sabato, 24 Agosto, 2019

I dannati d’Europa

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Schiavi-immigrati

Un esercito di dannati. Credevamo che la parola schiavitù, nella civile Europa del XXi secolo fosse un ricordo ormai sbiadito del passato. E, invece, sono circa un milione le persone, vittima della tratta di esseri umani, ridotti in schiavitù. Per intenderci, una città delle dimensioni di Torino o Birmingham popolata solo di schiavi vittime dello sfruttamento, dell’induzione alla prostituzione, della criminalità organizzata e dei traffici illeciti (anche di organi).

Mentre il Vecchio Continente assiste sgomento alle tragedie che continuano a consumarsi nelle acque del Mediterraneo dove i viaggi della speranza si trasformano in trappole mortali, le stime rese note dalla Crim – Commissione per la criminalità organizzata, la corruzione e il riciclaggio di capitali del Parlamento europeo – raccontano l’altra triste faccia della storia di molti immigrati. Nera, nerissima anche per ci ce la fa a sopravvivere al mare. Vittime ne sono, in particolare, donne e, soprattutto i minori. Per cercare di sradicare il fenomeno della tratta, nuove misure, nuove direttive e strategie sono state messe a punto. Il piano d’azione riguarda il periodo 2012-2016 e, il 23 ottobre prossimo, sarà all’esame dei deputati europei riuniti in seduta plenaria.

Un problema grave che, seppur assuma diversi connotati (fino ad arrivare ai lavori forzati ed a provocare dei veri e propri cambiamenti socio-economici), può essere riassumibile e descritto come “violazione grave della libertà e della dignità dell’individuo, e una forma altrettanto grave di criminalità”, che non può essere contrastata solamente individualmente dai singoli Stati, ma necessita di un intervento risoluto a livello collettivo da parte dei membri Ue.

Si tratta di un fenomeno che rappresenta un affronto alle basi stesse della civiltà europea e che coinvolge indistintamente donne, uomini, giovani ed adulti, tutti accomunati dal versare in uno stato di cosiddetta “vulnerabilità”, ovvero in casi di povertà, mancanza di democrazia nel paese d’origine, situazioni di conflitti o post-belliche, assenza di integrazione, di prospettive di impiego, di accesso allo studio, circostanze di disuguaglianze sociali e di sesso, forme di discriminazioni.

L’Organizzazione internazionale del lavoro, a giugno 2012, ha dato delle cifre sul numero delle vittime dei lavori forzati, compreso lo sfruttamento sessuale pari, per l’arco temporale 2002-2011, a 21 milioni su scala mondiale, di cui 5,5 milioni di bambini. La gravità della situazione è ben più seria se si considera che parliamo di cifre sottostimate.

Altri numeri ci vengono dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine: il 79% delle vittime della tratta subisce uno sfruttamento sessuale (in aumento: nel 2010 era il 76% e nel 2008 il 70%), il 18% è costretto ai lavori forzati (in leggero calo rispetto al 14% del 2010 e al 24% del 2008), il 3% ad altre forme si sfruttamento. Le vittime sono: il 66% donne, il 13% ragazze, 12% uomini, 9% ragazzi. Per quanto riguarda la loro origine, invece, i Paesi dell’UE da dove provengono per la maggior parte sono: Romania, Bulgaria, Polonia, Ungheria; quelli non membri, invece, sono: Nigeria, Vietnam, Ucraina, Russia, Cina.

A proposito di numeri, è bene ricordare che stiamo parlando di decine di miliardi di euro di “incassi” annuali dallo sfruttamento delle vittime della tratta ai fini di lavori forzati: 31, 6 miliardi di dollari, di cui 15, 5 miliardi, cioè il 49%, generati in paesi dalle economia industrializzate, secondo i dati dell’Ufficio Internazionale del Lavoro di Ginevra. Sommersa o meno, la tratta è, dunque, un fenomeno che persiste nonostante sia proibita dall’art. 5 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE. Un ulteriore passo è stato effettuato con l’adozione della direttiva 2011/36/UE del Parlamento europeo per la prevenzione della tratta degli esseri umani e la lotta a questo fenomeno con la protezione delle vittime.

Essa ha un approccio globale ed integrato, pone l’accento sui diritti umani delle vittime, affrontando la questione di genere e la problematica dell’integrazione e del reintegro in società. La legislazione europea (documento d’orientamento generale del 2009) in più prevede il diritto per le vittime a soggiornare nell’UE: un approccio innovativo perché finalmente mette in relazione la connessione tra i fenomeni della tratta e della sicurezza e quelli della mobilità e dei flussi migratori, insistendo sulla cooperazione coi Paesi d’origine per ridurre l’immigrazione clandestina considerata, al tempo stesso, causa e conseguenza della tratta medesima.

Il dialogo tra Paesi d’origine e quelli d’accoglienza passa anche attraverso la liberalizzazione del rilascio dei visti e di programmi identificativi, sia nazionali che regionali, che si vanno ad iscrivere nelle cosiddette “politiche di vicinato” e dei piani d’azione bilaterali. A livello internazionale, poi, c’è il cosiddetto “Protocollo di Palermo” e la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta della tratta degli esseri umani, strumenti non ratificati da tutti gli Stati membri però. Perciò occorre una nuova direttiva omologata ed omologante, universale quasi, che faccia ordine. Una disciplina riconosciuta che raccolga tutte le esigenze, a cui, dal 2011, sta lavorando un coordinatore dell’UE nominato dalla Commissione, per mettere in campo una strategia condivisa, con un sito informativo creato ad hoc, sia per tecnici del settore che per gente comune. Missione impossibile? Staremo a vedere.

Barbara Conti  

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