martedì, 1 Dicembre, 2020

I calci e la follia. Il peso dell’Alzheimer sul calcio inglese

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La notizia, di questi tempi, non è certo di quelle destinate a raccogliere l’attenzione e le emozioni del mondo. E tuttavia, a suo modo, credo abbia un suo qualche interesse. Di che si tratta? Si tratta del fatto che il calcio inglese, quello d’antan per lo meno, può condurre, sta già di fatto conducendo, alla follia. Alla demenza. E non – ahinoi – nel senso metaforico ed estetico di cui, quelli come me, erano ben certi da decenni. Della serie “Il calcio inglese, a me, mi fa impazzire!”. Ma, disgraziatamente, nel senso diagnostico e statistico. Un numero spropositato di calciatori che hanno infatti calcato i pesanti campi da gioco d’oltre Manica – fra i ’60 e i ’70 – è già morta, o stenta coi suoi ultimi giorni, affetta da demenza e malattie collegate. A cominciare dall’Alzheimer.

 

Nel corso degli ultimi due anni, mezza nazionale inglese, vincitrice dei Mondiali del ’66, se ne è andata con questi sintomi, o comunque – in vita – ne è affetta. Il terzino d’ala Wilson, i centrali Nobby Stiles e Jack Charlton, l’avanti sinistro Peters, il portiere di riserva Bonetti, mentre Jimmy Greaves e Bobby Charlton tirano avanti con quella diagnosi. Come pure una stella del football-pop dei ’70, Stan Bowles. Ma sono molti di più, anche meno conosciuti, quelli che hanno fatto i conti, o li stanno facendo, con questa tragedia. Perché accade tutto ciò? Forse che gli inglesi, a quell’epoca, fecero uso di sostanze del tipo di quelle che pare vennero usate dalla nazionale tedesca dell’ovest nel ’54, o dagli atleti dell’Est negli anni ’80, o nel ciclismo? Innanzitutto, è certificato: i calciatori hanno tre volte la possibilità di ammalarsi di demenza che il resto della popolazione. Nel caso inglese (britannico) pare che l’incidenza salga ulteriormente, e la spiegazione che viene data da alcuni studi che sta conducendo l’Università di Glasgow, suona per molti versi affascinante ed epica. Ovvero a causa del combinato disposto fra la pesantezza e durezza dei palloni di cuoio (i mitici “Mitre”, per gli appassionati; marroni o arancioni), usati su quei campi spezzo zuppi di pioggia, e il peculiare ricorso al gioco aereo. Le discese sulle fasce e i cross, per lo scontro fra centrali, in mezzo all’area. Quello schema, che ha fatto la storia e la fama del calcio inglese nel mondo, oggi è diminuito enormemente. E’ stato stimato che solo dal 2006 a oggi, il numero di quelle giocate nella media del campionato inglese è sceso da 38 a 24 a partita. Immaginiamo come doveva essere negli anni ’60 e ’70. Con tutte quelle “inzuccate”, coi palloni ma non di rado fra giocatori, che mandavano in visibilio le tifoserie sulle “terraces”. Tutte cose che, i freddi schemi importati dal Continente – con l’arrivo di allenatori e giocatori avvezzi ad altri schemi, ha ridotto drasticamente tutto questo. Col pallone, oggi enormemente più leggero e morbido che in passato, e in ogni caso ben incollato ai piedi e per terra. Meno magia, forse, ma – consoliamoci – anche meno tragedie. Si spera.

 

Salvo Leonardi

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