domenica, 15 Settembre, 2019

SPREAD E SPARATE

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Intervenendo all’assemblea di ‘Rete Imprese Italia’, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha detto: “Evitare l’aumento dell’Iva non sarà un’impresa facile, non sono qui a dire che sarà semplice. Per questo, stiamo lavorando ad un’operazione profonda di spending review e stiamo potenziando il nostro sistema di contrasto all’evasione fiscale. Un’ulteriore priorità su cui ci siamo concentrati è la riduzione del carico fiscale per le imprese, obiettivo rispetto al quale sono stati compiuti passi importanti, pur nella consapevolezza che molto altro resta da fare. Abbiamo già compiuto qualche passo importante come l’introduzione, in legge di bilancio, della flat tax al 15% per le partite Iva fino a 65mila euro di ricavi sin dal 2019 e al 20% per piccole imprese e autonomi con redditi tra 65mila e 100mila euro di ricavi dal 2020. Gli effetti si iniziano a misurare: nei soli primi tre mesi di quest’anno, sono state aperte oltre 196mila nuove partite Iva, di cui oltre la metà ha aderito al regime forfettario. Inoltre, è necessario avviare, in sede europea, un serio dibattito sul dumping fiscale. Non è possibile che in Ue, in un sistema così integrato, ci siano dei Paesi che costituiscono, nella loro effettività, dei ‘paradisi fiscali’: competere con loro diventa oltremodo svantaggioso”.
Ma, nell’attuale governo, ormai, si litiga su tutto. Un affondo tira l’altro. Tra M5S e Lega il clima si fa sempre più rovente in vista anche delle elezioni europee. La lite più recente è sullo sforamento dei parametri europei sui conti pubblici.
Nella trasmissione ‘Porta a Porta’, condotta da Bruno Vespa, il leader della Lega, Matteo Salvini, ha detto: “Sforare il 3% deficit/Pil? E’ una cosa che si deve fare, non che si può fare”. Parole evocate anche in mattinata, quando il vicepremier Matteo Salvini ha annunciato: “Se servirà infrangere alcuni limiti del 3%, del 130-140%, noi tiriamo dritti. E se qualcuno a Bruxelles si lamenta, ce ne faremo una ragione”.
L’altro vicepremier, Di Maio, ha replicato: “Basta sparate. Mi sembra abbastanza irresponsabile far aumentare lo spread, come sta accadendo in queste ore, parlando dello sforamento del rapporto debito-Pil, che è ancor più preoccupante dello sforamento deficit-Pil”.

Non a caso, ieri il differenziale con i titoli tedeschi ha fatto registrare un aumento spingendosi fino a quota 281,2 punti base, +1,85% rispetto al dato precedente. Fino a sfiorare, in serata, i 283 punti. Ma il clima di veleni e sospetti tra i due alleati di governo si era già surriscaldato in prima mattina, con il dossier bollente sull’autonomia. Di Maio dice che sta chiedendo a Salvini ‘un vertice da un mese’ e che ‘lui non vuole farlo’. Ma dal Carroccio arriva una secca smentita: a Salvini, precisano fonti di via Bellerio, non è arrivata alcuna richiesta di incontro da parte di Di Maio.
Lo scontro non è finito. A tenere banco per tutta la giornata ci sarebbero i rapporti tra Pd e M5S e lo scenario di un’eventuale intesa tra le due forze politiche.
Salvini ha detto: “Inizio a notare troppi accoppiamenti tra Pd e 5 stelle, troppa sintonia. Dicono no all’autonomia, no alla flat tax, no al nuovo decreto sicurezza. Mi spieghi qualcuno se vuole andare d’accordo con il Pd o con gli italiani e la Lega, rispettando il patto”.
Però, Di Maio ha liquidato subito la questione: “Non c’è un capo politico in Italia che abbia attaccato il Pd più di me. E’ ancora più subdolo, è ancora il Pd dei renziani con Zingaretti davanti”.

Poi, rincarando la dose, il giovane vicepremier penta stellato ha detto: “Vengo a sapere che nella maggioranza qualcuno sta bloccando l’approvazione del nostro emendamento al decreto per la sanità in Calabria, emendamento che punta a togliere dalle mani dei partiti le nomine dei direttori generali nella sanità pubblica e che è nel contratto di governo. Se così fosse, sarebbe molto grave”. Il capo grillino ha continuato: “Che questa baraonda ultradestra si fermi e finisca, e torniamo a fare le cose serie”.
A sorpresa, durante la trasmissione Porta a Porta, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti ha evocato lo spettro della crisi: “Se il livello di litigiosità resta questo dopo il 26 maggio è evidente che non si potrebbe andare avanti. Questo è il clima della campagna elettorale. Quanto ai continui litigi, è davvero complicato, alla fine uno è esausto e si lascia andare a questi stati d’animo, alla stanchezza”.
In tutto questo, ormai da tempo, il presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, non sta assolvendo al dettato del primo comma dell’art. 95 della Costituzione della Repubblica dove si recita: “Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”.

L’etica personale ed il senso di responsabilità nell’alto ruolo istituzionale ricoperto, di fronte ad una cronicizzata dicotomia politica del Governo e di assenza univoca di indirizzo, imporrebbero a Giuseppe Conte di rassegnare immediatamente le dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica per il bene del Paese. Non è scritto da nessuna parte che un governo possa reggersi sulla base di una grande corbelleria : ‘il contratto di governo’, un’invenzione istituzionalmente inesistente.

Salvatore Rondello

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