venerdì, 20 Settembre, 2019

Governo inglese sconfitto in Parlamento

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Il Regno Unito, a causa della Brexit, sta precipitando nel caos. Lo speaker della Camera dei Comuni, John Bercow, ha annunciato l’intenzione di rinunciare all’incarico in caso di elezioni anticipate e comunque di dimettersi al più tardi dopo la scadenza della Brexit il 31 ottobre. Bercow, che viene dal Partito Conservatore, ha assunto un ruolo da battitore libero nella gestione del dibattito sulla Brexit, ed ha denunciato la linea seguita dal governo di Boris Johnson sulla sospensione del Parlamento definendola ‘distruttiva’.
Il Parlamento britannico sospenderà i suoi lavori dalla fine della seduta di oggi fino al 14 ottobre. Lo ha formalizzato oggi il portavoce di Downing Street, confermando inoltre che il premier Boris Johnson non intende chiedere un rinvio della Brexit a Bruxelles malgrado l’approvazione della cosiddetta legge anti-no deal e che il Regno uscirà dall’Ue il 31 ottobre, ma anche che un nuovo accordo è ancora possibile e che l’ultimo momento utile per sancirlo sarà il Consiglio Europeo del 17-18 ottobre.

Intanto è arrivato un nuovo schiaffo al premier britannico Boris Johnson da parte della Camera dei Comuni che ha bocciato la mozione per la convocazione di elezioni anticipate nel Regno Unito il 15 ottobre.
Subito dopo aver incassato la sconfitta, il premier Johnson ha detto: “Non importa quali strumenti inventerà questo Parlamento per legarmi le mani, andrò al summit cruciale del prossimo 17 ottobre cercando di trovare un accordo. Questo governo non intende rinviare ulteriormente la Brexit”.
L’entrata in vigore della legge gli impone di chiedere a Bruxelles un rinvio di tre mesi, rispetto alla scadenza del 31 ottobre, per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea a meno che non riesca a stringere un’intesa di divorzio. Quest’ultima ipotesi sarà comunque difficilmente realizzabile.

Con il futuro della Brexit da definire, il Parlamento britannico resterà chiuso fino al prossimo 14 ottobre. La Camera dei Comuni ha bocciato la mozione sulle elezioni anticipate con 293 voti a favore, 46 contrari e un’astensione di massa.
Il quorum necessario sarebbe stato dei due terzi, ma gli oppositori, Labour in testa, hanno confermato il no, chiedendo al premier Tory d’assicurare che prima del 31 ottobre non vi sia una Brexit senza accordo, nel rispetto della legge a favore del rinvio che ha ottenuto il benestare della regina Elisabetta.
Il leader del Labour Party, Jeremy Corbin, ha spiegato: “Non siamo pronti ad infliggere il rischio di un disastro con il no deal alle nostre comunità”.
Il premier Johnson ha reagito al voto del Parlamento accusando i laburisti di avere paura del voto dicendo: “Le opposizioni pensano di capire le cose meglio del popolo, credono di poter rinviare la Brexit senza chiedere al popolo britannico di dire la sua con un’elezione ma non potranno nascondersi per sempre, arriverà il momento in cui il popolo potrà esprimere il  suo verdetto”.

Lo Speaker della Camera Bercow, annunciando le dimissioni, ha esortato il governo a non “degradare” il Parlamento. Durante la cerimonia di chiusura per cinque settimana di Westminster, denominata ‘prorogation’, i parlamentari dell’opposizione urlavano ‘vergogna’ e mostravano cartelli con la scritta ‘silenziati’.
Bercow definendo la chiusura il frutto di ‘un editto esecutivo’, ha osservato: “Questa non è una normale ‘prorogation’, è una delle più lunghe da decenni e manifesta non solo il pensiero di alcuni colleghi ma di un gran numero di persone fuori”.
Nel frattempo, visti gli sviluppi incerti della Brexit, la Commissione europea ha sollecitato le imprese dell’Unione europea che commerciano con il Regno Unito a prepararsi a un’uscita senza accordo ultimando i preparativi prima del 31 ottobre. Così per agevolarle ha pubblicato una lista di controllo dettagliata.

In un comunicato stampa emesso recentemente dalla Commissione Euopea si legge: “Al fine di ridurre al minimo le perturbazioni degli scambi commerciali, tutte le parti coinvolte nelle catene di approvvigionamento con il Regno Unito, indipendentemente dal luogo in cui si sono stabilite, dovrebbero essere consapevoli delle loro responsabilità e delle necessarie formalità nel commercio transfrontaliero”.
In vista della Brexit, gli operatori commerciali con il Regno Unito dovranno tenere presente alcuni aspetti che riteniamo doveroso indicare.​​
Al fine di garantire la sicurezza dei prodotti e la protezione della salute pubblica e dell’ambiente, l’immissione sul mercato europeo di determinati prodotti richiede un certificato da parte di un organismo dell’Ue o un’autorizzazione da parte di un’autorità di uno Stato membro dell’Ue. È il caso, ad esempio, del settore dei dispositivi medici o del settore automobilistico. Nel post-Brexit, certificati o autorizzazioni rilasciati dalle autorità del Regno Unito o da organismi con sede nel Regno Unito non saranno più validi nell’Ue.
Al fine di facilitare l’effettiva applicazione delle norme Ue sui prodotti, le persone responsabili dovranno risiedere nell’Ue (requisiti di localizzazione). Questo è il caso, ad esempio, dell’importatore o del titolare dell’autorizzazione all’immissione in commercio di determinati beni. Ciò è particolarmente vero per il settore chimico. Dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue le persone risiedenti nel Regno Unito non saranno più conformi a questi requisiti di localizzazione.

Al fine di tutelare i consumatori, molti prodotti immessi sul mercato dell’Ue devono essere etichettati o contrassegnati con il nome, l’indirizzo o il codice identificativo. È il caso, ad esempio, di prodotti industriali, prodotti farmaceutici e dispositivi medici, alimenti e alimenti per animali. Dopo la Brexit, tali marchi o etichette, quando si riferiscono a organismi, società o persone stanziati nel Regno Unito, non saranno più conformi ai requisiti in materia di etichettatura. Cosicchè tali prodotti non potranno essere immessi sul mercato dell’Ue.
Quando si esportano beni verso Paesi terzi con cui l’Ue ha un Accordo di libero scambio, i prodotti possono beneficiare di un’aliquota tariffaria agevolata (cioè inferiore) se i prodotti sono sufficientemente “europei”, rispettano cioè i criteri sull’origine del prodotto. Ciò è rilevante ad esempio nel settore automobilistico e in quello agroalimentare. Nel post-Brexit, il contributo del Regno Unito al prodotto finito non è più considerato come contenuto dell’Ue.
Al fine di far rispettare il fisco (dazi e imposte indirette, come l’IVA e le accise), la protezione della salute, la sicurezza e l’ambiente, tutte le merci che entrano o escono dall’Ue sono soggette a controllo doganale e sono soggetti a un regime doganale. Dopo l’uscita della Gran Bretagna questi controlli saranno attuati sempre per le merci che viaggiano da e verso l’Ue o per quelle che fanno riferimento al Regno Unito.
L’importazione e l’esportazione dall’UE di determinati prodotti è soggetta a ‘divieti e restrizioni’. Le merci interessate sono le più disparate e vanno dai rifiuti ai medicinali e da determinati prodotti agroalimentari a diamanti grezzi, beni culturali o determinati materiali radioattivi. Nel post-Brexit, i divieti e le restrizioni per le importazioni da e verso Paesi terzi verranno applicati anche nei confronti del Regno Unito. Inoltre, le licenze del Regno Unito per l’importazione / esportazione di merci da / e verso l’Ue non saranno più valide.
Gli animali vivi, i prodotti alimentari di origine animale e vegetale e i prodotti vegetali sono sistematicamente controllati, al momento dell’importazione in Ue, in strutture dedicate (posti d’ispezione frontalieri). Da novembre anche quelli provenienti dal Regno Unito saranno sottoposti a tali controlli.
In molti settori economici la prestazione di servizi richiede una licenza o autorizzazione da parte di un’autorità di uno Stato membro dell’UE. Ciò vale, ad esempio, nel settore dei trasporti, nel settore dei servizi finanziari, in quello audiovisivo e quello energetico. Nel post-Brexit, le licenze o le autorizzazioni rilasciate dalle autorità del Regno Unito non saranno più valide in tutta l’Ue.

Al fine di facilitare la libera circolazione delle persone e la prestazione di servizi, il riconoscimento, in uno Stato membro, della qualifica professionale ottenuta in un altro Stato membro da un cittadino dell’Ue è facilitato dal diritto comunitario. Dopo la Brexit, il riconoscimento delle qualifiche professionali ottenute nel Regno Unito seguirà le regole (nazionali) per il riconoscimento delle qualifiche di Paesi terzi. In molti casi, questo processo di riconoscimento sarà più oneroso.
Un marchio e un design unitario, nonché un sistema di indicazioni geografiche, uniti a norme europee assicurano la protezione della proprietà intellettuale in tutta l’Ue. Dopo la Brexit, la protezione garantita da questi diritti non si applicherà più al territorio del Regno Unito.
Dazi fino al 35% su merci fondamentali del nostro export verso il Regno Unito, l’allungamento dei tempi di sdoganamento, che risulterebbe cruciale per alcuni prodotti freschi, sono alcune delle conseguenze che dovrebbe fronteggiare l’Italia, come il resto d’Europa, nel caso in cui il 31 ottobre si realizzasse una Brexit senza accordo (no-deal).
La Brexit pone sfide differenti per i diversi comparti dell’export italiano in relazione al peso che il mercato britannico assume in ciascun settore e al rischio legato all’introduzione di dazi e tariffe nel caso di un’uscita del Regno Unito senza accordo. Un rapporto del Centro Studi di Confindustria fa notare che i comparti più esposti a tale rischio sono l’agroalimentare e quello di vini e bevande alcoliche.
Dal 2012 al 2017, il mercato britannico ha rappresentato per il nostro export agrifood una quota media annua del 7,8%. Col no-deal, almeno per un periodo e per determinate categorie di prodotto, si potrebbe finire per utilizzare le regole tariffarie dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), che per alcuni prodotti come i latticini arrivano al 35%. Inoltre, aumenteranno le difficoltà di esportare prodotti alimentari freschi, che per i problemi di deperibilità non possono permettersi le lunghe attese previste alla dogana.
Il comparto di vini e bevande alcoliche è quello che potrebbe risentire maggiormente. Infatti, il Regno Unito attrae il 12,2% dell’export italiano complessivo da questo settore, pari a 1,1 miliardi di dollari correnti nel 2017; inoltre, se si applicassero i regolamenti tariffari tra Ue e resto del mondo, le bevande sarebbero tra i beni sottoposti a barriere tariffarie più elevate, fino al 32%. Vuol dire che il prosecco, molto popolare nell’Oltremanica, diventerebbe costoso e potrebbe essere sostituito da mercati come Usa o Sud America.

Altro problema che potrebbe insorgere è quello degli standard. Le multinazionali, che hanno scelto la Gran Bretagna come base logistica o che hanno delle attività sul territorio britannico e sono parte di catene del valore distribuite su base europea, potrebbero dover rivedere alcune scelte organizzative per adattarsi al nuovo contesto. Negli ambienti del business italiano si dà per assunto che Londra approvi una serie di ‘leggi ombra’ per stare al passo con l’Europa, ma non è scontato. Potrebbe, invece, scegliere di legarsi di più agli Usa, come mercato di riferimento.
Dal punto di vista doganale, le piccole imprese, abituate a esportare solo in Europa, dovranno affrontare pratiche come le bolle doganali, che dopo una Brexit no-deal torneranno necessarie. Non è escluso, comunque, che Johnson decida di mantenere le frontiere aperte per un periodo di transizione, come aveva ipotizzato la ex primo ministro Theresa May.
Per i diritti acquisiti dai cittadini Ue residenti nel Regno Unito, il rischio di una Brexit no-deal è legato al fatto che si annulla il periodo transitorio di circa due anni, previsto dall’accordo raggiunto dall’ex premier britannica Theresa May e che dava tempo ai meno informati di regolarizzarsi, ottenendo il cosiddetto ‘settled status’, la residenza permanente. Londra ha promesso di salvaguardare i diritti dei cittadini Ue (3,5 milioni, di cui si stima che gli italiani siano 700 mila, tra registrati aire e no), ma la differenza è che mentre con il periodo transitorio questi diritti sarebbero potuti essere difesi nelle sedi di tribunali europei, con il no-deal saranno solo i tribunali britannici ad avere la possibilità di risolvere eventuali conflitti sul piano giuridico.
L’Italia, nel frattempo, ha rafforzato la sua rete consolare nel Regno Unito con l’assunzione di nuovo personale e il potenziamento delle sedi che stanno registrando un aumento di richieste di iscrizione al registro Aire, necessaria per regolarizzarsi e usufruire così della salvaguardia dei diritti acquisiti.

Uno degli aspetti su cui regna ancora incertezza in vista di una probabile Brexit no-deal è cosa succederà se un cittadino Ue vorrà recarsi in Gran Bretagna, dopo il 31 ottobre. In teoria, finirà la libertà di circolazione e Londra applicherà anche ai membri Ue le leggi che regolano l’immigrazione da Paesi terzi, ma deve essere trovato un sistema che garantisca la reciprocità, a meno che non si concordi in tempi brevi con Bruxelles un sistema di mutua esenzione dai visti.
Dunque, molte sono le problematiche ancora in sospeso sulla Brexit, ma sicuramente molto negative saranno le ripercussioni economiche per l’Italia.

Salvatore Rondello

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