domenica, 22 Settembre, 2019

Grecia: Moody’s alzata il rating. “Riforme iniziano a dare frutti”

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Moody’s ha alzato il rating alla Grecia passando da B3 a B1 e l’outlook da stabile a positivo. La decisione è stata motivata dai seguenti punti: “Le riforme sembrano fermamente radicate e implementate e iniziano a dare i loro frutti. Un’economia rafforzata insieme alla vigilanza dei creditori dovrebbe ulteriormente ridurre il rischio di un’inversione di marcia”.

Inoltre, Moody’s ha notato: “La sostenibilità del debito è significativamente migliorata nel medio termine grazie al pacchetto di misure di giugno scorso. Il mercato del debito sovrano si è ristabilito, supportato dai creditori e da importanti riserve di tesoreria”.

L’istituto di rating ha anche notato positivamente: “Le dolorose riforme attuate negli ultimi anni inizierebbero a dare i loro frutti e ciò ridurrebbe il rischio che in futuro i governi possano smantellarle”.

In Grecia l’economia è tornata a crescere intorno al 2% e le esportazioni sono aumentate al 37% del pil dal 22% del 2010, grazie al calo del costo del lavoro, che ha rilanciato la competitività. Per la Grecia si è trattata della prima promozione dopo quella di Fitch a “BB-” dell’agosto scorso, a 3 gradini sotto l’investment grade, mentre anche per S&P (“B+”) resta sotto di 4.

Secondo alcuni esperti, i bond ellenici sono e restano “junk” o “spazzatura, insomma, anche se i loro rendimenti si stanno portando ai minimi degli ultimi 13 anni, con i decennali al 3,65%, praticamente a una novantina di punti base dai Btp. Lo spread con i nostri titoli di stato resta superiore sul tratto medio e breve della curva, se si considera che i BoT a sei mesi rendono di poco sottozero e quelli ellenici di pari durata offrono poco meno dell’1,50%.

Per Atene, si tratta di una buona notizia. La fase più drammatica della potente crisi finanziaria ed economica sembrerebbe ormai alle spalle. I conti pubblici sono notevolmente migliorati, con l’avanzo primario attestato al 4% del pil, nonostante il deficit continui a restare di poco superiore allo zero, per effetto degli interessi sul debito pubblico che raggiunse il 180% del pil. Questo sarebbe il principale segnale di debolezza della repubblica ellenica. Attualmente non vengono corrisposti gli interessi sui titoli pubblici greci che sono nelle mani dei governi dell’Eurozona. Si tratta del 70% circa del totale del debito pubblico. Questa agevolazione di durata decennale finirà nel 2022. Dopo, tali rendimenti dovranno essere conteggiati in bilancio e verranno pagati pure gli arretrati. Cosa accadrà al deficit, tenuto conto che i rimborsi delle scadenze tra meno di 2 anni dovranno avvenire con l’emissione di nuovi bond ai costi dettati dal mercato?

Il Tesoro ha annunciato la prima asta di “sirtaki” bond a 10 anni dal 2010, approfittando dei rendimenti contenuti.

La Grecia disporrebbe di liquidità sufficiente a evitare di rifinanziarsi sui mercati fino a tutto l’anno prossimo, ma poiché i costi tra un paio di anni potrebbero essere superiori a quelli odierni, il governo Tsipras starebbe cercando di risparmiare il più possibile, così da costituire una congrua riserva per evitare l’impatto duro con il ritorno alla realtà. Nonostante l’”upgrade”, il rating resta assai negativo per uno stato sovrano dell’Occidente e segnala una situazione finanziaria tutt’altro che semplice. Certo, di questo passo, se Atene di riappropriasse del perduto “investment grade” da qui a qualche anno, consentirebbe alla BCE di acquistare i suoi titoli in fase di reinvestimento dei proventi con il “quantitative easing”, a tutto beneficio dei prezzi.

Il rischio di default non è alto, ma nemmeno bassissimo. I Cds valgono oltre 372 punti base, pari a una probabilità di evento creditizio negativo del 6,2%. In effetti, i creditori privati hanno già subito nel 2012, una decurtazione del 53,5% del valore nominale dei bond (“haircut”), pari a un totale di 107 miliardi di euro perduti, nonché l’allungamento delle scadenze tra 11 e 30 anni. Poiché oggi i risparmiatori greci risultano in possesso di appena il 17% del debito pubblico ellenico, pari cioè a 55 miliardi di euro, anche nel caso di tensioni finanziarie, sarà improbabile che vengano chiesti loro ulteriori sacrifici, anche perché si rivelerebbero inefficaci.

La massa da “aggredire” sarebbe quell’83% in mano a UE, BCE e FMI. Escludendo quest’ultimo creditore da qualsiasi ipotesi di ristrutturazione, che per statuto non potrebbe accettare, saranno verosimilmente i governi dell’area euro e la BCE a doversi accollare eventuali perdite di un secondo “haircut” e/o derivanti dall’allungamento delle scadenze ed anche dal taglio dei tassi. Per questo motivo, il rating della Grecia potrebbe migliorare nei prossimi anni, in considerazione del fatto che il debito in mano ai privati sia insignificante rispetto al quantitativo detenuto dai partner dell’Eurozona, i veri destinatari prima o poi di una qualche forma di ristrutturazione.

Tuttavia, la partita con l’Eurozona non è ancora del tutto sistemata. La scorsa settimana, la Commissione europea è tornata in pressing sulla Grecia affinché porti avanti tutte le riforme strutturali promesse. Il responsabile della Commissione per gli Affari economici, Pierre Moscovici, ha avvertito: “Restano dei punti in sospeso su cui le discussioni proseguono. Va da sé che l’interesse della Grecia è regolarsi prima dell’Eurogruppo dell’11 marzo”.

Gli attriti si concentrano soprattutto sulla proroga dell’esenzione degli sfratti sulle famiglie insolventi e la privatizzazione della compagnia elettrica nazionale.

Riuscirà l’Italia ad evitare quello che è capitato alla Grecia? ‘Ai posteri l’ardua sentenza’, risponderebbe il Manzoni.

Salvatore Rondello

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