giovedì, 2 Aprile, 2020

Hammamet. Sapere aude

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Ho visto il film Hammamet e l’ho apprezzato come un’opera d’arte cinematografica. Si capisce benissimo che l’intento dell’autore non è un approfondimento politico o sociologico sulla figura di un grande statista, quanto piuttosto la trasposizione, in ambito cinematografico, della sua figura umana, del ruolo che svolse in Italia e del suo consumarsi in quell’esilio che purtroppo ancora molti definiscono latitanza.
Non sto a soffermarmi su quanti e quali grandi politici furono oberati da problemi giudiziari nel corso della loro vita senza subire una vera e propria persecuzione come Craxi, ne cito un paio tra tutti: Helmut Kohl ieri e Lula oggi, nell’epoca in cui il procedimento giudiziario è consustanziale alla eliminazione politica di personaggi ritenuti scomodi.

Questo film però è particolarmente adatto a chi ancora si accanisce a voler stabilire che Bettino doveva tornare in quel periodo a farsi processare, perché lo ritrae molto bene, anche grazie alla interpretazione magistrale di Favino, che ce lo restituisce nella sua cruda ma struggente realtà umana e non solo storica, nel suo lento ma inesorabile processo di macerazione e consunzione fisica, a cui però si oppone la sua ostinata determinazione di non voler essere una sorta di capro espiatorio per un intero sistema politico in fase di dissoluzione.

Così, a chi ancora sbrigativamente si ostina a definire Craxi ladro e latitante, è particolarmente adatta una delle ultime sequenze, quella del sogno di Bettino che, prima a piedi scalzi cammina sul Duomo di Milano e poi con il padre assiste al varietà, all’avanspettacolo in cui un paio di guitti, di fronte ad un pubblico che si sganascia dalle risate, si diverte a deridere lo stesso Craxi impotente su una sedia a rotelle, ridotto in condizioni miserevoli

Quella immagine, a tratti felliniana, è la metafora del cinismo di un popolo che da secoli, o forse sarebbe meglio dire, da millenni, risalendo anche a Giulio Cesare, passa con molta disinvoltura e sovente anche ilare cinismo, dall’Osanna al Crucifige, prima applaude sotto i balconi o ingoia avidamente bustarelle e poi fa prestissimo ad appendere per i piedi e a osannare lo sceriffo giustiziere, ovviamente dopo aver consumato il bottino . Quasi che la risata sgangherata possa essere l’ultimo schermo a coprire le sue reiterate vergogne e miserie.
Ho sentito molti dire che nel film si tace o comunque resta nell’ombra l’operato di quello che è certamente l’ultimo grande statista che ha avuto questo Paese. Non è del tutto vero, lo si dice ma senza ostentarlo, senza che debba risaltare dal risentimento e da un desiderio di rivalsa che comprensibilmente emerge invece in quei socialisti che vissero in quella stagione che oggi vedono completamente svilita. Non è un film come quelli di Ferrara che voglia indagare specificamente su questioni politiche o denunciare il cambiamento epocale che si ebbe in Italia con il passaggio dal predominio della politica sull’economia, all’egemonia dell’economia sulla politica. Questo avrebbe portato l’autore molto più lontano da quel microcosmo di Hammamet che gli serve solo per evocare tali questioni, che però un attento spettatore sa ben cogliere sullo sfondo, grazie ad una mirabile sceneggiatura.

Ho trovato particolarmente toccante e suggestiva la figura del nipote “garibaldino”, quasi fosse proprio il simbolo di una Italia futura che ritrova le sue radici migliori in quella purezza che si accompagna alla innocenza della gioventù. Il nipotino che gioca sulla spiaggia e rievoca Sigonella non è una semplificazione banale, ma una trasposizione poetica di un evento che ci riporta, nell’epoca contemporanea, a rievocare quei valori di libertà ed indipendenza che furono dei fondatori della nostra Patria.
Il film procede per metafore, per simboli, non è un film neorealista, come forse alcuni avrebbero voluto, ma, proprio per questo, riesce più efficace, perché sa sollecitare la corda emotiva e stemperarla con l’afflato poetico, evocando anche figure simboliche immaginarie, come quella del ragazzo il quale sembra voler attentare alla vita di Craxi e poi finisce in una clinica psichiatrica, e che pare un po’ il simbolo di una ideologia la quale, dopo avere tentato di processare politicamente Bettino, finisce anch’essa per essere divorata dalle sue contraddizioni e, di conseguenza, risulta completamente emarginata.

Nell’incontro con l’anziano leader democristiano si può forse leggere non solo la metafora dell’ultimo colloquio che Craxi ebbe con Cossiga, ma anche la cruda ed amara consapevolezza di un intero mondo politico che pur essendo stato affratellato da una sorte e da una responsabilità comuni, lasciava che a pagare più duramente fossero alcuni piuttosto che altri. Nel film non si tace su condanne fondate sul “non poteva non sapere”, né su chi ad altri portava valigette piene di soldi eppure “poteva non sapere”. Tutto questo però sapientemente non viene messo in primo piano, perché l’opera è volutamente artistica e poetica, non è documentaristica né agiografica. E questo è il punto di maggior forza del film. Anche se non rappresenta la realtà pedissequamente come con la scena dei turisti che accusano Bettino, esso sa ben rievocare il clima di un’epoca e le sue grandi contraddizioni.
Il risultato è che si esce dalla sala cinematografica senza rabbia né commozione, ma soltanto con una amara coscienza meditativa e si finisce con il voler pensare, anzi, con l’ “osare pensare”, rompendo quel velo di illusione, quello schermo vitreo dell’apparenza che la metafora della fionda coglie pienamente. Possiamo quindi dire che “osa pensare” con la tua testa senza lasciarti imbastardire dai media e dalla piazza, è il messaggio kantiano ed illuminista migliore, soprattutto come efficace antidoto al giustizialismo e al populismo, che l’autore ci ha voluto lasciare rispetto ad un’epoca di perdurante oscurantismo, che si traduce in insignificanza politica per una intera nazione, dal quale purtroppo non siamo ancora usciti.

Detto questo sul film di Amelio, vediamo ora cosa manca al “film” dei socialisti.
Bettino Craxi non merita una riabilitazione postuma che suonerebbe come una beffa utile solo per sciacquare coscienze assopite e distratte o peggio, assuefatte alla mancanza di cultura politica, merita piuttosto rispetto e conoscenza sia dei suoi meriti sia dei suoi errori.
In poche parole, va consegnato alla storia d’Italia e del Socialismo Italiano, il quale non può certo fermarsi a venti anni fa. Né restare perennemente confinato in una tomba nell’attesa della resurrezione di un uomo per altro già avvenuta nella Grazia di Dio e nel suo tribunale
Un uomo misura la sua grandezza anche in base al suo lascito, se cioè la sua eredità è utile ai suoi eredi per proseguire e migliorare la strada da lui intrapresa.
Se la strada si ferma, o per i debiti o per l’incertezza che egli lascia, vuol dire che non è poi così grande come si pensava che fosse. Si dice “de mortuis nihil nisi bonum” ma questa tentazione non deve attanagliarci nel non comprendere che la sorte di un grande partito italiano che ha segnato le tappe della crescita civile e politica di un intero Paese, non può essere legata ad un unico personaggio ed anche ai suoi purtroppo assai ingombranti errori, in particolare alla sua smodata permalosità, primo e rovinoso esempio di mancata e opportuna consapevolezza.

Può però anche capitare che lasci molto e che quello che lascia vada dilapidato. Bettino ci ha lasciato il senso dell’orgoglio dell’autonomia e della dignità di un partito che rifiuta di essere ridotto a capro espiatorio di un’epoca di mali perfettamente condivisi da una classe politica che non fu capace, nella sua interezza, di rinnovarsi né di trovare una via futura che potesse essere alternativa alla storia da essa tracciata. E soprattutto che fosse coraggiosamente determinata a riscattare la sovranità e indipendenza di un Paese fin troppo mortificato nel più becero stragismo dalla guerra fredda e dal tallone dei vincitori della seconda guerra mondiale. Questo spirito di indomita indipendenza che fu dei migliori antenati della nostra storia è immensamente di più di un patrimonio economico.
Ci ha lasciato il senso di appartenenza ad una militanza che non è solo di partito ma “dell’Italia”, perché la sua concezione del Socialismo includeva strettamente l’Amor di Patria, così come lo intese Garibaldi che lui tanto ammirava. Non dunque l’amore e il rimpianto di una sola moneta, ma l’orgoglio e la dignità di una tradizione storica, civile e culturale resta il suo lascito più prezioso.

Tornare dunque ad essere autenticamente patrioti e socialisti al tempo stesso, sapendo interpretare le sfide della contingenza secondo quei valori che hanno accompagnato la nostra storia, restando aperti a coloro che li vogliono condividere, è, per chi vuole che il Socialismo Italiano sia ancora in moto, l’unico modo vero di onorare la memoria di Bettino Craxi. Non sarà un documentario o film romanzato e metaforico, per quanto struggente, a renderlo ancora vivo in mezzo a noi.
Ma sarà solo il simbolo di un Partito autenticamente socialista, di nome e di fatto, in ogni scheda elettorale ed in ogni momento e luogo in cui i socialisti vorranno ancora testimoniare l’amor di Patria nell’amore della Libertà e della Giustizia Sociale a rendere la sua eredità, come quella dei suoi predecessori, ancora grande, viva, presente e soprattutto tale da riscattare l’onore e la dignità di tutto un popolo che non rinuncia ad essere libero e protagonista del suo destino, in Italia, in Europa e nel mondo.

Carlo Felici

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