martedì, 21 Maggio, 2019

Greta, i cambiamenti climatici e il futuro di tutti noi

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In occasione del recente convegno promosso a Rovereto dai Verdi sui “Cambiamenti climatici”, ho proposto delle riflessioni non passeggere – meditate attraverso la ricerca dell’ economista e filosofo Serge Latouche “Breve trattato sulla decrescita serena”- che anticipano i temi portati all’attenzione mondiale dalla giovanissima Greta e dalle recenti manifestazioni svoltesi in marzo: riflessioni che sono state dibattute anche dalla storica rivista socialista “Mondoperaio”, di cui sono collaboratore.

C’è una memorabile premessa fatta a suo tempo da Massimo Gaggi sul Corriere della Sera del 30 marzo 2012 quando citava il caso ‘felice’ del Bhutan, lo stato alle pendici dell’Himalaya: in quel Paese si è sostituito il GNP (la sigla inglese che indica il PIL, prodotto interno lordo) con il suo GNH (Gross National Happiness). Una felicità, un benessere, misurati su «la qualità dell’aria, le case costruite su terreni incontaminati, la salute dei cittadini, l’istruzione, la ricchezza dei rapporti sociali». È da qui che può partire la comprensione della decrescita serena, resistendo da un lato alle critiche di chi bolla i teorici della decrescita come degli «ipocriti egoisti» che non considerano i diritti delle persone e dei popoli che sono ‘indietro’ ad accedere alla crescita; e dall’altro prendendo le distanze dall’elogio sperticato dei nostalgici di un primitivismo pauperistico dove non c’è mai stata serenità e convivialità.

1) Partiamo da due considerazioni. L’economista Nicholas G. Roegen ha sostenuto una verità incontrovertibile: «una crescita infinita è impossibile su un pianeta finito»; mentre Gandhi ha osservato che «il mondo è abbastanza grande per soddisfare i bisogni di tutti ma non abbastanza per soddisfare l’avidità di tutti, o anche di pochi». In verità, non è un problema solo di avidità. Ad esempio noi abitanti del Nord del mondo consumiamo troppo, «troppo grassi, troppo zucchero, troppo sale; siamo minacciati dal sovrappeso, rischiamo il diabete, la cirrosi epatica, l’eccesso di colesterolo e l’obesità». Sarebbe dunque molto meglio usare l’abbondanza in modo ‘frugale’.

2) «La nostra ‘sovracrescita’ economica si scontra con i limiti della finitezza della biosfera… Ogni volta che bruciamo un litro di benzina, abbiamo bisogno di 5 metri quadrati di foresta per assorbire il CO2». In generale «lo spazio bioproduttivo consumato procapite dalla popolazione mondiale è in media di 2,2 ettari… Una civiltà sostenibile richiederebbe di limitarsi a 1,8 ettari a persona, ammesso che la popolazione attuale rimanga stabile. Inoltre, questa impronta media nasconde disparità enormi. Un cittadino degli Stati Uniti consuma 9,6 ettari, un canadese 7,2, un europeo 4,5, un francese 5,26, un italiano 3,8». E inoltre: «ogni americano consuma circa 90 tonnellate di materiali naturali vari, un tedesco 80, un italiano 50 (cioè 137 chili al giorno). In altre parole, l’umanità già consuma circa il 30 per cento in più della capacità di rigenerazione della biosfera. Se tutti vivessero come i francesi ci vorrebbero 3 pianeti, e 6 se tutti vivessero come i nostri amici americani».

3) È possibile un cambiamento in un contesto liberal-capitalistico? Latouche ricorda il programma del Partito socialdemocratico tedesco (SPD) del 1989, che prevedeva «la riduzione del tempo di lavoro settimanale a trenta ore su cinque giorni, a cui dovrebbe aggiungersi il diritto all’anno sabbatico e ai congedi pagati addizionali per i genitori di bambini piccoli e per parenti di persone bisognose di cure». La SPD sosteneva anche la necessità della decrescita: «Deve diminuire e scomparire quello che minaccia di distruggere le basi naturali della vita», tra cui il nucleare e, in parte, l’automobile privata. Tuttavia il programma si fondava sull’idea che la razionalità ecologica e la razionalità economica (cioè capitalistica) potevano coincidere, secondo la famosa strategia del win-win (tutti vincono). «Alla lunga – si leggeva – ciò che è ecologicamente irragionevole non potrà essere economicamente razionale… Le esigenze ecologiche devono diventare i principi di base dell’attività economica. Se ci impegniamo a tempo nella modernizzazione ecologica, aumentiamo la possibilità di conquistare i mercati di domani e miglioriamo la competitività della nostra economia».

4) Queste intuizioni non sono state attuate, ma restano delle buone idee da coltivare. Occorre provare ancora con un programma ragionato e ragionevole. Spiega obbiettivamente Latouche: «La politica non è la morale e il responsabile politico deve fare dei compromessi con l’esistenza del male; la ricerca del bene comune non è la ricerca del bene assoluto ma quella del male minore, anche se il realismo politico non consiste nell’adeguarsi alla banalità del male ma nel contenerla all’interno dell’orizzonte del bene comune». Di conseguenza, qualsiasi politica ambientale – se non vuole sprofondare nell’estremismo violento oppure vanamente inconcludente – non può che essere riformista, e deve esserlo.

Nicola Zoller

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