lunedì, 28 Settembre, 2020

Usa-Iran e il teorema di Cipolla. Il disastro della Casa Bianca

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Il famoso “teorema di Cipolla“ (l’economista Carlo, che fu professore emerito a Barkeley) classifica l’intelligenza e stupidità degli uomini in base al risultato pratico del loro comportamento. Indica pertanto come quella migliore la performance di chi giova a se stesso e agli altri; come la peggiore quella di chi danneggia allo stesso tempo se stesso e gli altri, dimostrandosi così nel contempo egoista e inetto. Dispiace banalizzare una situazione potenzialmente devastante a livello mondiale, ma proprio gli ultimi sviluppi collocano purtroppo in quest’ultima categoria la performance storica degli Stati Uniti in Iraq. Supponiamo che l’Iran costituisca davvero nel Medio Oriente il principale pericolo per Washington (“supponiamo“, perché secondo molti non è affatto così). In tal caso, gli americani hanno fatto una guerra sacrificando migliaia di soldati e spendendo centinaia di miliardi di dollari. Per cosa? Per cacciare un governo arci nemico di Teheran e per portare conseguentemente l’Iraq sotto la crescente influenza iraniana. Della quale sono un simbolo impressionante gli ultimi sviluppi a Baghdad. Prima una folla immensa, con il primo ministro Mahdi, che piange come “martire” il generale Soleimani ucciso da Trump come “terrorista”. Poi il Parlamento a maggioranza filo iraniana (Washington voleva la democrazia, no?) che delibera la cacciata degli americani dall’Iraq.

La Casa Bianca ha provocato un disastro per il proprio Paese e naturalmente anche per l’Iraq. Che è stato liberato, sì, da un infame dittatore come Saddam Hussein, il quale uccideva decina di oppositori all’anno e ne incarcerava centinaia. Ma ha perso decine di migliaia di vite nella guerra contro gli americani ed è poi precipitato nella guerra civile, che ha provocato altre migliaia di morti all’anno, oltre a danni economici catastrofici. Saddam Hussein era inoltre un laico, spietato sterminatore dei fanatici religiosi. Via lui, intere aree del Paese sono caduta nelle mani dei terroristi islamici e dell’Isis, per essere poi riconquistate grazie a nuovi sacrifici e alle milizie scite filo iraniane: quelle appunto guidate a distanza dal generale Soleimani e inserite a pieno titolo nelle Forze Armate regolari iraqene.
La catastrofe dell’Iraq è colpa dei soli americani e del britannico Blair. Non certo dell’Europa, dove Francia e Germania si sono opposte (non l’Italia guidata da Berlusconi). Ma i successivi disastri in Medio Oriente portano la firma dell’intero Occidente. Volevamo cacciare il dittatore Assad per portare la democrazia in Siria. Il risultato è che abbiamo avuto una guerra civile entrata nel suo ottavo anno, oltre 300 mila morti, uno Stato dell’Isis eliminato a caro prezzo (come in Iraq), milioni di profughi verso l’Europa. E Assad è ancora lì. Peggio. E’ ancora lì dopo che Mosca ha ristabilito sulla Siria una egemonia simile a quella dell’Unione Sovietica nei suoi tempi d’oro.

Storia simile in Libia (e qui il povero Berlusconi non era d’accordo). Diversamente dalla Siria, è stato sì cacciato e ucciso il dittatore Gheddafi. Ma il Paese non si è più ripreso, è precipitato in una guerra civile che dura da nove anni, rischia di diventare un “failed State” (uno “Stato fallito”) come l’Iraq. Anche qui con un ruolo crescente di Mosca e anche della Turchia, che sta mandando i suoi soldati. Si. Proprio quelli che cacciammo ai tempi di “Tripoli bel suol d’amore”. I turchi (in Libia e non solo) sono in espansione e noi in ritirata. Ma allora a Roma c’erano Giolitti e il suo ministro degli Esteri marchese di San Giuliano, temuto e rispettato in tutte le Cancellerie del tempo. Non Conte e Di Maio.
Per concludere il bilancio dell’Occidente nel mondo islamico, si arriva all’Afghanistan, dove dopo quasi vent’anni di presenza militare (anche italiana) i talebani non sono stati affatto cancellati (anzi). i morti si ammucchiano, le spese e la guerra civile continuano. Al punto che a Washington ha sollevato scandalo un rapporto sconcertante appena svelato dal New York Times: vi si legge che nessuno, né al Pentagono né al Dipartimento di Stato, sa più perché e per cosa gli americani siano lì.

Proprio partendo dall’ Afganistan, una mia piccola esperienza diretta può portare a una riflessione più generale. All’inizio del 2000, servivo al ministero degli Esteri come sottosegretario. L’ex re dell’Afganistan Mohammed Shah Zahir, un vecchio capo tribale ancora autorevole e rispettato assolutamente da tutti, abitava in esilio all’Olgiata ed era diventato un amico dell’Italia. C’era la guerra tra i talebani che controllavano Kabul e il generale Massud (laico) che si era radicato nel Nord. Emergency di Gino Strada gestiva due ospedali: uno a Kabul e uno, sul fronte opposto, nell’area controllata dall’Alleanza del Nord. Forse in modo velleitario, pensavamo che l’Italia potesse trattare con entrambi e fare da “facilitatore” nell’aprire la strada a una trattativa di pace gestita innanzitutto dagli americani. Incontrai Muttawakil, ministro degli Esteri talebano e portavoce del leader Mullah Omar (che non si faceva vedere mai). E anche il generale Massud. Concordammo la possibilità di un “corridoio umanitario” tra i due ospedali che speravamo diventasse il primo passo per un dialogo. Le cose da farsi nel contempo erano assolutamente evidenti: Washington doveva aiutare il generale Massud per rendere chiaro ai talebani che non potevano vincere sul piano militare e che pertanto dovevano trattare. Bisognava anche premere su di loro perché isolassero Bin Laden, che stava in Afganistan e che aveva da poco organizzato un attentato terroristico contro gli americani uccidendo diciassette marinai sul cacciatorpediniere Cole al largo dello Yemen. Gli Stati Uniti non fecero nulla di tutto questo. Qualche mese dopo, Bin Laden attaccò le torri gemelle e, come mossa propedeutica, uccise poco prima Massud con una telecamera imbottita di tritolo.

Tornato dall’Afganistan, ricevevo a Roma la visita di un garbato professore americano della Rand Corporation (un centro studi vicino ai repubblicani). Riferivo con la diligenza di un leale alleato, perché capivo che non era soltanto un professore. E qui nasce la riflessione più generale. Perché mai gli americani tendono sempre a cadere nella performance peggiore tra quelle del “teorema di Cipolla”? Sono disinformati o incompetenti? Niente affatto. Il garbato professore era Zalmay Khalilzad, era nato in Afghanistan, dove andava e veniva continuamente, parlava perfettamente pashtun, sarebbe diventato dopo l’invasione americana ambasciatore a Kabul (lo chiamavano il vice re), poi ambasciatore a Baghdad e infine rappresentante degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite. Aveva, come è evidente, una cultura strategica immensamente superiore alla mia e sapeva assolutamente tutto sull’Afganistan, dove aveva contribuito a organizzare la resistenza contro i sovietici dei mujaheddin e delle “brigate internazionali islamiche” (in cui rivestiva un ruolo importante proprio il saudita Bin Laden). Tuttavia, le cose sono finite come si è visto. Si potrebbe aggiungere che il diretto superiore di Khalilzad, come segretario di Stato, era la brillante professoressa Condoleeza Rice: un’altra personalità di straordinario spessore.

E allora? La contraddizione clamorosa tra le grandi capacità dell’establishment americano e la disastrosa natura dei suoi risultati resta un mistero. Almeno per me. Nel caso dell’Afghanistan poi, il mistero si accompagna a un tragico gioco dell’oca, in cui si ritorna al punto di partenza. Khalilzad infatti è stato nominato da Trump suo rappresentante speciale per la trattativa di pace in Afganistan. E si può giurare che (come si doveva fare vent’anni fa), tra i suoi interlocutori ci sia proprio Muttawakil, ritornato a Kabul dopo una lunga detenzione (anche a Guantanamo) e considerato un “talebano moderato”. Insieme a Abdul Zaif, suo vecchio amico, da lui nominato a suo tempo ambasciatore in Pakistan, ovvero nel Paese strettamente alleato degli Stati Uniti che pure, come diceva a me il povero Massud, ha sempre aiutato e finanziato i talebani. Speriamo che non finisca come in Iraq. Certo, non depongono bene i precedenti storici. Nel diciannovesimo secolo, il “gioco dell’oca”, per la sua interminabile catena di morti tra le grandi potenze in conflitto perenne (e irrisolvibile), si chiamava “la danza degli spettri”.

Ugo Intini
(Il Dubbio)

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