domenica, 20 Settembre, 2020

Grazie di tutto, compagno Bernie. E adesso?

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Era un sogno, lo sapevamo benissimo. Un sogno diventato più concreto del solito, anche solo per qualche giorno. Dopo i risultati dell’Iowa, del New Hampshire e del Nevada ci abbiamo creduto tutti. Pete Buttigieg era troppo inesperto, si diceva; Elizabeth Warren non brillava, era ormai certo, mentre Joe Biden non riusciva a spiccare il volo, si pensava.

Che Bernie Sanders, il “vecchio socialista”, potesse arrivare alla Casa Bianca dopo quei
risultati, sembrava meno impossibile. Il destino del Partito dell’asinello e, forse, dell’intero Paese, sarebbe stato deciso al Super Tuesday del 3 marzo 2020. Con i ritiri in extremis (molto discutibili) di Pete Buttigieg e Amy Klobuchar, il risultato è stato a senso unico: Biden porta a casa 10 stati su 14. Una marea di delegati incassati, un disastro enorme per il movimento di Sanders. Dopo quella sventurata tornata di
votazioni, la bandiera bianca issata poche ore fa risultava inevitabile.

“Voglio esprimere a ciascuno di voi – ha detto commosso il senatore del Vermont – la mia profonda gratitudine per aver contribuito a creare una campagna politica di base senza precedenti che ha avuto un profondo impatto nel cambiare la nostra nazione. Voglio ringraziare i 2,1 milioni di americani che hanno contribuito alla nostra campagna e hanno mostrato al mondo che si può fare una grande campagna presidenziale senza essere dipendenti dai ricchi e dai potenti. Insieme abbiamo trasformato la coscienza americana in merito al tipo di paese che possiamo diventare e abbiamo fatto fare a questo paese un importante passo avanti nella lotta senza fine per la giustizia economica, la giustizia sociale, la giustizia razziale e la giustizia ambientale”.

Nonostante la sconfitta sul piano elettorale, ideologicamente l’idea socialista di Sanders ha prevalso. Un nuovo entusiasmo, un nuovo sogno politico e un nuovo impegno sono stati abbracciati da un’intera generazione che, inevitabilmente, un domani potrà modificare irreversibilmente l’assetto del Democratic Party. Insomma, lo tsunami socialista negli USA è pronto a partire. L’appuntamento è soltanto rinviato.

E adesso? Cosa dovrebbero fare i socialisti dem a stelle e strisce? Personalmente avrei qualche dubbio. Una sfida Trump/Biden è una sfida tra la destra e il centrodestra. Un po’ come lo è stata quella del 2016, tra il tycoon e Hillary Clinton. L’alternativa, in questo caso, è rappresentata dal Partito Verde degli Stati Uniti, che quattro anni fa conquistò 1.457.216 voti con la candidata Jill Stein, soprattutto a causa del profilo poco progressista della Clinton. Nel 2008, per fare un esempio, gli ambientalisti avevano racimolato soltanto 161.797 voti.

Ma cosa propone il Partito Verde degli Stati Uniti, che sceglierà il proprio candidato durante la Convention di Detroit del prossimo luglio? Ecco come si presentano nel loro sito: “Siamo attivisti di base, ambientalisti, sostenitori della giustizia sociale, oppositori non violenti e cittadini regolari che hanno avuto abbastanza politiche dominate dalle corporazioni. Il governo deve far parte della soluzione, ma quando è controllato dall’1%, fa parte del problema. Più aspettiamo il cambiamento, più diventa difficile”.

 

Dai loro account social i Verdi invitano i militanti socialisti ormai orfani della candidatura di Sanders al #DemExit, cioè a votare il partito del girasole il prossimo 3 novembre. Personalmente, se fossi un elettore figlio della Democrazia di George Washington, ci farei più di un pensierino. Il valore di un’idea, infatti, vale più di un voto.

Amedeo Barbagallo

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