sabato, 6 Giugno, 2020

Gramsci, prigioniero di Mussolini e di Stalin

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La cultura politica della sinistra legata ai comunisti ha inteso, con pochissime eccezioni, raffigurare Antonio Gramsci come un personaggio straordinario. Non ha esitato a cucirgli addosso le vesti di un vero e proprio eroe che ha sfidato le bufere del Novecento.

Insistente è da diversi anni il tentativo di farne un intellettuale e un politico che le stesse forze di destra (da Peron addirittura all’estrema destra) considerano una fonte di ispirazione per l’analisi della realtà.

E’ mancata finora una preoccupazione diversa, cioè quella di riferire Gramsci al suo tempo. Si tratta di evitare ogni allineamento al senso (quasi) comune di farne un fenomeno paradigmatico di natura epocale e universalistica.

Vale, pertanto, la pena di sintetizzare i miti, le vere e proprie distorsioni della verità che hanno finora accompagnato la letteratura e spesso la stessa storiografia.

Il fondatore e dirigente del Pcd’I (partito comunista italiano,sezione dell’Internazionale comunista) al pari del suo compagno Amedeo Bordiga, è stato accusato, fin dal 1926, dagli esponenti del partito comunista sovietico (Pcus) di essere un seguace di Trotsky, Zinoviev, Kamenev ecc., cioè dell’opposizione a Stalin.

L’accusa ha finito per investire l’intero PcdI. Lo dimostra l’atteggiamento aspro, ritorsivo, quasi sempre pregiudizialmente negativo, di Manuilskji, il responsabile per l’Italia della maggioranza del Pcus. Di qui lo scarso e tardivo interesse dimostrato da Mosca nel favorirne la liberazione dal carcere fascista.

Nel 1928, dall’interno del Pcd’I (ad opera di Grieco, o dello stesso Togliatti) sarebbe stata messa a punto un’operazione prava, cioè di presentarlo come responsabile di tutti i reati di cui i comunisti erano accusati nei processi in corso a carico sia di Gramsci sia di Terracini.

Una volta condannato, i più stretti collaboratori di Gramsci furono due personaggi su cui a lungo, per molti decenni, non si volle fare luce e o solo una prudente riferimento.

Si trattava della moglie Giulia e della cognata Tatiana. Erano, e sono state, spie del servizio segreto sovietico. Era un compito al quale non si poteva sottrarre nessun membro del personale diplomatico (in questo caso l’ambasciata sovietica a Roma).

Non risulta che i dirigenti della Fondazione Istituto Gramsci abbiano mai svolto delle ricerche a Mosca per verificare l’esistenza di loro relazioni o informazioni sul loro congiunto. Ignoro se l’archivio del Kgb sia diventato in qualche modo consultabile.

Analogamente non si conoscono le inchieste svolte dalla polizia politica italiana. Di qui l’interesse con cui dobbiamo seguire la consultazione che ha in corso una studiosa del rango di Giovanna Tosatti.

Quando a metà degli anni Trenta Gramsci venne dimesso dal carcere e ricoverato, da uomo finalmente libero, nella clinica Quisisana di Roma, l’Ovra era già in funzione.

Non mi pare dubbio che il massimo dirigente, Guido Leto, possa avere riferito il contenuto della sorveglianza del fondatore del Pcd’I a chi come Palmiro Togliatti e Luigi Longo aveva favorito la sua attività di agente “doppio” (verso il fascismo e verso alcuni settori dell’antifascismo).

Il dissenso di Gramsci nei confronti della linea politica staliniana del Pcd’I induce questultimo a calare il silenzio su di lui fino a far circolare la voce che fosse stato oggetto di un’espulsione.

Fin dal suo arresto avvenuto a MIlano nel 1928, i suoi rapporti con Palmiro Togliatti sono stati indiretti. Li teneva, per conto di entrambi, un loro vecchio amico (come l’economista Piero Sraffa). Ma cessarono del tutto e furono sostituiti da un atteggiamento di vero e proprio rancore. Gramsci, infatti, affidò a Sraffa e alla cognata Tatiana una missione precisa, cioè di escludere Togliatti dalla gestione dei suoi scritti.

Le cose, in realtà, andarono diversamente, cioè all’opposto..

Il trattamento da un punto di vista sanitario di Gramsci in carcere e nelle case di cura in cui fu ospitato (la clinica del dott. Cusumano a Formia e l’albergo Quisisana Roma) fu ispirato a criteri che non migliorarono le condizioni di salute del detenuto. Ma i suoi medici facevano parte del team che aveva in cura lo stesso Mussolini.

All’illustre carcerato furono riservati favori negati ad altri come il potere scrivere, disporre di carta, penne, ricevere libri, riviste e regali fino a suscitare l’invidia e le reazioni degli altri detenuti (compresi i suoi compagni di partito che lo isolarono).

Il sospetto di Gramsci di essere stato detenuto in carcere anche più a lungo del tempo previsto, lo induce a coltivare l’idea di essere stato oggetto di un vero e proprio “tradimento” da parte dei suoi compagni più stretti, a cominciare da Togliatti.

E’ il tema di cui qualche anno fa si è occupato (in un saggio per l’editore Marsilio), aprendo una breccia importante nella cripta del gramscimo riverente, uno storico senza tessere né devozioni come Mauro Canali.

Di qui il proposito, perseguito da Gramsci, di togliersi la vita o di rifugiarsi in Urss o di rintanarsi in Sardegna a Santu Lussurgiu circondato solo dai suoi famigliari.

L’abbandono della vita politica suonò come intenzione di lasciare il Pcd’I, ma anche alimentò la voce che Gramsci fosse stato cacciato, cioè espulso. Il suo allineamento a Stalin non è mai stato pacifico, né scontato così come il suo ossequio al marxismo-leninismo. A proclamarlo (ma si tratta di una favola) sono le introduzioni anonime (di mano di Felice Platone e di Togliatti) ai Quaderni dal carcere pubblicati da Einaudi.

L’avversione a Togliatti fa parte dell’azione svolta dai famigliari (del ramo russo) di fargliela pagare. Di qui la sua esclusione -decretata da Dimitrov- dalla segreteria del Comintern e l’esodo a Ufa, nella Baskiria.

Resta da chiedersi come mai l’assenza di rapporti tra i due principali fondatori e dirigenti del Pcd’I, anzi il clima di incomunicabilità e di ostilità, non abbia impedito a Togliatti di dare la caccia ai manoscritti di Gramsci e di cercare di farli pubblicare prima in Urss e poi, con successo, in Italia.

 

Prof. Salvatore Sechi
Ordinario di Storia Contemporanea
Dipartimento di Studi Storici

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