sabato, 31 Ottobre, 2020

I 10 giorni che sconvolsero il mondo?

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Originale volume scritto da John Reed all’indomani della rivoluzione sovietica e nel 1982 prodotto come film, “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, hanno rappresentato un arco temporale sufficiente per mettere a soqquadro l’intero globo. La si pensi come si vuole ma quei dieci giorni hanno segnato l’inizio di una nuova infatuazione internazionale e di una tragica epopea. Oggi siamo di fronte ai dieci giorni dei cosiddetti stati generali convocati dal presidente del Consiglio Conte. Non credo segneranno un’altrettanto improvviso cominciamento di una nuova fase storica. Anche per questo non riesco a comprendere la scelta di un così lungo lasso di tempo, semplicemente per ascoltare le diverse categorie economiche e confrontarsi con esse. Saranno dieci giorni di luci della ribalta sul governo. Dieci giorni di interventi e di suggerimenti. Molti di più della durata di un congresso del Pcus, mediamente di più dell’elezione di un papa da parte di un Conclave, poco di meno della durata del Ramadam. Eppure sono convinto che questa scelta di una così gigantesca proiezione in technicolor delle proposte del governo e del suo confronto con le categorie produttive corra un serio rischio di fallimento, almeno parziale. Le opposizioni non ci saranno ed é una scelta loro, anche se Berlusconi aveva annunciato la sua intenzione di parteciparvi. Ma cosa andrà a dire il presidente della Confindustria Bonomi? Noblesse oblige, ma svolgerà un intervento diverso dalle dure reprimende che ha lanciato contro il governo dal giorno stesso del suo insediamento? E i vertici del commercio saranno contenti e si presenteranno con le braccia alzate?. E i sindacati, i rappresentanti dei consumatori, quelli dell’agricoltura, degli artigiani? Non saprei. Ma escludo che il mondo economico italiano arrivi agli stati generali con la pistola scarica, soprattutto su un punto. La differenza cioè tra il dire e il fare. Non é solo il mare che in Italia le divide, ma é la burocrazia e una politica che ha sovralegiferato sempre e solo per imporre controlli. Ma ancora. Siamo sicuri che un programma il governo non ce l’abbia già e semmai deve discuterlo al suo interno? Ma chi ha nominato la fask force di Colao e con quale compito che non sia proprio quello di fornire al governo una bozza di programma? E’ con quella che Conte si presenterà agli stati generali? Se non sarà cosi a cosa sarà servito il lavoro di Colao e compagnia? Ma non basta. Nel concedere le sostanziose risorse del Recovery found giustamente l’Europa pone condizioni legate, come ci ricorda il nostro Nicola Scalzini, già consulente del governo Craxi e sottosegretario con Dini, alla capacità dell’Italia di fornire un sostegno attivo all’occupazione, alla formazione professionale, all’anticipo dei progetti per investimenti pubblici maturi, alla promozione degli investimenti privati, alla ricerca e all’innovazione, ai trasporti pubblici sostenibili, alla gestione dei rifiuti e alla tutela delle risorse idriche, alle infrastrutture digitali, alla riforma del sistema giudiziario e della pubblica amministrazione. La cosa significativa é nel monitoraggio trimestrale. Ogni tre mesi va consegnato a Bruxelles uno stato sulla realizzazione delle opere e delle riforme. Grazie. E viva l’Europa. Sul punto del monitoraggio trimestrale Conte dovrebbe svolgere non già gli stati generali, ma le prove generali. Non servono idee rivoluzionarie (quelle lasciamole ai 10 giorni di cui sopra) ma serve un nuovo e rivoluzionario modo di spendere le risorse. Magari in dieci giorni…

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Mauro Del Bue

1 commento

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    Paolo Bolognesi on

    Nel leggere il presente Editoriale, che si aggiunge alle altre notizie di stampa di questi giorni, si ha l’impressione – giusta o sbagliata che sia – di essere entrati in una stagione in cui molte decisioni non passano più dal Parlamento, il che fa venire alla mente fatti di una quindicina d’anni fa, quando ci fu chi, tramite riforma costituzionale, avrebbe voluto rafforzare il ruolo del Presidente del Consiglio, un “progetto” bocciato poi dal Referendum e che, se non ricordo male, trovò la ferma opposizione della sinistra, sempre avversa a forme di Presidenzialismo e sostenitrice invece della Repubblica parlamentare, ossia del ruolo del Parlamento che non poteva essere in alcun modo “ristretto” a favore dei “poteri” e prerogative del Capo del Governo (talvolta il passar del tempo ci riserva inimmaginabili “giravolte”, e se oggi, come sembra, molte decisioni non passano più dal Parlamento, avranno una ragione in più da spendere quanti sostengono il c.d. taglio dei parlamentari).

    Paolo B. 12.06.2020

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