lunedì, 20 Gennaio, 2020

“Hammamet”: un film su Craxi suggestivo, ma romanzato

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“Liquidare troppo presto una stagione è stato un errore. Quella stagione merita di essere presa a punto di riferimento di tutto il centrosinistra.
Spero che con Andrea Orlando e tutto il Partito Democratico si inizi una nuova stagione di condivisione ideologica e culturale. Il centrosinistra in Italia non può che definirsi socialista.”
L’ha detto Enzo Maraio, Segretario del Psi, rispondendo ad Andrea Orlando, nel corso del dibattito sulla proiezione speciale del film “Hammamet”: organizzata dal Psi Roma, il 9 gennaio, al “Nuovo Cinema Aquila”. E i giudizi sono stati abbastanza articolati, anche contrastanti, su questa pellicola di Gianni Amelio, dedicata all’ultimo anno di vita di Bettino Craxi: prodotta dalla Pepito Production e da RAI Cinema, Leone d’ Oro e miglior regìa all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, e Gran Premio della giuria allo scorso Festival di Cannes.
“A vent’anni dalla sua morte – ha osservato Ugo Intini, Direttore emerito dell’“Avanti!” – l’opinione pubblica inizia finalmente ad avere un’idea più obbiettiva su Bettino Craxi e la sua politica: rendendosi anzitutto conto che dal ’92 al ’94, il passaggio alla “Nuova Repubblica” è stato davvero troppo improvviso e traumatico, e con troppe, gravi ambiguità. Oggi che la politica italiana è francamente ridicola, incapace di vedere i problemi reali, emergono sempre più le differenze rispetto agli ultimi anni 80, quando – con Craxi Primo ministro – il nostro PIL era quasi uguale a quello di Francia e Germania (ai quali, oggi è del 30% inferiore). Mentre l’indegno spettacolo delle monetine lanciate contro Craxi quella sera dell’aprile ’93, davanti all’hotel “Raphael”, preludeva ai successivi populismi, rosso e nero; incubati, purtroppo, proprio nella stagione di Mani Pulite”. “Ridicola, poi”, ha aggiunto Bobo Craxi, presente anche lui in sala, “è la rivendicazione dell’eredità politica di mio padre da parte di forze populiste e sovraniste di oggi: nella sua politica, specialmente da Presidente del Consiglio (1983- ’87), c’erano, sì, patriottismo e anche nazionalismo, ma non certo il sovranismo. Craxi, a Sigonella a ottobre ’85, difese la sovranità nazionale dall’arrivo dei marines; Salvini l’ha difesa dall’arrivo di poveri africani in mutande”.

“Gli eccessi degli anni ’92- ’94 e dintorni, con la demonizzazione di Craxi”, ha ricordato sempre Enzo Maraio, “oggi sono sin troppo facilmente rinnegati da intellettuali che allora ne furono i protagonisti. Come primo segretario socialista che non ha vissuto direttamente quella stagione, preciso che in questi giorni si stanno avviando varie iniziative per ricordare adeguatamente la figura del segretario eletto nel ’76 al “Midas”: che culmineranno il 19 gennaio, anniversario esatto della sua morte, ad Hammamet, ma anche altrove”.

Il film di Gianni Amelio (il regista, tra l’altro di “Porte aperte” e del “Ladro di bambini”) è ineccepibile tecnicamente e adeguatamente interpretato dalla maggior parte dei protagonisti: specie da Pierfrancesco Favino, qui irriconoscibile grazie a un trucco complesso, che l’ha reso incredibilmente somigliante al leader socialista (del quale Favino riesce ad imitare anche le movenze, oltre alla voce che risulta quasi uguale). Ma, pur apprezzando il coraggio di regista e sceneggiatori (lo stesso Amelio insieme ad Alberto Taraglio), non possiamo non rilevare la genericità e l’approssimazione con cui viene ricostruito il contesto storico, fondamentale in una pellicola che comunque parla degli intricati e scottanti anni del passaggio dalla “Prima” alla “Seconda” Repubblica (un paragone che viene immediato è quello con “Le passeggiate al Campo di Marte”, dedicato nel 2005, da Robert Guédiguian, agli ultimi mesi di vita di Francois Mitterrand: ma il tramonto del Presidente francese, anch’egli gravemente malato come il collega e amico italiano, era avvenuto in un clima assai più tranquillo di quello vissuto poi da Bettino Craxi).

Regia e sceneggiatura danno l’impressione di aver avuto troppa paura a entrare nei dettagli, a citare nomi precisi (si pensi alle forti differenze coi vari film sul caso Moro, o con la serie tv di Sky su 1992, ’93 e ’94). Stefania, ad esempio, figlia di Bettino (che, tra l’altro, nel libro di Marcello Sorgi “Presunto colpevole”, in uscita la prossima settimana da Einaudi, racconta nei dettagli gli ultimi momenti del padre), nel film diventa “Anita” (allusione alla nota passione di Craxi per Garibaldi?), mentre viene ipotizzato che Vincenzo Sartori sia in realtà Vincenzo Balzamo, che fu segretario amministrativo nazionale del PSI dal 1985. Lo vediamo nelle sequenze iniziali, a colloquio con Craxi a conclusione di quel XXLV Congresso nazionale del PSI, all’Ansaldo di Milano nel maggio ’89, che vide la rielezione del segretario col 92% dei voti: poi l’azione si sposta a dieci anni dopo, primavera del 1999, con Craxi già da 5 anni in volontario esilio ad Hammamet, grazie all’asilo concessogli dall’amico presidente tunisino Ben Alì (che sarà poi destituito, 12 anni dopo, dalla prima delle “Primavere arabe”). E qui, ecco l’invenzione, di un figlio dell’amministratore del partito che raggiunge rocambolescamente Craxi ad Hammamet e ne diventa una sorta di Salieri nell'”Amadeus” di Forman: che segue passo passo il suo declino e in ultimo, a Craxi ormai defunto, confida alla figlia di quest’ultimo di aver in realtà assassinato il padre, Sartori, gettandolo dal balcone di casa, per farlo diventare “un martire” mentre si trattava di “un criminale”.

Anche se una riflessione storica pienamente obbiettiva e completa sugli anni di Tangentopoli e, prima ancora, sulle degenerazioni partitocratico-scandalistiche della Repubblica iniziate già negli anni ’70, diversa dalla “vulgata” sbrigativa circolata dal ’92, sull’onda del furore giustizialista e ideologico, è ancora di là da venire, non auspicavamo certo un’opera agiografica, che esaltasse Craxi, difendendo la sua figura a tutti i costi e scagionandolo al mille per cento dalle responsabilità accumulate in quasi vent’anni di direzione del partito; e va dato atto al film di aver evitato ambedue le tentazioni, sia dell’agiografia che, all’opposto, dell’anatema. Ci rendiamo anche conto della prudenza che inevitabilmente guida le scelte di registi e sceneggiatori quando devono mettere in scena personaggi reali, in un Paese dove troppa gente sta sempre pronta con la querela in mano. Ma nemmeno è accettabile che, nel raccontare le vicende finali di un personaggio come Bettino Craxi (come Moro, Andreotti e altri grandi protagonisti della Repubblica, “totus politicus”), pur concentrandosi sugli aspetti privati (il rapporto con la moglie Anna, i figli Stefania e Vittorio, un fugace incontro, sempre in Tunisia, con una presunta amante), si resti troppo nel generico, o ci concedano “licenze poetiche” come quella su Balzamo che ricordavamo prima. Lo stesso Favino/Craxi, per la verità, precisa di aver ricevuto 2 condanne (passate poi in giudicato dopo la sua morte, per presunti episodi di corruzione a Roma, e per illeciti finanziamenti di partito politico): ma allora sarebbe stato doveroso ricordare anche i giudizi in cui fu assolto, e, soprattutto, lo storico discorso del 29 aprile ’93 in Parlamento, per la fiducia al governo Ciampi. In cui il segretario del PSI, dopo aver richiamato il Parlamento stesso alle sue responsabilità per non aver saputo approvare, in tanti anni, una riforma seria delle norme sul finanziamento dei partiti, si dichiarò colpevole, ma nello stesso modo di tutti gli altri leader di partito: in realtà ben consapevoli dei difetti di un sistema di cui, nella storia della Repubblica, tutti i politici erano stati variamente responsabili. Appena accennata, poi, in modo insufficiente per lo spettatore medio, è la vicenda del tentativo di Craxi, poco tempo prima della morte di rientrare in Italia per curarsi: abortito per l’opposizione dei giudici, che condizionavano l’autorizzazione al suo arresto

Non vogliamo comunque stroncare un’opera in ogni caso coraggiosa, distribuita in molte sale cinematografiche e che ci auguriamo contribuisca a svegliare l’interesse dei più giovani verso un personaggio e un periodo della storia nazionale su cui, il più delle volte, hanno ricevuto informazioni vaghe e superficiali, se non distorte. Momenti di forte intensità drammatica, che lo riscattano da una certa lentezza, il film li raggiunge specie alla fine; mentre suggestiva è la colonna sonora, che a tratti richiama le note dello storico “Internazionale”. Bravi, comunque, tutti gli interpreti; oltre a Favino, Lina Rossi (Stefania Craxi), Alberto Paradossi (Bobo Craxi), Luca Filippi (Fausto, il preteso figlio di Vincenzo Sartori), Renato Carpenteri (l’importante politico che visita Craxi ad Hammamet a Natale del ’99, forse Francesco Cossiga, che realmente andò), Claudia Gerini (presunta amante del leader), Giuseppe Cederna (l’amministratore nazionale del partito).

Fabrizio Federici

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