martedì, 20 Agosto, 2019

Hong Kong non piega la testa e la Cina trema

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La normalizzazione non c’è stata. Da due mesi si susseguono a Hong Kong gli scontri tra la polizia e i manifestanti. Gli agenti affrontano la protesta in assetto anti sommossa: usano manganelli, gas lacrimogeni, proiettili di gomma. I manifestanti scendono in piazza aprendo migliaia di ombrelli colorati e rispondono con il lancio di pietre e mattoni.

Arresti, feriti e scontri sono divenuti una costante di ogni fine settimana. Sono comparsi anche gruppi di uomini “vestiti di bianco” con la mano pesante verso i dissidenti. Secondo i manifestanti si tratta di persone affiliate alla Triade, la mafia cinese, sostenute dalla polizia. Gli agenti hanno respinto le accuse.

Gli scontri sono cominciati contro la legge sulle estradizioni proposta dal governo di Hong Kong guidato da Carrie Lam. Il timore è che il provvedimento possa determinare un’ingerenza della Repubblica popolare cinese nell’autonomia dell’ex colonia britannica. Pechino ha parlato di “rivolta”. La protesta sempre di più sta divenendo un dissenso politico contro le restrizioni alle libertà e ai diritti individuali stabiliti per Hong Kong. Deng Xiaoping nel 1979 avviò le trattative con il Regno Unito per il ritorno della colonia alla Cina lanciando il motto di «un Paese due sistemi». Dal 1997 Hong Kong fa parte della Cina come regione autonoma speciale: solo la politica estera e la difesa sono prerogativa di Pechino.

Ora quel modello rischia di crollare. La protesta potrebbe contagiare altre regioni a rischio della Cina. L’allarme è forte nel Partito comunista cinese. Xi Jinping, impegnato nelle difficili trattative con Donald Trump sui dazi alle merci cinesi, è prudente. Hong Kong, con oltre 7 milioni di abitanti, è una delle zone più ricche e sviluppate del mondo. La sua Borsa rivaleggia con quella di New York e di Londra. Gli abitanti della regione autonoma speciale godono di libertà politiche limitate ma impensabili per i compatrioti residenti nella Repubblica popolare. In Cina l’economia di mercato, introdotta dal riformista Deng Xiaoping dopo la morte di Mao Zedong, convive miracolosamente con la dittatura politica esercitata dal Partito comunista cinese.

La Cina, grazie all’adozione del sistema produttivo capitalista, è diventata la seconda potenza economica del mondo dopo gli Stati Uniti ma il miracolo potrebbe finire. Se Hong Kong divenisse pienamente libera e democratica potrebbe innescare la rivolta dei dissidenti cinesi oppressi dalla dittatura nella Repubblica popolare. La situazione è a rischio per Pechino ma varie rivolte per chiedere libertà e democrazia finora sono state represse nel sangue come avvenne nel 1989 con la strage di studenti in piazza Tienanmen (l’esercito sparò sulla folla causando circa mille morti).

Cinque anni fa, nel 2014, scoppiarono le prime proteste nella ex colonia britannica. Migliaia di persone scesero in piazza pacificamente, come avviene adesso, alzando un mare di ombrelli aperti di colore diverso. Gli ombrelli colorati sono usati anche nelle proteste degli ultimi due mesi. Finora hanno protetto i dissidenti da repressioni sanguinose.

Leo Sansone
SfogliaRoma

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