venerdì, 30 Ottobre, 2020

Guido Mazzali e la parte meno conosciuta di Craxi

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Su Craxi in questi giorni è stato scritto tutto. Aggiungerò perciò quello che non è stato detto, perché pochi possono ricordare la Milano dalla quale nasceva. I leader politici non spuntano dal nulla come funghi, la politica si nutre di radici e avanza nel futuro attraverso la staffetta generazionale. Nenni riteneva di essere l’erede di Turati. Craxi quello di Nenni. E poiché era fantasioso, pensava anche a Garibaldi, il mito idealista e risorgimentale di Turati stesso. Il rapporto di Craxi con Nenni è noto, ma lo è meno quello con Guido Mazzali, che pochi ricordano. Eppure è Mazzali che porta Craxi a diventare un dirigente politico nominandolo funzionario di partito e responsabile di zona a Sesto San Giovanni alla fine degli anni ‘50: il trampolino di lancio per diventare con le elezioni del 1960 consigliere comunale milanese e assessore all’Economato. Mazzali era il leader socialista a Milano, deputato, direttore dell’Avanti!, segretario della Federazione e braccio destro di Nenni. E Craxi gli succederà esattamente in tutti e cinque questi ruoli.

Il “chi è“ di Mazzali spiega molto su Craxi e sulle sue radici. Craxi è sempre stato autonomista e come tale irriducibile oppositore dell’egemonia comunista? Mazzali nel gennaio 1923 era un giornalista dell’Avanti! legato al capo redattore, Pietro Nenni. Il direttore e leader del partito Serrati, a Mosca, aveva accettato il diktat di Lenin per lo scioglimento del partito socialista, la confluenza in quello comunista e la nomina di Gramsci a direttore dell’Avanti! Nenni organizzò la rivolta del giornale a Milano con un famoso fondo nel quale scriveva: “una bandiera non si getta in un canto come cosa inutile”. L’Avanti! respinse Gramsci e il partito socialista evitò la fusione.
All’Avanti! di Milano, Nenni aveva accanto a sé proprio Mazzali e l’amministratore del giornale Bonaventura Ferrazzuto. Craxi è sempre stato attratto dallo spettacolo e dai media? Chiuso l’Avanti! dai fascisti, Ferrazzuto diventò il direttore generale della Rizzoli, convinse il commendator Angelo a entrare nella cinematografia e a produrre il primo film sonoro. Andava in Francia a portare a Nenni i soldi mandati per sostenere il partito in esilio da Angelo Rizzoli, vecchio amico del leader socialista e come lui cresciuto in orfanotrofio. Ferrazzuto, con Mazzali, nel 1944, diffondeva l’Avanti! clandestino nella Milano occupata dai nazisti. Fu arrestato e deportato a Mauthausen, dove morì.

Craxi era attratto dalla modernità, dalla pubblicità e da quanto i suoi detrattori definivano la “Milano da bere”? Guido Mazzali, rimasto disoccupato, fondò la prima rivista di marketing e pubblicità in Italia: l’Ufficio Moderno. Aprì la prima grande agenzia di pubblicità. “Chi beve birra campa cent’anni”, “Camminate Pirelli” sono tra i tuoi tanti slogan. Come condirettore dell’Ufficio Moderno, prese il suo amico Dino Villani, socialista come lui. Che ha inventato la colomba pasquale, la festa della mamma, la festa del papà e Miss Italia. Forse tutto questo sarebbe piaciuto a Berlusconi. Non a Pasolini, a Berlinguer e ai teorici della “austerità” anti consumista. Mazzali, come i suoi amici, era un “bon vivant”. Badava allo slogan, all’immagine, alla spettacolarizzazione, alla pubblicità basata sui consumi e sulla gioia di vivere: la “Milano da bere”, appunto. Ma non trascurava la sostanza. Negli anni ‘30, creò infatti una associazione (“gli amici della ragione”), di cui facevano parte molti degli economisti che sarebbero diventati famosi. Dal futuro governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, al futuro ministro socialdemocratico del tesoro Roberto Tremelloni, sino a Virgilio Dagnino.
Mazzali durante la Resistenza divenne il capo del partito socialista a Milano, che tutti riconoscevano come il primo (lo confermarono le elezioni comunali del giugno 1946). Prefetto della liberazione fu di conseguenza Riccardo Lombardi, viceprefetto Vittorio Craxi, padre di Bettino, sindaco Antonio Greppi: tutti socialisti. E infatti gli omicidi e le vendette finirono a Milano dopo pochi giorni (non dopo anni come nel “triangolo rosso” emiliano).

Mazzali, che pure era il leader, chiese per sé soltanto un assessorato apparentemente minore: spettacolo e sport. Subito fece uscire, come direttore, l’Avanti!, che restò a lungo il primo quotidiano della città, con 360mila copie vendute. Il giorno dopo la liberazione, pubblicò un articolo, intitolato “teatro popolare” di Paolo Grassi, che sarebbe stato riconosciuto sin dagli anni ’60 come il più grande organizzatore teatrale forse del mondo: un maestro per generazioni di personalità, anche per il ministro della Cultura di Mitterand, Jack Lang. Come assessore allo spettacolo, con lui e con Giorgio Strehler, Mazzali fondò nel 1947 il Piccolo Teatro.
Mazzali fu il paziente costruttore del primo centro sinistra: quello al Comune di Milano nel 1960 che apri la strada all’incontro a livello nazionale tra socialisti e democristiani, tra Nenni e Moro. Non potè vederlo pienamente realizzato perché morì pochi giorni prima della nuova Giunta. Allora non si parlava ancora di riformismo. Ma gli slogan di Nenni (forse suggeriti in parte la Mazzali) evocavano la concretezza. “La politica delle cose”, “case, scuole, ospedali”. Non erano slogan vuoti. Il Comune di Milano, con la nuova Giunta di centrosinistra, costruì, tra il 1960 e il 1964,140 mila stanze in case popolari e 3mila aule scolastiche. Uno sforzo immane, che mai si era visto in passato e mai più si sarebbe visto. Il giovane Craxi, nel suo piccolo, come assessore all’Economato, creò per la prima volta in Italia la refezione nelle scuole materne (obbligatoria) e in quelle elementari. Nacquero la tangenziale, le linee rossa e verde della metropolitana, gli aeroporti di Linate e della Malpensa (a spese del Comune e non dello Stato). E i soldi? Il bilancio raddoppiò. Ma non facendo debiti: con una politica fiscale che negli anni 2000 non avrebbe osato proporre neppure Rifondazione Comunista. I contribuenti per l’imposta di famiglia che denunciavano più di 10 milioni di reddito all’anno (pari a 124 mila euro nel 2010), che erano centinaia, divennero migliaia perché si creò l’anagrafe tributaria e si ridusse l’evasione. L’espansione della città portava alle stelle il prezzo dei terreni? Il Comune chiedeva un ragionevole contributo sull’incremento di valore delle aree fabbricabili. L’arrivo delle nuove linee metropolitane e dei servizi alzava il prezzo delle case? Il Comune chiedeva un “contributo di miglioria” ai proprietari che ne godevano. A finanziare questa “rivoluzione” pacifica, provvide uno scienziato di fama: il presidente della facoltà di Agraria dell’Università di Milano Carlo Arnaudi, portato a fare l’assessore ai Tributi. Diverrà senatore socialista e Nenni lo vorrà come ministro della ricerca scientifica: il primo, perché mai era esistito in Italia un simile ministero e perché i socialisti facevano della ricerca scientifica-appunto-una loro bandiera. Se Nenni recuperò Arnaudi, Craxi appena gli fu possibile, seguì il suo esempio. Portò Paolo Grassi da direttore del Piccolo Teatro a sovrintendente della Scala e poi a presidente della Rai. Portò Virgilio Dagnino (un altro tra gli amici di Mazzali) a fare il presidente dell’azienda dei trasporti di Milano. Lottizzazione? Dagnino era stato arrestato insieme a Riccardo Bauer (ingiustamente) per il tentato assassinio di Mussolini alla fiera di Milano nel 1924. Era stato il braccio destro di Donegani (il creatore della moderna Montedison e della chimica italiana), direttore dell’UNRRA (l’agenzia delle Nazioni Unite che distribuiva gli aiuti all’Italia affamata del dopoguerra) e importante banchiere.

Dagli anni ‘90, si disquisisce sulla contrapposizione tra partiti e “società civile”. Guido Mazzali e Bonaventura Ferrazzuto appartenevano all’una o all’altra? E Paolo Grassi, Virgilio Dagnino, il papà stesso di Craxi? Oppure il rettore del Politecnico di Milano Cassinis, portato in quel 1960 a fare il sindaco di Milano? Partiti e società civile, nella Milano dove Craxi ha avuto le sue radici, hanno anticipato i tempi. Hanno intuito che pubblicità, consumi, spettacolo, editoria, ricerca scientifica sarebbero stati il futuro di Milano e anche, più in generale, i pilastri della modernità.

Ugo Intini
(Il Dubbio)

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