giovedì, 29 Ottobre, 2020

I Pink Floyd, Lulubelle e la mandria dei famosi

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Il funzionario della EMI guardò la foto scattata per la copertina del disco dal grafico Storm Thorgenson dello Studio Hipgnosis ed esclamò: “Ma sei matto? Vuoi rovinare questa casa discografica?”.
Ai Pink Floyd invece la foto piacque e la copertina fu stampata, così, senza neppure metterci sopra il titolo dell’album ed il nome della band.
L’album in questione è Atom Heart Mother, uscito esattamente cinquanta anni fa, nei primi giorni di ottobre del 1970, quinto album del famoso gruppo inglese e punto di svolta nella loro produzione musicale.
Con quel disco i Pink Floyd aprirono la seconda fase della loro storia artistica staccandosi dal rock psicadelico, lisergico e spaziale del periodo con Syd Barrett per incamminarsi verso un sound più limpido, progressive.
Il titolo fu una casualità, e la decisione finale fu presa dal batterista Nick Mason, che prese spunto da un articolo di giornale che titolava Atom Heart Mother Named.

 

L’articolo ispiratore raccontava la storia di una donna incinta che aveva nel petto uno dei primi pacemaker atomici. Non c’è dubbio che all’ascolto del disco il titolo rispecchia nei venticinque minuti di durata e nei sei movimenti di prog sinfonico del primo omonimo brano un’atmosfera epica e surreale seppure con mancanza di omogeneità e coesione.
David Gilmour successivamente ha definito l’album “una vera porcheria” e ricorda che la registrazione di quel disco disomogeneo andava avanti per inerzia, aspettando che qualcuno avesse una buona idea.
Eppure il brano principale affascinò anche Stanley Kubrick, che avrebbe voluto utilizzarlo per “Arancia Meccanica”.
Non se ne fece niente e Kubrick si limitò ad omaggiare il disco facendo apparire la copertina in una scena in cui Alex DeLarge si trova in un negozio di dischi.
Per la copertina Gilmour e compagni cercavano qualcosa di semplice ed ordinario, molto diverso dalle cover dei dischi precedenti “The piper at the gates of dawn”, “A saucerful of secretes”, “More” e “Ummagumma”.

 

Alla soluzione pensò Storm Thorgenson, infilandosi un impermeabile e recandosi a zonzo nell’umida campagna a nord di Londra a cercare ispirazione, si dice già un po’ influenzato da Andy Warhol e dalla sua carta da parati con le mucche.

 

Su un prato il grafico incontrò Lulubelle III, una bella e pacifica mucca frisona, e scattò quella che Thorenson chiamò “la foto definitiva di una mucca”.
La foto fu scelta a svantaggio delle altre due proposte di Thorgerson: un tuffatore su un trampolino (immagine che però sarà recuperata successivamente, all’interno di Wish You Were Here) e una donna davanti ad una scalinata.
Nei negozi di dischi Lulubelle III contribuì a decretare il successo dell’album poiché In mezzo a tanti vinili che cercavano di farsi notare grazie a copertine stravaganti o psichedeliche, una semplice mucca in mezzo a un prato attirava magneticamente lo sguardo e lasciava il segno.

“La copertina faceva una gran figura, in mezzo alle altre dell’epoca che cercavano di attirare l’attenzione in modo provocatorio. La mucca attirava lo sguardo più di quanto potessi sperare: era diversa perché così normale.”
Pur non esistendo un collegamento diretto tra la mucca e i brani del disco, tempo dopo Nick Mason parlò di una simbologia che vede la mucca come rappresentazione della Madre Terra e quindi un riferimento indiretto alla “madre dal cuore atomico”, con l’assonanza fra le parole “Heart” (“Cuore”) e “Earth” (“Terra”).
Nei successivi cinquanta anni sono state molte le cover che hanno seguito … ehm … bovinamente … l’esempio dei Pink Floyd, a cominciare dagli Aerosmith con la cover di “Get a Grip”, con il fotomontaggio dell’orecchino alla mammella della mucca.
Insieme agli Aerosmith anche Frank Zappa nella cover dell’album postumo “Lather”, i nostrani Elio e le Storie Tese, gli U2 nella cover di “Achtung Baby”, i Blinck 182 con “Dude Ranch” nel 1997, il bassista Billy Sheehan e tantissimi altri.
Scelte evocative? Portafortuna? Tributo?
Sicuramente in ognuna delle altre cover c’è un significato più o meno recondito ma la regina resta lei, Lulubelle III, la mucca “definitiva”, pezzata come un mappamondo, dalla groppa lunga ed i garretti alti, vissuta nei prati di Potters Bar nell’Hertfordshire.

  

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