sabato, 11 Luglio, 2020

“God save the Tories”

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È partito il mantra “se Corbyn non fosse stato cosi radicale e socialista”. Più della metà degli opininisti da salotto televisivo e da tastiera sono convinti che per battere la destra sarebbe occorsa non una sinistra “da anni Settanta”, ma una sinistra blariana, cioè un modello decotto e in crisi dappertutto di sinistra neoliberal e pro-global “anni Novanta”.
Ovunque, la destra vince perché è capace (almeno nella propaganda) a rispondere alla domanda di protezione sociale dei ceti popolari e medi colpiti dalla crisi, dalla distruzione sistematica del welfare, dall’arbitrio incontrastato dei mercati finanziari internazionali. E c’è una parte del mondo degli opinionisti e – ahimè – dei politici (un nome tra tutti: Matteo Renzi) che crede ancora che la ricetta giusta per battere le destre sia essere liberisti, per la globalizzazione dei mercati e la privatizzazione dei servizi pubblici, a favore del contenimento della spesa sociale e per la stabilità monetaria come suggerito da Friedman. Bene, avanti così!

I dati ci mostrano un’altra cosa: in più della metà dei collegi uninominali, se il Libdem (una forza centrista a metà tra Italia viva e Forza Italia) non avesse fatto desistenza nei confronti dei conservatori, i laburisti avrebbero vinto. Facciamo conto che è come se in Italia tutto il centrodestra, IV di Renzi e il M5S fossero contro un Pd guidato da Fratoianni: in un sistema uninominale, ovviamente, il Pd non avrebbe alcuna speranza di vincere.

Non dimentichiamo, poi, che Corbyn ha preso il Labour allo sfascio e lo ha fatto crescere, innescando una partecipazione in termini di attivismo e iscrizioni che non si registrava dagli anni Novanta. Insomma, non proprio un partito di notabili
Decisivi per la vittoria dei conservatori sono stati i risultati dei collegi dei cosiddetti “Labour leavers”, cioé quei collegi tradizionalmente labouristi degli operai e delle classi medie dei servizi, più colpiti dal mercato unico europeo e dal mercato globale, che hanno scelto di votare per i Tories semplicemente perché percepiti come più affidabili nel realizzare la Brexit.
Il loro voto non è stato contro Corbyn, bensì contro un Labour ambiguo sulla Brexit, percepito ancora come espressione di un élite globale e incapace di offrire risposte efficaci ai bisogni di protezione sociale.
In un contesto politico-culturale in cui l’agenda setting è dominata dal dibattito Brexit sì/Brexit no (non c’era il socialismo tra i punti all’ordine del giorno), pesa non aver avuto una posizione chiara al riguardo. Nel caso specifico, pesa non aver assecondato a sufficienza gli umori “sovranisti”, riconducendoli in un alveo “di sinistra”, e, non secondariamente, voler riproporre un secondo referendum sulla Brexit, come se il primo non fosse stato già sufficiente ad esprimere una volontà popolare decisamente collocata per l’uscita dal mercato europeo.

L’egemonia discorsiva si costruisce, è vero. Ma ci vuole molto tempo e le condizioni devono essere favorevoli.
Quando si è costretti a giocare in campo avversario, si ha necessariamente meno margine d’azione e si è costretti ad adeguarsi al gioco che conducono gli avversari. Lì è necessario avere la capacità di difendersi e contrattaccare.
Corbyn ha fatto il suo gioco, a botte di programmi “rivoluzionari” per un’Inghilterra impaurita e arroccata a difendere le proprie posizioni dai tornadi finanziari. Ma non è stato sufficiente. L’incertezza nel contrattacco gli è stata fatale.

Eugenio Galioto

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