giovedì, 17 Ottobre, 2019

I nuovi importi per artigiani e commercianti. Scadenze e modalità di versamento

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Il versamento va effettuato con i modelli F24. I primi concreti effetti del rincaro si faranno sentire nel corso del mese di maggio con il primo pagamento fissato per il giorno 16

ARTIGIANI E COMMERCIANTI: I NUOVI IMPORTI CONTRIBUTIVI 2019
Entro la prossima scadenza 16 maggio i lavoratori autonomi dovranno provvedere al pagamento degli oneri previdenziali da corrispondere per il 2019. A partire da quella data infatti partirà la kermesse assicurativa dei soggetti contribuenti interessati relativa all’anno in corso che terminerà con l’ultimo versamento da effettuare a saldo nel giugno – luglio del 2020. Al riguardo è appena il caso di precisare che artigiani e commercianti devono di norma corrispondere all’Inps i contributi previdenziali previsti in cifra fissa (si tratta delle quote che coprono il lavoratore autonomo ai fini dell’assicurazione pensionistica per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti) e a percentuale. L’onere di legge dovuto sul “minimale” di reddito, che è uguale per tutti gli iscritti quale che siano i proventi d’impresa conseguiti nel corso del 2018, è stato calcolato con riferimento al nuovo minimale di reddito annuo di 15.878,00 euro, in vigore dal primo gennaio di quest’anno, sul quale sono state applicate le seguenti aliquote percentuali: 24,00 per cento, per i titolari di azienda artigiana e per i collaboratori familiari di età superiore ai ventuno anni e 21,45 per cento, per i medesimi soggetti il cui requisito anagrafico sia inferiore ai ventuno anni. Aliquote che, per i commercianti, sono state invece elevate, sempre nella stessa suddivisione indicata, al 24,09 per cento e al 21,54 per cento. La quota degli esercenti attività commerciali, leggermente più congrua rispetto al resto dei lavoratori individuali, contiene al suo interno una maggiorazione pari allo 0,09 per cento (dovuta anche per il corrente anno fino al 31 dicembre del 2019), destinata al cosiddetto fondo per la rottamazione negozi (ex art. 5, dlgs 207/1996 che l’attuale legge di Bilancio ha reso strutturale, stabilizzando l’obbligatorietà del contributo suppletivo dello 0,09% riservato in parte al fondo che finanzia tale indennizzo) che interviene nei confronti dei soggetti di età non inferiore a 62 anni (57 anni per le donne) che hanno cessato l’attività (e restituito la licenza), riconoscendo loro un indennizzo pari al minimo di pensione Inps (513,01 euro mensili) che spetta sino al raggiungimento dell’età per la pensione di vecchiaia (67 anni dal 2019). Gli artigiani, pertanto, dovranno corrispondere un contributo minimo annuo, ripartito in quattro rate di eguale importo, di 3.818,16 euro (+7,44 di maternità, se titolari di impresa e coadiutori maggiori di ventuno anni) o di 3.413,27 (+7,44 di maternità, se collaboratori familiari più giovani). I commercianti, di 3.832,45 euro oppure di 3.427,56 (sempre + 7,44 di maternità), secondo i casi determinati dalla scansione riferita. Per l’anno 2019 il massimale di reddito annuo è pari a 78.572,00 valore ricavato dalla prima fascia del cosiddetto “tetto” di retribuzione pensionabile (47.143,00) implementato di due terzi (31.429,00). Sui proventi intermedi all’intervallo tra le due cifre indicate si applica l’aumento di un punto percentuale dell’aliquota contributiva (legge 438/1992). L’obbligazione previdenziale – si sottolinea – va tassativamente assolta, nei limiti delle scadenze ordinariamente stabilite, mediante l’utilizzo del modello unificato di pagamento F24. Al riguardo, si ricorda che la prima, la seconda e la terza tranche dell’anno corrente, cadranno rispettivamente il 16 maggio, il 16 agosto e il 16 novembre p.v. e la quarta e ultima, il 16 febbraio del 2020. E’ opportuno precisare, inoltre, che per eventuali periodi inferiori all’anno solare la contribuzione dovuta in cifra fissa va sempre rapportata a mese. Nella fattispecie le somme mensili da versare sono di 318,18 (+0,62 di maternità), per i titolari di aziende artigiane e per i coadiutori oltre i ventuno anni e di 284,44 (+0,62 di maternità), per i collaboratori al di sotto di tale soglia anagrafica. Importi mensili che, per gli esercenti attività commerciali, sono, a seconda delle situazioni richiamate, alternativamente di 319,37 euro (+0,62 di maternità) o di 285,63 euro (+0,62 di maternità). Oltre al consueto incremento dovuto alla lievitazione del minimale di reddito imponibile, nel 2019 non vi è, dunque, da registrare in aggiunta la conferma della maggiorazione dell’aliquota percentuale assicurativa di uno 0,2 per cento, decisa con la finanziaria 1998 (articolo 59 della legge n. 449/97) che è rimasta quella del 2018. I primi concreti effetti del rincaro si faranno sentire – come detto – il 16 maggio prossimo con le nuove obbligazioni previdenziali da attendere. Importante, in sede di versamento delle singole rate, degli acconti e del saldo, tutti gli importi devono essere arrotondati all’unità di euro.

ALIQUOTE CONTRIBUTIVE LAVORATORI AUTONOMI 2019

Fasce di reddito              Artigiani                           Commercianti

fino a 47.143,00 euro    24%                                     24,09%

oltre 47.143,00                25%                                    25,09%

Coadiuvanti o coadiutori di età non superiore ai 21 anni

Fino a 47.143,00                21,45%                            21,54%

oltre 47.143,00                  22,45%                            22,54%

Per effetto dell’art.49, comma 1, della legge n. 488/1999 (la finanziaria 2000), l’onere previdenziale di maternità è fissato nella misura predetta (di 0,62 euro mensili), per ciascun soggetto iscritto alla gestione di appartenenza. Nei moduli di pagamento prelevati dal siti web dell’Inps, la quota per le prestazioni in questione viene aggiunta agli importi da corrispondere per contribuzione Ivs dovuta sul minimale di reddito. Importante, il massimale contributivo che si applica agli iscritti dal 1°gennaio 1996, privi di anzianità assicurativa alla data del 31/12/95, è per quest’anno pari a 102.543,00 euro.

Lavoro
QUANTO COSTA UN FIGLIO, TUTTI I BONUS
Da anni in Italia è in atto un vero e proprio crollo delle nascite. Alla base di questa situazione c’è, probabilmente, tra i tanti, anche l’aspetto economico visto che mettere al mondo un figlio ha un costo piuttosto elevato. Già dalla gravidanza, tra visite ginecologiche, farmaci e analisi del sangue, secondo i dati di Federconsumatori, si possono anche superare i 2.000 euro. Ma è dopo la nascita del bambino che la famiglia si trova ad affrontare le spese maggiori, con un costo complessivo che tra alimentazione, vestiario e salute si aggira tra i 7.000 euro e i 16.000 euro.
Come dimostra una interessante infografica, realizzata recentemente da Money.it, il costo più alto nel primo anno di vita del bambino si sostiene per l’alimentazione, dove tra pappette e biscotti, e quando necessario latte in polvere – se ne vanno dai 2.216 euro ai 4.429 euro. Particolarmente elevata è anche la spesa per visite mediche e farmaci, o per l’acquisto di vestiario. Senza dimenticare che per le famiglie, dove entrambi i genitori lavorano al termine del congedo di maternità potrebbe essere necessaria l’iscrizione all’asilo nido, per un costo che dal 4° al 12° mese si aggira a circa 300 euro mensili. Mettere al mondo il figlio, quindi, può rappresentare una scelta molto difficile da prendere, anche in base a quello che è l’aspetto economico.
Per fortuna però da parte dello Stato ci sono degli aiuti utili per far fronte alle spese di gravidanza e prima infanzia. Ad esempio, nel 2019 è possibile richiedere il premio nascita Inps, un assegno di 800 euro riconosciuto a tutte le mamme (una volta raggiunto il 7° mese di gravidanza), oppure il rimborso spese sui costi sostenuti per l’asilo nido fino a un massimo di 1.500 euro annui (limite incrementato con l’ultima Legge di Bilancio). A coloro che hanno un Isee inferiore i 25.000 euro, inoltre, spetta il bonus bebè, un assegno di 80 euro mensili per 12 mesi. Questo importo è raddoppiato, (160 euro), per le famiglie con Isee inferiore ai 7.000 euro. Ma c’è anche un’ulteriore maggiorazione: per ogni figlio successivo al primo che aumenta l’importo del 20%. C’è poi una fiscalità di vantaggio per il figlio a carico, con una detrazione fino a 1.420 euro (in particolari circostanze) con accredito previsto direttamente in busta paga, nella pensione o con la dichiarazione dei redditi.

Denuncia Cgil
ARTISTI VITTIME DEL LAVORO NERO
La musica italiana non è solo Sanremo. Per gran parte degli artisti che lavorano nello spettacolo dal vivo la pratica professionale è fatta di lavoro nero, contributi non pagati, precarietà. A denunciarlo di recente è stata Emanuela Bizi, segretaria nazionale Slc Cgil che, all’Adnkronos, ha detto: “In molti contesti, ad esempio, non vengono pagate le prove ma solo gli spettacoli, addirittura c’è la pretesa di far lavorare gli artisti gratis, anche da parte di realtà pubbliche e poi, anzi prima di tutto, c’è il lavoro nero con relativa mancanza di regole e assicurazioni. Se a questo si unisce la mancanza di controlli, prima la Siae ne faceva e ora l’Inps non ne fa, la vita degli artisti dello spettacolo, in particolare del settore musicale, diventa precaria e rischiosa”. Inoltre “sono quasi il 40% – ha continuato la sindacalista – i lavoratori che, partecipando all’indagine ‘Vita da Artisti’ (realizzata da Slc Cgil e Fondazione Di Vittorio, ndr), hanno affermato di lavorare molto spesso in nero”. “Prendiamo il caso di un musicista che gira l’Italia da un locale all’altro, arrivando in certi periodi dell’anno a spostarsi anche di centinaia di chilometri ogni giorno. E’ una ‘categoria’ naturalmente esposta agli incidenti ‘in itinere’, cioè – ha spiegato Bizi – gli incidenti che avvengono durante lo spostamento da o per il luogo di lavoro. Se l’artista è regolarmente contrattualizzato ha una copertura assicurativa altrimenti, se non ha un’assicurazione privata, in quanto lavoratore in caso di incidente non ha diritto a nulla. Lo stesso rischio, se il lavoro non è contrattualizzato regolarmente, lo si corre sul palco di un concerto o su un palcoscenico teatrale: chi lavora davanti o dietro le quinte può farsi anche molto, molto male. Come sindacato ci siamo confrontati con l’Inail che ha dato la sua disponibilità a cercare una soluzione ma serve una riforma legislativa che disciplini il settore. Pensiamo solo che persino quando l’allora ministro dei Beni Culturali Franceschini chiese a musicisti, danzatori, artisti vari di esibirsi nei musei la sera il bando prevedeva il lavoro gratuito e chi aderiva si doveva pagare contributi e assicurazione. Noi intervenimmo ma chi aveva già aderito al bando si esibì a quelle condizioni. E stiamo parlando di un ministero”. In una relazione da poco depositata in Parlamento appunto dalla Slc Cgil si evidenzia che nel mondo teatrale e musicale “si va dalla pretesa di pagare i compensi solo dopo l’arrivo dei finanziamenti, a modalità di assunzioni non previste dal contratto nazionale di lavoro, per arrivare addirittura a corrispondere un compenso inferiore e a forfetizzare alcune prestazioni, per esempio le prove. Va ricordato che un artista per una giornata intera percepisce un compenso minimo di soli 70,17 euro lordi”. Nello stesso testo inoltre, “per quanto attiene la possibilità di maturare le giornate contributive”, si sottolinea che “spesso il compenso è sostituito in parte, e talvolta addirittura totalmente, dalla cessione del diritto d’immagine e d’autore (compreso il diritto connesso), istituti per i quali è prefigurata l’esenzione contributiva e che sono dunque utilizzati impropriamente per abbattere il costo del lavoro”. In sostanza, “in questo settore il grande mangia il piccolo, e il più piccolo di tutti, ovviamente, è il lavoratore/professionista”.

Carlo Pareto

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