martedì, 29 Settembre, 2020

Guccini, il compagno di strada di un’intera generazione

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Il grande cantautore emiliano, recente finalista al premio Campiello, ha compiuto 80 anni. Un’occasione per riaffermare la sua straordinaria umanità

Il 14 giugno scorso Francesco Guccini ha compiuto 80 anni e da qualche tempo compaiono interviste, trasmissioni televisive, articoli che lo celebrano. Ma “il maestrone” – così qualcuno lo chiama – rifugge, com’è nel suo stile, dalle consacrazioni e dagli attestati di gloria, schermendosi quasi con timidezza dai paroloni e preferendo definirsi “piccolo baccelliere”, come fa in Addio, una sua canzone del 2000 pubblicata nell’album Stagioni.
In realtà è enorme il debito umano e spirituale che un’intera generazione ha nei suoi confronti. All’apice del loro successo i Beatles ebbero l’umiltà di dire che “è Bob Dylan ad indicare la via”. Questo vale naturalmente per il villaggio globale. Ma in Italia una gran parte della generazione dei nati negli anni ’50, i famosi baby boomers, può più consapevolmente dire che sono stati Fabrizio De André e Francesco Guccini ad indicare la strada. Con caratteristiche ovviamente molto differenti. Se Faber è stato il Poeta per antonomasia, con un lirismo persino superiore a quello del menestrello di Duluth, Francesco è stato ed è tuttora il nostro compagno di viaggio. Uno come tanti di noi, che senti tuo come le tue tasche, come la camicia che porti addosso. Che si guarda dentro senza enfasi e senza illusioni e tira fuori i suoi segreti, le sue paure, i suoi sogni, le sue speranze. Che, come te, ride, piange, fa baldoria, si commuove. E si pone gli eterni dubbi sulla vita. In molti casi senza trovare risposte, ma intanto ti prende per mano, come il vecchio e il bambino che nella canzone vanno insieme incontro alla sera, e ti fa sentire meno solo.
Nascono da qui i mille personaggi che Francesco ha cantato. Da quelli storicamente più celebri, come Odisseo, Cristoforo Colombo, Don Chisciotte, Cirano, Gulliver, madame Bovary, Che Guevara a quelli più familiari, gli amici che fanno parte delle sue “stanze di vita quotidiana”, come S.F., Piero, il frate, il pensionato, K.D., Amerigo, Van Loon, Keaton, Samantha, Stefania, la ragazza dell’autogrill, Culodritto, il bambino morto ad Auschwitz, l’anarchico della locomotiva. Senza dimenticare quei personaggi, che avrebbero preferito restare anonimi e, loro malgrado, sono diventati drammaticamente famosi, come Carlo Giuliani e Silvia Baraldini.
Dentro ogni personaggio c’è una storia, vibra una vita. Storie di gente importante, storie di gente comune. Ma alla fine che differenza c’è? Ci sono davvero vite “importanti” e vite semplicemente “comuni”? Qual è il significato della vita? Nei racconti di Francesco si respira un senso “democratico” delle esistenze, un filo umano che per ognuno segue il suo corso in maniera unica e irripetibile. Ed è in questo che troviamo l’immensa umanità di Guccini. “Mi affascina il mistero delle vite che si dipanano lungo la scacchiera di giorni e strade, foto scolorite memoria di vent’anni o di una sera. E mi coinvolge l’eterno gocciolare e il tempo sopra il viso di un passante e il chiedermi se nei suoi tratti appare l’insulto di una morte o di un’amante, la rete misteriosa dei rapporti che lega coi suoi fili evanescenti la giostra eterna di ragioni o torti, il rintocco scaglioso dei momenti, il mondo visto con occhi asfaltati rincorrendo il balletto delle ore, noi che sappiamo dove siamo nati ma non sapremo mai dove si muore.” (Vite, 2004)
L’avventura musicale di Francesco Guccini, iniziata attorno alla metà degli anni ’60 con quelle che allora si chiamavano “canzoni di protesta”, si è conclusa nel 2012 dopo la pubblicazione di oltre venti album. Una storia la sua, visto che di storie stiamo parlando, ben radicata nel territorio che lo ha visto nascere, a Pavana nell’Appennino tosco-emiliano, dove scorre il Limentra, teatro di giochi e amori giovanili. Da quel suo microcosmo di riferimento Francesco è poi salito più volte sulle navi che lo hanno visto solcare mari a volte sconosciuti. Fino all’ultima Thule, l’isola misteriosa sperduta tra i ghiacci polari, che è il titolo dell’album finale, registrato nel mulino di famiglia a Pavana.
In questi ultimi anni, abbandonata la musica e ritiratosi a Pavana, Francesco si è dedicato alla letteratura, la sua originaria passione e ha scritto vari libri, l’ultimo dei quali, Tralummescuro, è stato selezionato tra i cinque finalisti del premio Campiello, classificandosi al quarto posto nella votazione conclusiva del 5 settembre. Ma la musica, con il ritmo lento della sera che arriva quasi di soppiatto, rimane protagonista anche nella scrittura, come recita il sottotitolo Ballata per un paese al tramonto.

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