mercoledì, 23 Ottobre, 2019

Guerra all’Isis. La Turchia cambia rotta

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Turchia-Isis-terrorismoAltro colpo di scena nella guerra al terrorismo di matrice islamica. Nella lotta che ormai è diventata uno scontro assoluto tra ‘bene’ e ‘male’, la Turchia dopo aver assunto una posizione ambigua si schiera al fianco degli occidentali. Recentemente il governo di Erdogan, nonostante sia un Paese Nato, si è rifiutato sia di partecipare ai raid contro gli jihadisti, sia di mettere a disposizione l’uso delle proprie basi per operazioni di tipo ‘umanitario’, oggi Erdogan cambia rotta.
Con un comunicato stampa il vice Primo Ministro Bulent Arinç ha diffuso la richiesta del Primo Ministro Ahmet Davutoglu rivolta al Parlamento nazionale per organizzare e coordinare una serie di azioni necessarie in termini umanitari ed anche militari sia sul territorio della Repubblica di Turchia sia oltre confine, e la richiesta del permesso per aprire il territorio nazionale alle manovre militari dei soldati appartenenti agli eserciti di altri Paesi. Sulla richiesta, le cui azioni se approvate potrebbero iniziare già sabato, è intervenuto il segretario generale del partito all’opposizione CHP(Partito Repubblicano del Popolo) Gursel Tekin che ha parlato così: “A mio parere personale non possiamo accettare questa richiesta. Qui l’intento non è la lotta contro l’IS, ma è un altro”.

In effetti il dietrofront improvviso di Erdogan risulta alquanto assurdo se si considera l’annosa questione dei Curdi, il cui leader e fondatore del PKK (il partito curdo dei lavoratori) Abdullah Ocalan è ora in carcere in Turchia. L’ambiguità è prima di tutto occidentale e l’opinione su di essi è decisamente mutata, dapprima gli occidentali hanno ignorato lo sterminio dei curdi in Iraq, considerati “terroristi” persino, oggi sono l’antemurale al fondamentalismo islamico, i “guardiani” dell’Occidente. Oggi si pensa di aiutare la guerra dei curdi rifornendoli di qualche arma spuntata dopo che furono proprio gli americani ad aiutare la Turchia, nel 1999, a catturare Ocalan.

Ritornando a Erdogan, la sua ambiguità si è ben delineata anche nell’affiancarsi alle forze Nato: prima del voto sulla richiesta parlamentare, che avverrà domani, la Turchia ha inviato più di una dozzina di carri armati sulle colline della città del confine siriano di Kobane, attualmente assediata dai combattenti da ISIS; ma i carri armati non hanno risposto al bombardamento. Hanno solo puntato le cannoni contro il territorio curdo-siriano, ma i militari turchi riferiscono di uno scambio di fuoco.

Si sospetta quindi che la Turchia schiererà il suo esercito con un minimo indispensabile solo in quanto membro della NATO per evitare di creare imbarazzo per gli alleati occidentali.

“Per quanto la Turchia goda della protezione di missili Patriot della NATO contro il regime siriano, Ankara non è forse disposta a comparire come membro attivo di un’operazione di guerra contro quello che inizialmente era un movimento di rivolta sunnita in Siria”, ha sostenuto Marc Pierini, ex ambasciatore dell’Unione europea ad Ankara. “La Turchia sotto il Partito Giustizia e Sviluppo (AKP) non ha mai voluto allinearsi con le politiche occidentali.”

In effetti, come sostengono anche gli oppositori nazionali al Governo, la Turchia ha chiuso un occhio più volte sulle forze jihadiste, anche nella lotta per rovesciare il presidente siriano Bashar Assad, ciò spiega la liberazione inaspettata dello scorso 19 settembre degli ostaggi turchi, che erano tenuti in prigionia dai militanti di ISIS dalla metà di giugno. Molti poi sostengono che i servizi segreti turchi hanno rifornito di armi gli jihadisti. Le stesse banche turche sono state accusate di aver riciclato il denaro ‘sporco’ proveniente dall’organizzazione terroristica.

Ma resta da chiarire il discorso tenuto dal Presidente turco, proprio questo lunedì, quando con disprezzo ha chiesto come mai l’Occidente impegni e spenda tutte le energie contro l’Isis mentre nessuno si preoccupa per il separatismo violento del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK).

La questione è perlopiù una questione di confine: i combattimenti potrebbero rafforzare il presidente siriano Bashar al-Assad e sostenere militanti curdi in Turchia, che combattono da tre decenni per una maggiore autonomia. Il tutto è incoraggiato dai “modi turchi” di affrontare l’emergenza profughi curdi: le guardie di frontiera e i gendarmi turchi continuano a trattare i profughi curdi come bestie e non mancano interventi violenti – con gas lacrimogeni e idranti – per disperderli e allontanarli dalle recinzioni di confine, inoltre l’esercito turco ha addirittura scavato una trincea con i bulldozer per impedire ai rifugiati, che affollano a migliaia Kobane e altre località di confine sotto i missili e i colpi di mortaio sparati dai fondamentalisti sunniti, di riuscire a passare la frontiera.

Maria Teresa Olivieri

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