (e, in generale, dell’intero Occidente) perpetrato ai danni dei Paesi d’origine dei migranti. In sintesi, quindi, dal punto di vista dell’Europa Colpevole, la Grande Migrazione poteva essere percepita dai Paesi europei “come un evento storicamente inevitabile, eticamente giusto e economicamente conveniente”, cui l’Europa avrebbe dovuto sottostare, pagando il “prezzo di secoli di sfruttamento e di stermini”.

Il secondo punto di vista (che Simone denomina “Grande Sostituzione”), invece, pur potendo essere giustificato sulla base delle stesse considerazioni del primo, la Grande Migrazione poteva essere percepita come il disegno (spontaneo o pensato) volto a riversare in Europa (o, in generale, in tutto l’Occidente) una consistente massa di immigrati, per realizzare la Grande Sostituzione, “cioè il graduale rimpiazzo dell’intera popolazione europea coi nuovi arrivati”, che avrebbe potuto verificarsi “anche in modo pacifico e rispettando le regole democratiche”, con la costituzione di “partiti politici”, che a un certo punto potevano vincere le elezioni.
Poiché i dati di fatto potevano giustificare l’adozione tanto del primo quanto del secondo punto di vista era difficile – afferma Simone – individuare quale potesse essere per i Paesi europei la scelta più conveniente; essendo quindi priva di cognizione di causa, l’Europa ha affrontato la sfida “rispolverando l’unico dispositivo che aveva a disposizione: l’atteggiamento mite e umano, emozionale e irenico, lo spirito di accoglienza generalizzato”. Ciò ha comportato che l’approccio al problema della immigrazione fosse ispirato da un globale spirito di accoglienza, aperto a riconoscere molte più “affinità tra i migranti e gli europei che riflettere sulle numerose e inevitabili differenze”.

Questo tipo di approccio si è tradotto, secondo Simone, in un “fatale errore d’origine”, che spiega il succedersi degli eventi politici, allorché le dimensioni dei flussi migratori hanno assunto la consistenza degli anni 2014-2016; i Paesi dell’Unione Europea hanno scaricato egoisticamente sull’Italia il problema dell’accoglienza, dando origine ad un disordine che ha investito l’intera Europa. La conseguenza di tale disordine è stata che i Paesi europei hanno solo cercato di fare fronte all’emergenza migratoria, stabilendo litigiosamente le quote di migranti che ognuno di essi avrebbe dovuto accogliere, senza che fosse evitata la creazione di coalizioni tra alcuni Paesi membri dell’Unione, che sono giunte perfino a rifiutare qualsiasi principio di ripartizione.

Gli accordi, di volta in volta raggiunti, non hanno evitato l’incombenza che gli esiti dell’emergenza, oltre che nell’immediato, si ripercuotessero anche nel breve e nel lungo periodo. Simone, al riguardo, prevede che saranno poco appropriate le misure che i Paesi europei adotteranno per l’immediato e il medio periodo; egli però trascura ciò che essi potrebbero da subito decidere di fare nel lungo periodo, proprio per evitare il pericolo che l’inadeguata soluzione dei problemi posti dalla Grande Migrazione nel breve e nel medio periodo, costringa i Paesi dell’Unione ad adottare “obtorto collo” una delle due soluzioni (dell’Europa Colpevole e della Grande Sostituzione) prefigurate da Simone.

Nell’immediato, l’accoglimento delle “quote” da parte dei singoli Paesi coinvolti ha comportato l’”appesantimento” dei singoli welfare, non essendo i nuovi beneficiari in grado di assicurare alcun contributo alla formazione del prodotto sociale; inoltre, la lentezza con cui si è proceduto a risolvere i problemi connessi con la “regolarizzazione” della presenza degli immigrati ha fatto sì che migliaia di questi ultimi si riversassero nelle città, provocando in molti casi la reazione della gente; su questo punto, l’Istituto Chatam House (un centro studi britannico, specializzato in analisi geopolitiche e delle tendenze politico-economiche globali), in una ricerca condotta nel 2017 in alcuni Paesi europei (tra i quali, Polonia, Austria, Germania, Italia, Regno Unito, Spagna), ha accertato che il 55% degli intervistati riteneva necessario che, per evitare i disagi dovuti all’”invasione” delle città, fosse necessario impedire ogni ulteriore afflusso di migranti. In sostanza, nell’immediato, il governo del fenomeno migratorio da parte dei Paesi europei non era condiviso dalla maggioranza dell’opinione pubblica. Di ciò hanno approfittato i movimenti di estrema destra che, sfruttando la paura indotta dalla presenza dei “diversi” e dall’aumento della spesa pubblica determinato dal loro mantenimento, hanno conseguito in tutta l’Europa affermazioni elettorali, a spese delle forze tradizionali della sinistra.

Non meno grave è la prospettiva che nel medio periodo i Paesi europei hanno davanti a sé per risolvere il problema dell’integrazione del migranti accolti. In capo a vent’anni (tanti sono convenzionalmente quelli coi quali è definito il medio periodo), i migranti dovrebbero essere “educati”, professionalizzati e definitivamente regolarizzati; inoltre, si dovrebbe trovare loro un lavoro per renderne pacifica la convivenza con i nativi. Poiché si tenterà di risolvere i problemi di medio periodo senza la soluzione adeguata di quelli immediati, la reazione da parte delle gente, o del popolo che dir si voglia, non potrà che tradursi in xenofobia e in comportamenti elettorali propensi a premiare le forze della destra.

Le negligenze dei governanti nel non aver preso in seria considerazione i sentimenti e le reazioni dei governati, aggravate dall’effetto paralizzante fatto pesare su chi critica quelle negligenze, non potrà che essere, conclude Simone, una maggior diffusione della xenofobia, cioè del senso di paura, originato dalla “minaccia, vera o immaginaria, che gli ‘stranieri’ portano al benessere e alla sopravvivenza dei nativi”.
Qui sovviene l’opzione di lungo periodo, trascurata da Simone, alla quale i Paesi europei dovrebbero necessariamente volgere la loro riflessione, se vogliono realmente rimediare agli esiti indesiderati delle loro negligenze; se essi vogliono evitare che la xenofobia (cioè, come la parola esprime, la paura dello straniero) degradi in razzismo, ma sia invece convertita in tolleranza e accettazione, occorrerà che i Paesi europei abbandonino l’egoismo e la litigiosità che sinora li ha resi incapaci di elaborare un atteggiamento appropriato alla soluzione dei problemi posti dalla Grande Migrazione, e decidano una buona volta un’azione comune, intervenendo nei Paesi d’origine dei migranti, non solo per “bene ordinarli” sul piano politico, ma anche per promuovere, sia un processo di crescita quantitativa in ciascuno di essi, sia uno sviluppo qualitativo dei loro sistemi sociali.

Gianfranco Sabattini

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