sabato, 4 Luglio, 2020

Gli Usa lasciano l’Afghanistan ai nemici di vent’anni fa

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L’accordo di pace tra Stati Uniti e talebani (se reggerà) è certo una buona notizia. Meglio tardi che mai. Nel dicembre scorso, il Washington Post rivelò documenti riservati dai quali risultava che nessuno, né nelle forze armate, né del governo, capiva perché e con quali obiettivi gli americani continuassero a stare in Afghanistan. Seguirono smentite furiose. Ma alla fine si sono tratte le conseguenze: gli americani se ne vanno consentendo tra l’altro a Trump di presentare il ritiro come un suo successo in campagna elettorale.
Molti adesso paragonano l’Afghanistan al Vietnam. Ma regge meglio il parallelismo con l’Iraq. Dopo l’11 settembre, sulla spinta dell’emozione, gli americani occuparono facilmente e trionfalmente Baghdad e Kabul. Se ne sono andati dall’Iraq lasciandolo a nemici diversi e forse per loro peggiori di Saddam, ovvero ai filo iraniani. Se ne vanno dall’Afghanistan lasciandolo esattamente agli stessi nemici di vent’anni fa: ai talebani. Dopo aver sacrificato la vita di oltre 2.400 soldati e aver speso mille miliardi di dollari.

Gli insegnamenti sono tanti. Il primo è che bisogna sempre ricordare la storia. Nell’Ottocento, il frenetico movimento degli eserciti coloniali in Afghanistan veniva chiamato la “danza degli spettri”. Perché gli attori si agitavano senza futuro (anzi, essendo-senza saperlo- già morti).
Un insegnamento strategico è che per vincere una guerra non basta neppure mettere i “boots on the ground” (gli stivali dei soldati sul terreno). Bisogna tenerceli a lungo e soprattutto avere il coraggio di muoverli nelle aree più pericolose. Se lo si evita per non rischiare la vita e si ricorre ai soli bombardamenti (o ai droni) si uccidono anche i civili, provocando l’odio della popolazione e la premessa per la sconfitta definitiva.
Un pessimo insegnamento (verso l’intero mondo islamico) è che non conviene fidarsi degli occidentali. I ceti urbani dell’Afghanistan, le donne desiderose di emancipazione, i giovani istruiti e aperti al mondo speravano che gli americani portassero un futuro di democrazia e modernità. Non vorremmo essere nei loro panni dopo il ritorno dell’emirato (così si chiamerà) talebano.

A Teheran, da un lato ci si deve preoccupare. La minoranza scita dell’Afghanistan potrebbe nuovamente riversare un’ondata di profughi al di là del confine. Se i talebani riprenderanno a finanziarsi con la droga (come hanno sempre fatto) i carichi passeranno dalle montagne iraniane e una parte penetrerà, avvelenandolo, nel Paese. Dall’altro lato però a Teheran si sorride. Come diceva infatti Mao ai tempi del Vietnam, gli iraniani trovano conferma che l’America è una “tigre di carta“.
Anche a Mosca ci si deve preoccupare. L’Armata Rossa era intervenuta in Afghanistan (tra l’altro) perché temeva che i talebani diffondessero la peste del fanatismo islamico nelle Repubbliche prevalentemente musulmane dell’Unione Sovietica. La minaccia oggi si ripresenta e Putin prende nota che l’America non è un alleato affidabile nella lotta al fondamentalismo.

Questo tema-il fondamentalismo-è in effetti il più allarmante. Quale messaggio arriva sul piano propagandistico e psicologico? Protagonista dell’accordo è stato il Qatar. Che ha ottenuto un sensazionale successo e moltiplicarlo suo prestigio. Ma il Qatar (ed è riuscito nella mediazione proprio per questo) ha relazioni con il fondamentalismo islamico. E’ accusato (a torto o a ragione) di appoggiare milizie vicine a Al Qaida e all’ISIS in Siria, Libia, Iraq, Yemen. Soprattutto di finanziare i “Fratelli Musulmani” in Egitto e Hamas in Palestina. Per questo, il fronte degli alleati di Washington (innanzitutto Arabia Saudita, Egitto, Emirati) hanno da tempo persino rotto i rapporti diplomatici con Doha. I governi di questi Paesi non possono che essere furiosi. Al contrario, non possono che essere sollevati i fondamentalisti di tutto il mondo (dall’Indonesia alla Tunisia). I padri fondatori stessi del fondamentalismo infatti, ovvero i talebani, non sono più automaticamente indicati come terroristi, sono legittimati dai sorrisi e dalle strette di mano del segretario di Stato americano in persona. Legittimati e vincenti.

Un insegnamento, infine, riguarda la NATO, che Macron non per caso ha definito agonizzante. Creata per combattere l’Unione Sovietica che non esiste più, è stata impegnata per quasi vent’anni in Afghanistan. Gli italiani hanno fatto la loro parte e perso 54 soldati. Adesso gli americani hanno deciso che la NATO se ne va e dubito che ci abbiano anche solo informati.
Meglio tardi che mai, si osservava all’inizio. Ma non si immagina quanto tardi viene fatto un accordo con i talebani. Probabilmente lo si poteva fare non dopo, ma prima dell’11 settembre (forse persino evitandolo). Il protagonista di oggi, quello che ha negoziato l’accordo, è stato Zalmay Khalilzad, il politologo e diplomatico nato e cresciuto in Afghanistan, ex ambasciatore a Kabul, a Baghdad ed ex rappresentante degli Stati Uniti all’ONU. Vent’anni fa, servivo al ministero degli Esteri quando lui era un professore (e anche un rappresentante dell’intelligence americana). Come ho già accennato su queste colonne il 22 gennaio, gli riferivo sui nostri tentativi di aprire la strada a un accordo con i talebani, che ponesse fine alla guerra civile tra loro e l’Alleanza del Nord guidata dal generale Massud.

blank Come italiani, avevamo due assist: il vecchio re Zahir Shah in esilio, che abitava all’Olgiata e aveva ancora grande autorità a Kabul; due ospedali della nostra Emergency International (uno a Kabul e uno nell’area controllata da Massud). Incontravo Khalizdad, così come il ministro degli Esteri talebano Mutawakkil e Massud. Gli riferivo (come un alleato deve fare agli americani). Lui ascoltava e taceva. Ma probabilmente avrebbe dovuto fare vent’anni fa quello che ha fatto adesso.


Ugo Intini
(Il Dubbio)

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