martedì, 21 Maggio, 2019

I fondatori del PSI vengono espulsi dal partito mentre la reazione trionfa

0

Dalla Grande Guerra alla guerra civile – Parte 20

Prima di osservare le conseguenze della marcia su Roma, dobbiamo fare un piccolo passo indietro per tornare ai primi di ottobre di quell’anno decisivo: il 1922. Si riunì il primo di quel mese il Congresso del Partito Socialista a Roma e quello fu l’ultimo atto rovinoso di una sinistra allora in via di disfacimento; esso fu accompagnato, in seguito al fallimento dello sciopero legalitario, dalla scomparsa anche della Alleanza del lavoro, con la conseguenza che l’USI, sindacato dei ferrovieri, e la UIL ripresero la loro autonomia e libertà di azione.
Le posizioni delle due componenti in lotta nel Partito Socialista erano già note da mesi, fin da prima dello sciopero, si trattava ora di giungere ad una inevitabile resa dei conti. Prima però di affrontare gli eventi decisivi di quel Congresso, che vedrà l’espulsione dei fondatori dello stesso Partito Socialista, torniamo alle parole profetiche di Turati, pronunciate tre anni prima nel 1919, in un’ altra sede congressuale.
Esse ci illuminano non solo sulla inconciliabilità delle posizioni della componente massimalista allineata verso il Comintern, ma anche su ciò che in futuro avrebbe rappresentato lo stesso comunismo. E’ una lunga citazione ma vale la pena di leggerla tutta come monito e come punto centrale di questo excursus su quegli anni, a sigillo di quanto fosse ineccepibile la posizione del fondatore del Partito Socialista: “Con incondizionato rispetto – così si rivolse Turati al Congresso nell’ottobre del 1919 – osserviamo i tragici eventi verificatisi in Russia ed in Ungheria. L’Ungheria e la Russia sono state obbligate a passare bruscamente da un sistema economico semifeudale ad uno stato di cosiddetto “bolscevismo”, cioè ad un regime di preteso socialismo privo di molte delle condizioni essenziali per essere realmente socialista. Questa, a mio parere, è la peggiore sfortuna che potesse capitare al Partito Socialista e al proletariato. In Russia ci saranno miseria, terrore e mancanza di ogni libero consenso. Ricordate che in Russia non c’è libertà di stampa. Che il diritto di assemblea è stato cancellato. Che il lavoro è stato militarizzato. I bersagli preferiti dell’oppressione governativa sono i socialisti di tutte le correnti. Per finire, l’obiettivo irragionevole di tentare di forzare lo sviluppo economico ha condotto e continuerà a condurre alla disincentivazione dell’attività economica. Perciò si verificherà il seguente paradosso: un paese tanto grande sarebbe potuto diventare l’avanguardia di una nuova civiltà se avesse adottato prudentemente le misure preparatorie, perché è ricco di risorse naturali e ha l’incomparabile vantaggio di non essere tributario di paesi stranieri – non corre rischio di boicottaggio – possedendo, come possiede, una grande abbondanza di minerali, granaglie e ogni ben di Dio. Dovrà invece subire una interminabile odissea di sofferenze. Forse sarà costretto a tornare sui suoi passi, a diventare una potenza imperialistica. Nella migliore delle ipotesi dovrà sopportare decenni di esperimenti di miseria per realizzare gli aggiustamenti necessari al nuovo regime. Nel frattempo è costretto a costruirsi un’enorme macchina militare, più grande di quella di qualsiasi altro stato; una macchina che rappresenta una minaccia costante per ogni democrazia presente o futura. Questi saranno i risultati del tentativo di imporre una rivoluzione completa quando i tempi non erano ancora evidentemente maturi. Ma qualunque cosa succeda in Russia, resta il fatto indiscutibile che quelle condizioni non esistono in Italia. Qui in Italia possiamo seguire strade completamente diverse, senza passare per tali esperimenti e orrori. Questo perché la teorizzazione della violenza, se anche fosse plausibile in Russia, non potrebbe essere adottata in Italia” L’anarchico Malatesta gli fece eco, usando toni ancora più tragici: “Pagheremo con lacrime e sangue lo spavento che abbiamo fatto prendere alla borghesia”
Abbiamo riportato questa citazione ora e non all’inizio di questa breve opera sugli anni della guerra civile postbellica, proprio perché, nella sua narrazione e forse anche oltre, fino quasi ai nostri giorni, abbiamo riscontrato con estrema precisione l’avverarsi delle parole profetiche di Turati.
Ora possiamo tornare al Convegno di Ottobre che precedette di poco la marcia su Roma. Come abbiamo già rilevato, la divergenza profonda tra la componente massimalista e quella riformista risaliva non solo al Congresso di Livorno del 1921, ma sicuramente agli anni della guerra se non a prima, la Rivoluzione di Ottobre non fece altro che scavare un solco profondo e sempre più incolmabile tra le due. Già da prima del Congresso di Roma dell’ottobre del 1922 i giochi erano pressoché fatti, i manifesti congressuali erano già stati pubblicati tre mesi prima ed evidenziavano nettamente la divergenza in atto.
La componente massimalista definiva le proposte di collaborazione rivolte ai socialisti come tatticismo borghese “senza via di uscita”, e la eventuale collaborazione era stigmatizzata come in contrasto con le precedenti decisioni di tutti i Congressi socialisti da quello di Reggio Emilia. Si ribadivano i concetti già espressi in numerose occasioni, in base ai quali si riteneva necessaria l’unità proletaria, e “un urgente mutamento del regime politico”, come e con chi però non veniva specificato.
Il documento traeva le sue conclusioni come se la scissione fosse già avvenuta, con le seguenti testuali parole: “Liberati da ogni impedimento, svincolati dal legame ormai inceppante con coloro che vogliono ostinatamente procedere contro la dottrina e la regola del nostro partito, noi procediamo più uniti, più compatti contro il nemico”. E’ del tutto evidente che per “dottrina” allora si intendesse quella della III Internazionale e del Comintern.

Si ribadiva infine la condanna della tattica parlamentare e si rimandava l’azione ad una non ben definita situazione oggettiva che avrebbe dovuto scaturire dalle masse lavoratrici, mediante le loro organizzazioni. Principio ancora più vago in un momento in cui le stesse organizzazioni sindacali tornavano e dividersi, e la CGL sembrava allontanarsi dal Partito Socialista.
Alla fine di agosto, uscì anche il manifesto della componente riformista, la quale rispose per le rime, ormai rassegnata alla divisione incolmabile, e per questo decisa a marcare ancora di più la differenza tra le due fazioni, con le seguenti parole: “Bisogna decidersi non per la transigenza o la intransigenza, non per il collaborazionismo o l’anticollaborazionismo, ma tra socialismo e bolscevismo; fra il Partito Socialista quale fu fondato a Genova nel 1892, che vuole trasformare l’ordinamento sociale nell’interesse dei lavoratori tutti, manuali e intellettuali, […]ed è quindi profondamente democratico […] e il Partito comunista che vuole imporre con la dittatura, con la forza e, occorrendo, con il terrore le proprie idee e la propria volontà, ed è perciò profondamente autocratico”

Ecco dunque venire alla luce la vera discriminante, ormai incolmabile, insormontabile, inconciliabile: Socialismo o Comunismo, democrazia pluralista o autocrazia dittatoriale. Sembrava dunque che la componente riformista fosse ormai consapevole che l’espulsione era inevitabile, pertanto avrebbe dovuto passare all’attacco con il favorirla senza più adottare le ambiguità formali del Congresso di Livorno in cui aveva, seppure obtorto collo, aderito anch’essa, in nome dell’unità del Partito, ai principi della Terza Internazionale. Ora invece non si faceva altro che rimarcare la sua inconsistenza, soprattutto nelle conseguenze generate da essa all’interno del Partito Socialista, ed in particolare nella sua azione.

Più che una espulsione, quindi, quella del Congresso di Roma ci appare come una scissione voluta dalla stessa componente riformista, lo conferma la sua stessa mozione con le seguenti testuali parole: “deve liquidarsi nettamente l’equivoco per cui il Partito socialista italiano da troppo tempo è doppiamente paralizzato nella sua azione, dalla promessa di una rivoluzione violenta che non riesce a realizzarsi e non genera se non la reazione di tutti i ceti contro esso congiurati, e dalla conseguente impotenza di ogni opera di riforme graduali, che suppone convergenze di vedute e di interessi, sia pure contingenti e transitorie, fra i vari ceti produttivi”

Era del tutto evidente, quindi, che già da prima del Congresso le posizioni erano inconciliabili e che una scissione si era già di fatto manifestata, si trattava ora solo di contarsi, di capire chi avrebbe potuto prevalere nei numeri, soprattutto considerando le correnti intermedie, che, in nome dell’unità, pur barcamenandosi tra una posizione e l’altra, alla fine avevano dimostrato di potersi avvicinare sempre di più alla componente riformista.
Il congresso si aprì con la piena consapevolezza della situazione in atto, e furono gli stessi massimalisti a non volere alcun tipo di conciliazione e a spingere nettamente per l’espulsione della componete riformista fin dal primo giorno. Serrati impostò la questione, come suo solito, in un ambito dottrinale tanto vasto quanto vago, ribadendo principi tanto astratti quanto inconcludenti. Egli rimarcava che le convulsioni rivoluzionarie del dopoguerra non si erano esaurite e che, in esse, il compito del partito doveva essere non quello di “provvedere alla difesa di qualche cooperativa” ma di “vivere della vita internazionale”, con il fine ultimo di abbattere definitivamente il capitalismo. Insomma, le ardue conquiste del biennio rosso sul campo potevano anche essere tranquillamente sacrificate alla furia fascista, in nome della “vita internazionale”, cioè della fedeltà a Mosca, la quale probabilmente aveva già cominciato a finanziare i suoi accoliti, e non avrebbe più smesso per almeno altri 50 anni.

Si doveva scegliere nettamente, secondo Serrati, tra borghesia e proletariato, tra la dittatura della prima e la dittatura della seconda, la democrazia non veniva menzionata in alcun modo. Quando e come conseguire la meta finale, non veniva detto, poteva anche avvenire in un tempo indefinito e indeterminato, quello che contava era solo non avere alcun compromesso con l’avversario di classe, responsabile della guerra imperialista. Se ci guardiamo intorno, certa sinistra è rimasta ancora a quei principi e soprattutto a quel tempo indeterminato, anche se quello reale ha già cancellato da decenni tali velleità.

Seguì poi l’intervento di Modigliani, che da riformista, rigettò la contrapposizione tra borghesia e proletariato, riportando la dicotomia e la lotta nell’ambito della dialettica tra borghesia plutocratica e quella democratica. Se effettivamente consideriamo la storia, ci accorgiamo che le maggiori conquiste democratiche, nell’ambito dei diritti civili e sociali, sono state messe in atto proprio dalla borghesia democratica, ed i maggiori riflussi da quella plutocratica. E’ tuttora così, mentre sta prevalendo la seconda, forse perché manca un contributo valido, consapevole ed organizzato della prima, in tanta confusione populista.
Modigliani fece un ultimo appello all’unità ricordando il programma approvato con il Congresso di Bologna, lui stesso però era ormai cosciente che la linea di demarcazione non era tanto tra borghesi e proletari o tra intransigenza e collaborazionismo, ma più propriamente tra comunisti e socialisti. Fu Treves a riprendere questa dicotomia e a rilanciarla quasi fosse ormai una provocazione di una componente che attendeva solo la resa dei conti con il voto per allontanarsi per la sua strada, egli si lanciò infatti in una vera e propria invettiva contro il comunismo, del tutto estraneo alla concezione pacifista e democratica dei socialisti, perché indifferente al suffragio universale e fautore della guerra rivoluzionaria internazionalista. La sua conclusione non poteva essere più netta e dirimente: “I socialisti con i socialisti, i comunisti con i comunisti”. Fu Matteotti a riprendere più tardi questa espressione, ma essa va in ogni caso attribuita originariamente a Treves nel suo intervento di quel giorno.

L’unico che cercò di salvare un salvabile che ormai però era divenuto del tutto insalvabile, fu Adelchi Baratono, un intellettuale massimalista che giustamente mise la questione sull’ambito pratico: la base non avrebbe compreso né approvato l’espulsione di circa la metà dei suoi militanti, così come non aveva compreso la precedente scissione di Livorno, egli inoltre rimarcò che il Comintern si era sempre rivolto con piglio autoritario ai socialisti italiani, senza cercare alcuna conciliazione. Ma Serrati ribadì la mattina del 3 ottobre che la scelta di campo a favore dell’Internazionale comunista non era nemmeno da discutere, l’Armata rossa avanzava in quel momento in Europa e bisognava darle tutto il sostegno necessario, confermando la totale fedeltà allo Stato sovietico.
Non era più possibile convivere nello stesso partito, ribadì Serrati, con chi nel gruppo parlamentare si era già ribellato e che tutto, compresa la credibilità del Partito, ormai si giocava sulla qualità e credibilità dei suoi militanti. La sua conclusione polemica fu che la contrapposizione non era più tanto tra socialisti e comunisti, ma tra socialismo e riformismo e disse a chiare lettere: “o verso l’Occidente per l’imperialismo capitalistico, o verso l’Oriente per la rivoluzione proletaria”
La relazione di Serrati pose in pratica fine al Congresso, non restava che contarsi, la mozione massimalista ormai spinta fino alle estreme conseguenze, non lasciava alcun margine di conciliazione né di ripensamento, si chiedeva esplicitamente l’espulsione “di tutti gli aderenti alla frazione collaborazionista” e di coloro che fossero dalla loro parte. Di fronte a tale intransigenza le posizioni si divaricarono ancora di più, ma i riformisti per motivi tattici, per rimarcare più il fatto che li si voleva mettere alla porta, che quello di volere loro stessi provocare una scissione, e sicuramente per portare in seguito dalla loro parte coloro che si spendevano per l’unità a tutti i costi, si mostrarono disposti, in extremis, con una dichiarazione letta dallo stesso Matteotti, a ritirare la loro mozione e ad aderire all’ordine del giorno “unitario” presentato da Baratono e da Cazzamalli, i quali facevano appello a tutti per non disperdere le forze in campo di fronte all’avanzare della “reazione trionfante”.

Ci fu anche chi come Zinardini si levò a nome della componente di centro, denunciando “l’iniqua richiesta di espulsione”. O chi come Maffi si adeguò alla mozione massimalista pur prendendo le distanze dalle posizioni di Serrati. Si arrivò infine al voto, che registrò una sostanziale e netta spaccatura a metà. Quello che non erano riusciti a fare i fascisti, lo fecero i socialisti, lacerandosi in due tronconi.
Su 61.000 votanti, la mozione massimalista prevalse di poco, 31.000 voti contro 29.000 della mozione unitaria. Non si ripeté la scena di Livorno, con l’uscita festosa e un po’ arrogante dei comunisti dalla sala. Il clima, non solo nel Partito socialista ma anche nel Paese, era allora profondamente cambiato. Le dichiarazioni di Turati e di Serrati furono improntate a rispetto e signorilità, vennero ricordati “i lunghi anni di lavoro comune”, il “bene fatto insieme” e si concluse con l’auspicio di “restare comunque in un certo senso unitari per il proletariato”, disse Serrati: “Ognuno al proprio lavoro, voi alla collaborazione, noi alla nostra critica assidua. Tutti per il proletariato, per la rivoluzione socialista”

Però ormai la nascita di un nuovo partito era cosa fatta, il giorno successivo, 4 ottobre, prese vita il Partito Socialista Unitario Italiano (PSUI); il breve Congresso convocato ratificò l’elezione a segretario di Giacomo Matteotti, la direzione del giornale del Partito: la Giustizia, fu affidata a Claudio Treves, e si ebbe anche la collaborazione di alcuni intransigenti che alla fine decisero di unirsi ai riformisti come gli stessi Baratono e Cazzamalli. Gli equilibri parlamentari erano del tutto inversi rispetto a quelli risultanti dalla espulsione: Su 122 deputati, 62 aderirono al nuovo partito, mentre tra i restanti 59 rimasero incerti, solo una trentina aderì senza esitazioni al PSI e alle sue posizioni intransigentemente massimaliste.
Il PSI poteva contare su un numero di iscritti leggermente superiore, ma al suo interno era meno compatto e più diviso, in particolare tra i massimalisti ortodossi e quelli invece per l’adesione incondizionata al Comintern. Questa dicotomia si risolse con una netta dichiarazione del partito che “rinnovava la sua adesione alla III Internazionale”, senza specificare però come, anche se una delegazione nell’immediato si affrettò ad andare a Mosca per partecipare al IV Congresso del Comintern.
Come se non bastasse la divisione del partito, a stretto giro, arrivò anche la divaricazione dal sindacato, la CGDL, prendendo atto dell’esito congressuale, riunì il suo Consiglio direttivo il 6 ottobre e dichiarò decaduto il patto con il PSI, specificando che la Confederazione si manteneva “libera da ogni vincolo con qualsiasi partito politico, ritenendo tale atto indispensabile al mantenimento della compagine confederale” Insomma una rovina dietro l’altra che convinse Mussolini che quello era il momento buono per sferrare l’offensiva finale e per forzare una volta per tutte le istituzioni dello Stato. Non solo, ma che lo spinse persino a cercare di allargare il consenso, una volta arrivato al potere, prima che fosse fermato temporaneamente dal delitto Matteotti.

I comunisti continuavano nella loro condanna intransigente della democrazia liberale oramai identificata col fascismo, i dirigenti sindacali vagheggiavano una nuova “costituente sindacale” sul modello dannunziano, per emarginare le componenti massimaliste e mettersi al riparo dagli assalti fascisti, Il PSI invece proseguì a discutere sulle modalità di adesione al Comintern. Tutto ciò mentre si preparava la marcia su Roma.
Lo stesso 28 ottobre, mentre la marcia era in atto, l’Avanti uscì con un articolo sprezzante ma del tutto fuori dalla realtà “L’esercito di quelli che si sogliono inchinare al vincitore è senza numero. Noi no. Quale che sia la soluzione, compromesso o dittatura, noi continueremo la nostra propaganda” Invece la propaganda venne immediatamente interrotta il giorno seguente, contemporaneamente ad un Mussolini trionfante che riceveva l’incarico di governo, la sede dell’Avanti veniva assaltata per la terza volta e devastata, come se fosse un dono sacrificale al nuovo astro nascente.

Carlo Felici

© 20 continua

Parte prima
Parte seconda
Parte terza
Parte quarta
Parte quinta
Parte sesta
Parte settima
Parte ottava
Parte nona
Parte decima
Parte undicesima
Parte dodicesima
Parte tredicesima
Parte quattordicesima
Parte quidicesima
Parte sedicesima
Parte diciasettesima
Parte diciottesima
Parte diciannovesima

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply