domenica, 29 Novembre, 2020

Haftar si autoproclama capo della Libia

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Ieri, in una dichiarazione televisiva, il generale Khalifa Haftar si è autoproclamato capo della Libia, in cui ha detto ‘di accettare il mandato del popolo libico per occuparsi del Paese’.
Ancora una volta, il 76enne uomo forte della Cirenaica ha ribadito non valido l’accordo di Skhirat che nel 2015 stabilì la creazione di un governo di accordo nazionale con sede a Tripoli e guidato da Fayez al-Serraj.

Non sappiamo ancora se si tratta di una mossa strategica, oppure se è dettata dalla convinzione di non avere più niente da perdere.
Una decina di giorni fa, il generale, dopo una serie di sconfitte militari che avevano permesso al governo di Tripoli di riconquistare alcune città della costa verso il confine con la Tunisia, era tornato ad attaccare la capitale. Nei giorni precedenti, aveva tagliato le forniture di acqua rendendo ancora più critica la situazione mentre anche la Libia sta combattendo contro la diffusione del coronavirus, con tutte le preoccupazioni legate alla forte presenza di migranti in campi dalle condizioni igieniche pessime.
Con l’annuncio alla tv al-Hadath, il generale ha manifestato di voler accelerare il percorso verso la conquista di Tripoli, avviato l’anno scorso con una serie di offensive contro gli uomini di Serraj, il cui governo è riconosciuto dalla comunita’ internazionale. Ma i mezzi a sua disposizione sono sempre più esigui.
Sabato scorso, Italia, Francia e Germania con l’Unione europea avevano fatto appello a Haftar e Al-Serraj per una tregua umanitaria durante il Ramadan.
Finora, Haftar ha rivendicato la sua legittimità a combattere da parte dei cittadini della Cirenaica, nell’Est del paese, ma ora ha lasciato intendere di poter contare anche sull’appoggio del resto del paese, anche se non ha specificato nessun dettaglio riguardo a tale sostegno. Potrebbe trattarsi di un bluff, visto che anche a causa del crollo del prezzo del petrolio e della presenza del Covid-2, non riceverebbe più i sostegni economici e militari da quei paesi (tra cui l’Egitto) che lo hanno sostenuto.
Il generale ha detto: “Le sue forze metteranno in campo le condizioni necessarie per costruire le istituzioni permanenti di uno stato civile”. Evidentemente è alla ricerca di consensi.
Ma sia l’ambasciata Usa nel paese, sia un rappresentante delle Nazioni Unite, hanno respinto la sua dichiarazione unilaterale, invitando nuovamente Haftar a trattare con Al-Serraj a partire da un cessate il fuoco per il Ramadan. Secondo gli osservatori Onu, la mossa di oggi potrebbe addirittura essere l’atto disperato e finale di chi si considera ormai vicino alla sconfitta finale.
Già nel 2017 il generale aveva dichiarato scaduto l’accordo di Skhirat, e la scorsa settimana aveva chiesto ai libici di scegliere un’istituzione per governare il paese visto che il governo stabilito da quell’accordo non è più valido.
Dopo la caduta di Muammar Gheddafi, nel 2011, il paese è stato sempre diviso ed in balia dei clan territoriali, che si sono poi rispettivamente riconosciuti a Est, in Cirenaica, nella guida del generale Haftar, e a ovest, in Tripolitania, in quella del governo di Serraj.
Nel proclama, Haftar ha detto: “Il mio esercito nazionale libico (Lna) è orgoglioso di ricevere questo mandato a svolgere un compito storico, governare la Libia. Noi accettiamo il mandato della volontà popolare e la fine dell’accordo di Skhirat, firmato in Marocco sotto l’egida dell’Onu, che avrebbe dovuto mettere fine alla guerra nel Paese”.
Non è chiaro se il parlamento di Tobruk, uno dei firmatari dell’accordo, abbia avallato l’annuncio di Haftar, o quale sarà a questo punto il suo ruolo.
Le forze fedeli al generale hanno lanciato oltre un anno fa un’offensiva per la conquista della capitale, ma i sanguinosi combattimenti, centinaia i morti e decine di migliaia gli sfollati, sono sempre rimasti ad una fase di stallo.
La prima reazione da Tripoli viene dal consigliere del governo di accordo nazionale Mohammed Ali Abdallah, che ha respinto seccamente le affermazioni di Haftar: “Ancora una volta mostra le sue intenzioni autoritarie. Non cerca più di nascondere il suo disprezzo per una soluzione politica e per la democrazia in Libia. Il suo discorso di questa sera è quello di un uomo disperato e sconfitto”.
Il generale giovedì scorso si era rivolto ai libici chiedendo loro di indicare quale istituzione volessero al governo del Paese.

Rivolgendosi ieri sera al popolo libico Haftar ha insistito: “Abbiamo risposto alla vostra chiamata annunciando la fine dell’accordo politico che ha distrutto il Paese e l’affidamento della delega a chi ritenete degno. Accogliamo il vostro sostegno all’esercito e il rinnovo della vostra fiducia nei nostri confronti per la cancellazione dell’accordo politico in modo che diventi parte del passato”.
Ancora qualche giorno fa Haftar, in un discorso televisivo per l’inizio del Ramadan, aveva accusato il capo del Consiglio presidenziale del governo internazionalmente riconosciuto di Tripoli, Fayez al Sarraj, di crimini equiparabili all’alto tradimento verso la Nazione. Ha accusato gli avversari nascondendo che il suo esercito ha attaccato ospedali e distrutto diverse autoambulanze in diverse azioni militari.

Qualcosa si sta muovendo anche nell’Onu. Dopo il rifiuto degli Stati Uniti di approvare la candidatura dell’ex ministro degli Esteri algerino, Ramtane Lamamra, come inviato speciale Onu in Libia, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, avrebbe indicato il capo della diplomazia della Mauritania, Ismail Ould Cheikh Ahmed, come sua prima scelta per ricoprire tale carica, dopo le dimissioni del libanese Ghassan Salamé a inizio marzo.
Stando a quanto ha riportato “Africa Intelligence”, sito web francese specializzato in economia e politica nel continente africano, “Antonio Guterres ha informato i suoi principali consiglieri della sua preferenza per l’attuale ministro degli Esteri mauritano, Ismail Ould Cheikh Ahmed”. Diplomatico di carriera, Cheikh Ahmed, ministro degli Affari esteri e della cooperazione della Mauritania dal 2018, conosce bene le Nazioni Unite e i difficili negoziati nelle zone di conflitto, in particolare nel mondo arabo, per aver ricoperto, dal 2015 al 2018, la carica di inviato speciale dell’Onu in Yemen. Il ministro mauritano, 60 anni, è anche stato il numero due della missione Onu in Libia dal 2014 al 2015.
A differenza dell’algerino Lamamra, che non godeva del consenso unanime del mondo arabo e dei paesi confinanti con la Libia, il diplomatico mauritano avrebbe buone probabilità di occupare questa posizione, secondo il sito: innanzitutto perché il suo Paese non confina con la Libia, quindi perché Nouakchott si è dimostrato equilibrato tra i due principali protagonisti del conflitto libico, il governo di unità nazionale riconosciuto dalle Nazioni Unite e l’uomo forte dell’Est della Libia, il generale Khalifa Haftar, e infine perché vanta buoni rapporti con quasi tutte le potenze coinvolte nel conflitto, quali Emirati arabi uniti, Turchia ed Egitto.

In attesa di conoscere il nuovo inviato dell’Onu, dal 12 marzo scorso l’incarico di inviato speciale è ricoperto da Stephanie Williams, ex numero due di Salamé, nominata facente funzioni.
Il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, in una nota ha affermato: “In coincidenza dell’avvio del Ramadan, il mese sacro per le comunità islamiche di tutto il mondo, l’Italia sostiene con convinzione l’appello lanciato dalla rappresentante speciale aggiunta del segretario generale delle Nazioni Unite, Stephanie Williams, per una tregua umanitaria in Libia. L’Italia auspica che tutti i Paesi e le organizzazioni internazionali parte del processo di Berlino si associno pubblicamente a tale appello, come primo passo in vista di un vero cessate il fuoco”. Secondo la Farnesina: “Mentre nelle ultime settimane i combattimenti si sono purtroppo intensificati, la festività del Ramadan rappresenta l’occasione per mettere a tacere le armi, come già avvenuto, pur brevemente, nell’agosto 2019 durante la festa dell’Eid el Adha, affrontare l’emergenza Covid-19, riprendere il percorso del dialogo politico e provare ad alleviare le difficoltà e le sofferenze delle persone più vulnerabili in Libia, inclusi sfollati, migranti e richiedenti asilo”.
L’autoproclamazione di Haftar sembrerebbe un millantato credito. Insomma, se si tratta dell’ultima scena dell’uomo forte della Cirenaica, si potrebbe paragonare all’ultimo bagliore prodotto dalla caduta di un’asteroide.

Salvatore Rondello

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