sabato, 7 Dicembre, 2019

Hikikomori, le nuove identità antropologiche

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“Avevo 20 anni. Frequentavo l’università, ingegneria. La mia famiglia ha dovuto affrontare seri problemi economici. I miei genitori sono diventati opprimenti…”.

Un po’ neet (“giovani che non fanno nulla dalla mattina alla sera”), un pò nerd, nuove identità socio-antropologiche avanzano all’orizzonte del XXI secolo. Hanno un dna misterioso, sfuggente, ma assai complesso e difficile da decodificare.

In Giappone sono 4 milioni, da noi, sotto questo cielo, “solo” 120mila. Quelli noti alle istituzioni, ma nel sommerso navigano altri numeri, di cui si ignora tutto, o quasi.

Se poi spalmiamo questi trend a livello globale, le conclusioni sono allarmanti: un bel po’ di millenials, ma anche di adulti e vaccinati (sui 40 anni), si chiama fuori dal reale, vive sospesa nel limbo, in un mondo tutto suo (davanti a uno schermo anche 16-18 ore).

Su quali topoi sociali, culturali, esistenziali poggia il fenomeno, probabilmente nuovo nella storia dell’umanità? Cosa provoca il rifiuto della realtà e il comodo rifugio nei pixel del proprio pc e smartphone (e la conseguente amnesia), nei fumetti, nel metafisico più deteriore, di più generazioni (dai 12 ai 40 anni)? E quali sono i costi sociali del fenomeno – che si trasfigura in una vera e propria patologia (lo spaesamento, il disagio) – forse destinato a crescere?

La giornalista di Radio1Rai (già “Paese Sera”, “Messaggero”, “Repubblica”) Anna Maria Caresta lo indaga, come si dice, “sul campo”, ad ampio raggio, nelle sue tante implicazioni in “Generazione Hikikomori” (Isolarsi dal mondo fra web e manga), Castelvecchi Editore, Roma 2018, pp. 120, euro 13, 50 (Collana “Le Polene”).

Già fa venire i brividi l’etimologia: “hiki” (ritiro), “komori” (essere rinchiuso). Se poi si riflette che la scelta di questo solipsismo, chiamarsi fuori, è personale, non coatta, i brividi aumentano.

“A volte puzzano, non essendosi lavati da giorni. Altre volte costringono il medico a raggiungerli in macchina, nel parcheggio dell’ospedale…”.

Il fenomeno viaggia ancora in termini carsici: la giornalista indaga il Giappone (Tokio, dove esiste il quartiere dei fumetti) e Torino, ma una mappa su base nazionale, e planetaria, non c’è. E il giorno in cui la avremo, le istituzioni avranno una problematica in più da affrontare.

E non sarà facile. Perché questa gente si assenta dal mondo volontariamente, non esiste per la famiglia, la società, non studia, non lavora, disegna un futuro, sopravvive a livello vegetale e talvolta “scambia il giorno con la notte”. Magari il welfare dovrà occuparsi anche di questi.

La struttura architettonica del Giappone sembra l’ideale per l’autoreclusione: quelle casette lillipuziane (rokujo), per nani da giardino, ma anche i nostri monolocali non sono migliori e le stanzette nell’appartamento di mamma e papà difese quasi col filo spinato. Per giocare, guardare serie tv, navigare in pace. Il mondo fuori? Gli altri? Non esistono, semplicemente.

Francesco Greco

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