venerdì, 14 Agosto, 2020

Grecia e debito,
la battaglia è politica

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Sì, no. Ce la fanno, non ce la fanno. Il tormentone del debito greco continua a riempire pagine e pagine di cronaca, spesso conquistando l’apertura di giornali e telegiornali. Si teme per la tenuta della moneta comune, per i destini della Grecia e per quelli della stessa Unione Europea.
I timori per un default e per una Grexit, ovvero la possibile uscita di Atene dall’Unione in seguito all’impossibilità di onorare gli impegni del debito pubblico, spaventano tutti anche perché non si sa bene come si comporterebbero i mercati in questa eventualità.
Per l’Italia, ad esempio, c’è un rischio diretto di dover mettere oltre 40 miliardi nella colonna dei crediti inesigibili derivante dall’impegno europeo al sostegno del debito pubblico greco. Ma c’è anche un rischio indiretto derivante dall’enorme massa del debito pubblico italiano, il terzo al mondo per grandezza. Un peggioramento dei tassi di interesse nell’eventualità di un default greco è possibile e un costo maggiore del servizio del debito per il nostro Paese – ricordiamo tutti il film dell’orrore dello spread oltre i 500 punti negli ultimi giorni del governo Berlusconi – potrebbe essere esiziale.
Già oggi paghiamo una settantina di miliardi all’anno di interessi con tassi mai stati così bassi ed è ovvio che se dovessero tornare ai livelli del 2011, o peggio superarli, potrebbe prevalere la considerazione che l’Italia non è più matematicamente in grado di onorare i debiti.
E in una situazione non molto diversa potrebbero trovarsi a ruota anche la Spagna, il Portogallo e anche la Francia. Ecco perché la Grecia fa paura e perché sono così in tanti a tifare per un accordo. Ma non è solo una questione di conti che saltano, anzi forse questo è un dettaglio minore.

La paura vera che corre nelle capitali europee riguarda la tenuta politica del ‘sistema’. Le forze politiche, quelle che hanno governato o sono state all’opposizione negli ultimi dieci anni, temono che una vittoria di Alexis Tsipras inneschi nelle opinioni pubbliche europee un processo logico devastante; per loro.

L’elettore europeo potrebbe rendersi conto infatti, soprattutto quello che vive nei Paesi che hanno pagato e stanno pagando duramente gli esiti della crisi finanziaria ed economica del 2008, che gli accordi sottoscritti fino ha oggi – come ha felicemente riassunto papa Bergoglio nella sua enciclica – sono serviti a salvare le banche con i soldi della classe media e dei ceti meno abbienti. Ma non solo perché come scrive Federico Fubini nella sua intervista di oggi al Corriere della Sera al cipriota Orphanides, autorevole economista accreditato negli Usa, un banchiere che fino al 2013 era nel board Bce, la politica di austerity targata Merkel, è stata voluta soprattutto per salvare i crediti delle banche tedesche ed ha affondato l’economia greca, riducendo alla fame il suo popolo mentre consolidava in Germania e Europa, la sciagurata ricetta di scaricare sul costo del lavoro, sui diritti dei lavoratori (Jobs Act) e sullo stato sociale, la differenza di competitività e le inefficienze del sistema.

Perfino il messaggio degli antieuropeisti che dipingono l’UE come una tecnocrazia a-democratica e propugnano un ritorno al passato delle monete e dei confini nazionali, potrebbe acquisire nuovo vigore portando vaste aree dell’elettorato la prossima volta a votare in massa per le liste ‘anti-sistema’, da Podemos al M5s.

In una parola se Tsipras esce dal negoziato troppo bene, se conquista un accordo dove non ‘paga pegno’, ovvero senza rimangiarsi del tutto le sue promesse elettorali, le prossime elezioni possono dare vita a Governi che butteranno a mare i vecchi partiti e chiederanno, a torto o a ragione, di rimettere in discussione impegni assunti contro gli interessi dei loro cittadini.
Dopo Tsipras, il messaggio sarà forte è chiaro: si può fare!

Forse è per questa ragione che da Renzi a Hollande, i politici europei, sono così tiepidi nei confronti delle proposte greche sulla ristrutturazione del debito e indifferenti per gli effetti di una politica che ha tagliato redditi e pensioni dei greci della metà portando ampie fette della popolazione alla fame, la disoccupazione a oltre il 25% e quasi triplicato il debito pubblico. Non è in gioco, metaforicamente, solo il loro portafoglio, ma anche il loro futuro.

Carlo Correr

PS: mi chiedo, ma perché la sinistra non è in piazza? E i grillini? Ma non hanno capito che se la Grecia perde questa battaglia, l’avremo persa tutti? Che da domani saremo tutti un po’ più poveri? Che non è la battaglia delle ‘cicale’ contro le ‘formichine’, bensì quella dei ceti produttivi contro quelli parassitari. Anzi, potremmo forse anche dire: dell’industria contro la finanza.

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