domenica, 15 Settembre, 2019

I sensi e il pudore. L’Italia e la rivoluzione dei costumi

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“La legge entrata in vigore non pretende di eliminare il fenomeno della prostituzione ma gli assurdi politici e costituzionali connessi al regime del lenocinio legalizzato”. Questo fu solo uno dei tanti resoconti di cui si fece portavoce l’“Espresso” (6 luglio 1958) e in cui erano condensati i propositi cui aspirava la cosiddetta legge Merlin, approvata nel febbraio del ’58 e operativa a partire dal settembre dello stesso anno. Una legge, potrebbe pensarsi, moralizzatrice, ma che, nei fatti, nel tentativo di riassegnare alla donna italiana la sua dignità di essere umano, si configurava anzitutto come un provvedimento politico (se non, per certi aspetti, anti-politico).

Lo Stato legiferava, con azioni di mortificante regolamentazione, sulla vita sessuale e sul corpo delle donne, “usandone” come mezzo politico attraverso il quale riscuotere le tasse provenienti dall’esercizio del meretricio nelle case chiuse, mentre al contempo era pronto a condannarne l’immoralità. Questa la contraddizione a partire dalla quale argomenta Liliosa Azara nel volume I sensi e il pudore. L’Italia e la rivoluzione dei costumi (1958-68) (Donzelli, 2018). La piaga, come nel corso del lungo Ottocento era stata definita, della regolamentazione della prostituzione, che aveva individuato nella donna un passivo oggetto “a uso e consumo” della gratificazione sessuale maschile e nell‘uomo l’attivo aguzzino, che per diritto naturale aveva acquisito anche il diritto politico di decidere sulla libertà femminile, è il tema attraverso il quale l’Autrice riesce a far luce su una pagina ben poco lusinghiera della storia contemporanea italiana, e che prende in esame il decennio ’58-‘68. Nel corso della lettura, ci si trova catapultati all’interno di un dibattito che, già a partire dagli anni ’40 del Novecento, e in particolare con il IX Congresso Nazionale per la moralità del ’49, finisce poi per coinvolgere tanto deputati e senatori del Parlamento italiano quanto i più svariati organi della stampa. L’immagine che emerge da queste pubbliche disquisizioni, nelle quali prevale la tendenza a sovrapporre argomentazioni di carattere morale, medico-sanitario, religioso e sociologico, è quella di una morale sessuale affetta da un latente bigottismo e da una certa ipocrisia che, tra i suoi propositi, ha quello di legittimare una sorta di libertinismo maschile a scapito di una femminilità violata e svilita.

Ma il libro non è solo questo. Servendosi di un’ampia documentazione, Azara propone al lettore, nel terzo capitolo, un caso del tutto inedito di tratta delle bianche. Inedito non solo per la storia che racconta ma anche per l’immagine avvilente che traspare da questo caso di sfruttamento della prostituzione: addentrandosi nel testo, infatti, ci si ritrova in un clima nel quale aleggiano subdola persuasione, inganno, controllo, minacce e, non ultimo, il dolore delle vittime di quel meccanismo malato. Ma l’Italia “va avanti”. L’abolizione della regolamentazione, ufficialmente realizzatasi nel ’58 e delle cui disastrose e immorali conseguenze si è pronti a accusare Lina Merlin, è foriera dell’emergere di forme di prostituzione e di regolamentazione alternative, che consentono al mondo del “sesso a pagamento” di espletarsi liberamente per vie traverse. E così, tra i tanti casi riportati dall’Autrice, di estrema rilevanza è quello delle call girls, note in Italia con il nome di “ragazze squillo”, che rappresentano ormai una realtà autonoma e in grado di gestire quella che si potrebbe definire una regolamentazione più “tecnologizzata”. Insomma, facendo luce solo su una piccolissima parte dei tanti aspetti trattati e approfonditi da Liliosa Azara, si può trarre almeno qualche riflessione conclusiva.

Ciò che l’Autrice ha voluto dimostrare è come la storia della regolamentazione della prostituzione, della morale sessuale e dei costumi degli italiani si siano intrecciati e si intreccino, senza alcuna interruzione di carattere storico-concettuale, con le vicende politico-istituzionali del Paese, determinando una continua e reciproca commistione tra ambiti che, erroneamente e per una pregiudicata visione della realtà, sono stati per lungo tempo considerati autonomi e indipendenti l’uno dall’altro. E da qui, una seconda e ultima riflessione: tracciando e scavando in territori poco noti della storia delle donne, che si configura allo stesso tempo, nel continuo rapporto instaurato tra maschile e femminile, come storia degli uomini, Azara ha mostrato e ribadito come la cosiddetta “storia di genere” non rappresenti un settore a sé stante, o in qualche modo specifico, quanto un ambito del sapere con assoluta dignità scientifica, che confluisce, arricchendolo, all’interno del più ampio piano di comprensione storica.

Matteo Loconsole

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