sabato, 7 Dicembre, 2019

I nuovi Re di Roma, ecco i nomi dei clan attivi nella Capitale

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La nostra storia inizia la mattina del 2 febbraio 1990 nel centro storico della città eterna e precisamente in via del Pellegrino, una storica via romana frequentata dagli amanti dell’antiquariato che si trova nei pressi di Campo dè fiori. Quella mattina Enrico detto Renatino venne invitato dal suo amico Angelo Angelotti nel suo negozio di antichità, Angelo voleva mostrargli un antica poltrona dell’epoca papalina. Tutti sapevano che Enrico aveva il debole per l’antiquariato, amava circondarsi di oggetti preziosi per mostrare a tutti la sua potenza economica. Chiuso l’affare Renatino si rimise in sella al suo scooter ma arrivato al civico 65 di via del Pellegrino avvenne qualcosa di strano. Una moto lo affianca erano le 10,30 del mattino la strada era piena di passanti chiassosi, ma la confusione della strada venne interrotta dal rumore assordante dei colpi di una 9×21. Enrico cadde dallo scooter i killer esplosero altri due colpi prima di scappare e lasciare il corpo inanime sui sanpietrini divenuti di colore rosso.

Quella mattina venne ucciso Enrico De Pedis detto Renatino l’ultimo Boss della Banda della Magliana. Sulla morte di Renatino ancora oggi esistono dei misteri alcuni affermano che era un conto interno alla banda nato della fazione dei maglianesi altri come Maurizio Abbatino, Boss pentito, che l’omicidio venne organizzato dai servizi segreti italiani per tappare definitivamente la bocca del potente Boss. Di questa storia due sole sono le certezze, la prima i killer Marcello Colafigli e Dante del Santo detto “il cinghialone”, la seconda certezza che con la sua morte De Pedis si portò nella tomba tantissimi segreti dei misteri dell’Italia degli anni 70 e 80. Ma facciamo un passo indietro prima del 1975 La struttura della malavita romana era sempre stata priva di organizzazione moltitudine di piccoli gruppi formati da quattro o cinque membri al massimo,le famose batterie che si dividevano i territori in base ai quartieri di appartenenza. Le entrate finanziarie erano dovute a piccoli traffici, riciclaggio, gioco d’azzardo, sfruttamento della prostituzione, contrabbando di sigarette, furti e rapine.

Solo con l’avvento di Franco Giuseppucci detto “er negro” la mala romana prese realmente forma. Giuseppucci riuscì ad unire le varie batterie e precisamente quelle di Trastevere, Testaccio,Ostiense e Magliana con lo scopo di eliminare l’egemonia dei Marsigliesi. Con quella alleanza tra le varie batterie nacque la “Banda della Magliana”. Ogni batteria aveva un referente e formarono una sorte di commissione generale tra le bande Franco Giuseppucci, Danilo Abbruciati,Maurizio Abbatino, Enrico De Pedis , Raffaele Pernasetti, Marcello Colafigli , Edoardo Toscano e Nicolino Selis in poco tempo divennero i nuovi Re di Roma.

Ma si sa con il potere iniziarono anche le guerre interne, alla fine erano ragazzi di borgata cresciuti nella violenza e nella povertà assoluta. Il Primo ad essere ucciso fu proprio Giuseppucci Er negro   in un agguato a Piazza San Cosimato nel quartiere di Trastevereil 13 settembre1980 dal clan Proietti detti i pesciaroli. La morte di Giuseppucci scatenò una guerra violentissima con il clan Proietti. In pochi anni tra arresti ed agguati e lotte interne l’organizzazione arrivò al capolinea proprio quel 2 febbraio del 1990 con l’assassinio di De Pedis, l’ultimo Boss che portò con se i grandi misteri italiani come l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, il caso Moro, i depistaggi nella strage di Bologna, i rapporti con l’organizzazione Gladio e con l’omicidio del banchiere Roberto Calvi, fino alla sparizione di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori e all’attentato a Giovanni Paolo II. Con la fine della Banda Magliana Roma sembrava essere ritornata l’eterna città della cultura del turismo del festival del cinema ed invece era solamente una calma apparente che i romani scopriranno Il 2 dicembre del 2014 con l’arresto, da parte dei ROS, di 28 persone nell’operazione denominata “Mondo di mezzo” tra le quali Massimo Carminati, un ex membro dei Nuclei Armati Rivoluzionari, e Salvatore Buzzi.

I nomi più noti della criminalità romana sono ovviamente quelli legati ai casi che più hanno fatto discutere. Come Mafia Capitale. Il gruppo Buzzi-Carminati si era avvalso di metodi intimidatori e metodi corruttivi per infiltrarsi in alcuni importanti settori della struttura amministrativa del Comune, arrivando anche a condizionarne le scelte. Il sodalizio ha rappresentato un’evoluzione della criminalità romana tradizionale. Le attività della criminalità a Roma e provincia vengono svolte con metodi perlopiù inavvertibili. Tra gli elementi comuni ai diversi gruppi malavitosi viene infatti indicata la “strategia di ridurre progressivamente le componenti violente e militari”, che è un modo per fare spazio proprio alla “promozione di proficue relazioni finalizzate ad un’infiltrazione silente nel territorio”.

Non si spara, ma si fa business. Un’eccezione nel modus operandi della mafia a Roma è rappresentata soprattutto dai gruppi autoctoni di origine rom e sinti, da tempo stanziali in città. Famiglie come i Casamonica, gli Spada, i Di Silvio, attivi in zone diverse, dalla Romanina a Ostia, a differenza di altre organizzazioni non hanno scelto una strategia dell’inabissamento, preferendo al contrario comportamenti violenti e intimidatori, come peraltro ampiamente dimostrato dai casi di cronaca. Durante le indagini la Dia riesce a tracciare anche una nuova mappatura delle varie realtà criminali presenti nella capitale e nell’hinterland romano. Il territorio di Roma e della sua provincia è dunque un enorme centro d’interesse dove la mafia tradizionale proietta le sue mire criminali e dove può verificarsi anche una convergenza tra organizzazioni di diversa matrice. Quest’ultimo aspetto è emerso ancora una volta con un’operazione che ha riguardato lo scorso anno usurai romani e la cosca della ‘ndrangheta Grande Aracri di Cutro, in provincia di Crotone.

Ma la cooperazione tra mafia di origine meridionale e mafia autoctona nella Capitale può verificarsi anche tra gruppi della camorra e della ‘ndrangheta: come accaduto con la pianificazione ed esecuzione di traffici illeciti del clan campano Senese e, insieme, della cosca reggina Rango-Zingari. La lista dei sodalizi calabresi non è breve perché le ‘ndrine calabresi sono sempre risultate ben radicate nel tessuto economico di Roma. Negli ultimi tempi i Mancuso di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, sono risultati attivi nell’acquisizione di attività commerciali in cui reinvestivano i capitali di provenienza illecita. Gli Alvaro di Sonopoli, in provincia di Reggio Calabria, sono stati invece attivi nel riciclaggio attraverso la ristorazione e le acquisizioni di immobili.

Gli Alvaro anche nel rifornimento di stupefacenti. In manette sono finiti anche affiliati alla ‘ndrina reggina Mulè di Gioia Tauro. Assai preoccupante è anche la situazione nei Comuni di Nettuno e Anzio, nella parte meridionale della provincia romana, che è interessata da tempo dalla presenza di una proiezione della cosca Gallace di Guardavalle, in provincia di Catanzaro, mentre a Pomezia è emersa la presenza di esponenti delle ‘ndrine e della locale famiglia Gangemi, impegnati prevalentemente nell’usura ed acquisizioni di società pulite. Per quanto concerne la mafia siciliana attiva a Roma l’’obiettivo è quello di fare impresa nei mercati legali, inquinarli immettendo denaro di provenienza illecita, per poi pulirlo ed infine compromettere il funzionamento del mercato stesso e la libera concorrenza.

Ricordiamo l’attività nel settore immobiliare romano delle famiglie Galatolo e Graziano, legate ai Madonia del mandamento mafioso di Palermo-Resuttana, che sfruttando relazioni con professionisti della Capitale si erano inserite in diverse compravendite e anche nell’aggiudicazione di un appalto di lottizzazione per la costruzione di un complesso di abitazioni nel comune di Marino. Si ricorda poi l’attività di un’organizzazione criminale riconducibile al mandamento di Brancaccio, che gestiva attività illecite e reinvestiva in imprese fino ad arrivare al monopolio nel settore degli imballaggi industriale. E ancora: un altro gruppo comprendente anche esponenti della famiglia di origine siciliana dei Gambacurta era impegnato a gestire lo spaccio nei quartieri di Primavalle, La Pisana e Montespaccato. La camorra è presente a Roma già dagli anni ’80 con l’accordo che fece proprio Nicolino Selis con la NCO di Raffaele Cutolo ma la vera ondata della malavita Campania avvenne dopo la morte di Renatino quando emersero le attività del clan senese nello spaccio di droga e più recentemente nell’infiltrazione nei settori imprenditoriali puliti del clan dei Casalesi. Grazie ad un lavoro investigativo della Dia, che fece una mappatura dettagliata dei clan camorristici presenti nella città eterna ,nel 2018 si è arrivati alla condanna di membri della famiglia Pagnozzi guidata da “ Mimì ò Professore”.

Ed è spuntata in territorio romano l’attività usuraria dei clan Mazzarella e Vollaro, svolta mediate affiliati, e con un successivo reinvestimento dei proventi in attività economiche, come l’acquisizione di case di riposo per anziani. Altra problema per Roma è la situazione di Ostia un capitolo a parte quello che riguarda l’influenza della criminalità sul litorale romano dove l’allerta è ovviamente alta proprio per la violenza scaturita dalla rivalità tra gruppi degli Spada, il clan dei Fasciani e quello dei Triassi, alleati alla cosca agrigentina dei Caruana-Cuntrera. Gli Spada e Casamonica si sono sostituiti a Triassi e Fasciani, con una vocazione “prettamente militare” ma anche “imprenditoriale” dei due clan mafiosi. Hanno puntato, in modo particolare, al controllo di attività economiche e all’acquisizione di concessioni, appalti di servizi di pubblica utilità in quell’area”. Gli Spada in particolare, come svelato da una recente operazione con sequestro di beni per 19 milioni di euro, erano riusciti a controllare attività di balneazione, sale giochi, destinando a queste attività il provento di estorsioni, usura e traffico di droga.

Non possiamo non citare anche le mafie etniche attive a Roma, che prevalentemente mantengono rapporti con i Paesi di origine, di cui conservano mentalità e modo di operare che si sono spartiti i vari settori illegali,senza pestarsi i piedi tra di loro, grazie ad un accordo con i clan locali. Sembra essere piuttosto chiara anche il primato nelle diverse attività criminali. “Lo sfruttamento della prostituzione è per lo più appannaggio di gruppi criminali dei Paesi dell’ex Unione Sovietica e romeni, con questi ultimi dediti anche allo sfruttamento della manodopera maschile destinata al lavoro nero sia nell’edilizia che nell’agricoltura. Le giovani connazionali, da destinare alla prostituzione, mediante forti pressioni intimidatorie, vengono sfruttate anche dai nigeriani, come accade per i transessuali brasiliani e colombiani da parte di gruppi criminali sudamericani. Rapine e furti sono ad appannaggio di sodalizi albanesi; mentre il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è proprio di sodalizi nordafricani, rapporti citati anche nell’inchiesta “Il mondo di mezzo”. La mafia cinese,invece, opera nel consistente mercato delle merci contraffatte e si contraddistingue per la spiccata capacità imprenditoriale, in particolare l’abilità a trasferire illecitamente nel Paese di origine grandi capitali attraverso società fittizie. Anche in questo caso non mancano collaborazioni con i gruppi italiani. La Dia ricorda il rapporto con un gruppo autoctono, Terenzio, e altri camorristici, Giuliano e Anastasio, per lo stoccaggio di merci contraffatte, proveniente dai porti di Napoli, Civitavecchia e Gioia Tauro e stoccata nei magazzini dei quartieri Casilino e Prenestino.

Francesco Brancaccio

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