martedì, 24 Novembre, 2020

Gli invisibili, la comunità sikh e le sue storie drammatiche

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Quando ho finito di leggere il libro di Marco Omizzolo, “Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana”, per i tipi della Feltrinelli, sono tornato alla copertina, per altro molto bella. In alto a destra, viene specificato che il testo è catalogato tra le “Ricerche”. Mi è sembrato non dico riduttivo, ma forse (anche per forza di cose) incompleto, perché il libro è tanto altro. È certo una ricerca sul campo da parte di un sociologo “partigiano”, che quasi per caso ha iniziato ad indagare, per la sua tesi di dottorato, la comunità sikh dell’Agro Pontino. Ma che poi è diventata una storia complessa e articolata, in cui la terzietà del ricercatore, pur tentando sempre di non uscire dai canoni della sua scienza, ha dovuto “fare i conti” con l’impegno personale, per tentare di dare ad un’intera comunità gli strumenti necessari per conoscere e riconoscersi: al fine di tagliare le catene dello sfruttamento a cui è da decenni inchiodata. Il libro è scritto in prima persona, ricordando per i temi trattati il famoso “Furore” di John Steinbeck, soprattutto perché anche qui troviamo violenza, sopraffazione, miseria, sfruttamento, angherie. E la famosa arteria americana del coast to coast, la road 66, può essere tranquillamente sostituita con la tratta (stradale e degli schiavi) che collega il Punjab con l’Italia.

Siamo in provincia di Latina, in quel lembo di terra che va da Fondi quasi a fin sotto Roma. Dove il piattume del paesaggio viene scosso solo dai brulli monti Lepini. Da taglio strada è una vista abbastanza monotona. Ma se ti inerpichi su, sui pendii setini, lo scenario cambia. Sotto gli occhi ti appare una terra dove è visibile tutta l’ingegneria della mano umana: uno spettacolo mozzafiato di una creazione, si, artificiale, ma non di meno stupefacente, che ha rubato il posto a quel “grandioso deserto paludoso e malarico, in cui pascolavano le greggi e le mandrie dei bufali neri e mostruosi che non temono il fango”, diventando una pianura fertile e florida.
Omizzolo ha iniziato ad intervistare i braccianti sikh, entrando nelle loro case che, mentre si legge, pare di vedere. Certo umili, ma quasi mai in disordine e con le onnipresenti patate e cipolle accatastate in qualche angolo.
Le storie di cui annotava, “prese un po’ a casaccio”, portavano alla luce condizioni di vita e lavoro drammatiche, che si ripetevano con una certa regolarità, con accenti e caratteristiche simili. Bisognava metterle insieme. Ma ogni attività logica che cerca risposte, ha bisogno prima di tutto di farsi le giuste domande. Che a volte possono sembrare anche banali, ma che risultano essere essenziali.

Quindi, perché gli indiani, pur dopo anni di vita nel nostro paese e lavorando formalmente anche in maniera regolare, continuano a girare sempre (e con immenso pericolo) su accrocchi di bici o, al massimo, su catorci di motorini? Perché, nonostante la lunga stanzialità, parlano un pessimo italiano? Erano, questi, sintomi di cogente e persistente povertà. Di chiusura verso il mondo esterno, anche quello dei minimi servizi.
Nel libro, oltre a fatti e vicende, vengono raccontati anche gli uomini, o forse sarebbe meglio dire le persone. Come Bhupal Singh, che non avendo rinnovato il permesso di soggiorno, perché era costretto a lavorare in nero, aveva paura ad entrare in ospedale per farsi curare la sua schiena, il cui dolore non lo lasciava un momento. O come Gopal Singh, che prima di giungere in Italia aveva girovagato tra Germania, Inghilterra, Arabia Saudita e Francia. Il suo padrone italiano gli promise mille euro al mese. Ne ha visti sempre e solo duecento o trecento. E quando parlò di questo ad un giornalista locale, all’indomani, mentre pedalava, un furgoncino lo ha stretto verso il fossato, facendolo cadere. Poi, si è trovato due uomini addosso che lo hanno picchiato selvaggiamente.
La comunità sikh in provincia di Latina conta circa ventimila persone. Un “comunità di sole braccia”, sfruttata da “una rete criminale che si posiziona spesso in un’area grigia, sfuggente al sistema dei controlli formali grazie alla sua capacità di mimetizzarsi e di mediare il conflitto, e poi in un’area nera, caratterizzata da illegalità e violenza”, grazie anche ad avvocati doppiogiochisti e commercialisti ligi agli interessi del padrone. Mentre, per sopportare la fatica, molti braccianti si drogano con l’oppio o si dopano. Pratiche vissute anche con vergogna, perché contrarie alla propria religione e alla propria cultura.

Dietro ogni “schiavitù di massa” c’è una tratta. Ed Omizzolo l’ha voluta vedere con i suoi occhi, partendo per un viaggio nel Punjab, che gli “permise di analizzare il sistema di tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo. Un business milionario e criminale che per la prima volta veniva osservato, studiato e poi denunciato”. Trascorse tre mesi in India, “un gigante con i piedi che affondano nella storia della civiltà”. Ma la povertà era visibile in quelle “baracche di fango ai bordi di negozi improvvisati, capanne rette tre bastoni di legno e coperte con nylon nero dove abitavano donne e bambini che per via della tristezza dei loro occhi mi sembravano lontani migliaia di chilometri”.

L’autore verificò che il marcio non stava solo nei padroni sfruttatori, ma anche all’interno della comunità indiana. Simbolo ne era proprio il rappresentante di essa, tale Samir Singh. Un taglieggiatore della sua gente, che opprimeva con la paura e la violenza se necessario.
Ed i frutti arrivarono. Il 25 marzo 2016 un manipolo di braccianti non indietreggiò davanti alle minacce del padrone. Erano stanchi di subire violenze e vessazioni, di cui avevano anche prova nei video che avevano girato di nascosto nei campi. Rivendicavano il loro vero salario, contro un padrone prima falsamente accondiscendente, ma poi di nuovo recalcitrante. Decisero, così, grazi anche alla presenza di Omizzolo, di occupare le terre pacificamente. Il padrone, alla fine, cedette. Era in moto un processo importante, culminato nello sciopero del 18 aprile 2016. Il primo in Italia dei braccianti indiani.

Questa è una storia di lotta, dura e aspra, prima di tutto contro l’indifferenza e contro una cecità non di rado di convenienza. Non è ancora una storia che racconta di una vittoria assoluta, come si sul dire, su tutta la linea. Ma qualcosa nell’immobilismo di decenni, fatto di sfruttamento, violenze, vessazioni e morte, si muove. Omizzolo ha capito che non basta la determinazione, positiva che sia, proveniente dall’esterno a cambiare le cose. È fondamentale l’autocoscienza di chi il problema lo vive. Da qui nasce l’autotutela, come portato di una identità nuova, dove i diritti si sentono propri e per questo si combatte per il loro riconoscimento. Luigi Einaudi, non un pericoloso rivoluzionario della Prima internazionale, sottolineava il suo “invincibile scetticismo, anzi quasi la ripugnanza fisica per le provvidenze che vengono dal di fuori […] col paternalismo” ed aveva simpatia viva per gli sforzi di coloro i quali vogliono elevarsi da sé lottando […]”1. Noi sappiamo che l’intervento esterno di Marco Omizzolo è stato fondamentale. Lui, però, sapeva che non sarebbe stato sufficiente, come i suoi risultati non duraturi, se non si fosse creata una coscienza che qualcuno potrebbe definire di classe. Ma o compagni o fratelli, la differenza, in questo caso, è nulla.

 

Raffaele Tedesco

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