sabato, 16 Gennaio, 2021

I sogni di un calcio romantico a rischio d’estinzione

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L’annus horribilis 2020, oltre alle migliaia di morti per Covid, si è portato via quattro grandi campioni: Mario Corso e Pierino Prati, tra il 20 e il 22 giugno, Diego Armando Maradona, il 25 novembre, e Paolo Rossi, il 9 dicembre. I primi due, protagonisti del calcio milanese degli anni ’60 e ’70 (senza dimenticare un’importante appendice romana per Prati), hanno forse deciso di giocare l’ultimo derby, lasciandoci a poche ore di distanza l’uno dall’altro. Un derby di San Siro con vista Paradiso. I secondi due, grandissimi interpreti del calcio degli anni ‘80, hanno legato il loro nome a imprese che non saranno mai cancellate: Maradona è considerato da molti come il più grande calciatore di tutti i tempi, Rossi ha fatto piangere il Brasile e regalato all’Italia il mondiale più bello, quello del 1982.

Quattro campioni che sono anche figli di un calcio che non c’è più. Quello in cui si diventava calciatori giocando per strada o su campetti improvvisati, a volte combattendo oltre che con gli avversari anche contro genitori che pensavano ad un avvenire più “serio” per i loro ragazzi. Quello in cui gli schemi rigidi non imprigionavano la fantasia degli attaccanti e gli allenamenti non erano così stressanti da spezzare i muscoli più delicati. Quello in cui il football era soprattutto passione, mentre adesso è soprattutto business.
Era un calcio “terragno”, come direbbe Gianni Brera, e al tempo stesso ricco di poesia. Fatto di sanguigni duelli corpo a corpo, di tackle assassini, ma anche di grande umanità e di lealtà sportiva. Ce lo racconta molto bene un libro di Diego Alverà, uscito a novembre e intitolato “Idoli. Guida sentimentale di un calcio romantico” (Edizioni della Sera), con prefazione di Bruno Pizzul e postfazione di Riccardo Cucchi. Un libro in cui l’autore traccia il ritratto di ventidue calciatori, facendo precedere ciascuna narrazione da un ricordo personale, legato alla sua giovinezza, quando anche lui giocava da libero nella squadretta del quartiere.
I calciatori non sono scelti secondo un’ipotetica scala di grandezza, ma in base all’emozione che hanno saputo trasmettere, al ricordo di un momento importante della vita, al significato meta-calcistico che hanno saputo impersonare. Così, accanto a stelle di primaria grandezza come Johann Cruyff, Alfredo Di Stefano, Garrincha, Lev Jascin, Diego Maradona, Gigi Riva, Gianni Rivera, Juan Alberto Schiaffino, Dino Zoff, compaiono calciatori meno noti, come David Fairclough, Archie Gemmill, Jurgen Sparwasser, Ezio Vendrame, mentre fuoriclasse come Pelè non ci sono proprio.

Quale messaggio ci vuole trasmettere Diego Alverà? Nel libro ci sono storie più emozionanti di uno scudetto o di una Coppa dei Campioni vinti, come quella, commovente, di Garrincha, un ragazzo con una gamba più corta dell’altra che diventa l’ala destra più forte di tutti i tempi, perché, quando nessuno è disposto a scommettere un soldo bucato su di lui, ha la fortuna di incontrare difensori, come Araty Viana e Nilton Santos, che ne riconoscono le doti. Oggi uno come lui non lo avrebbero fatto giocare neanche tra gli esordienti! Ci sono anche personaggi assolutamente geniali come Pepe Schiaffino, l’insuperato direttore d’orchestra di una squadra che nella finale del Mondiale del 1950 al Maracanà, sotto di un gol contro lo scatenato Brasile, capisce di dover “difendere la sconfitta” (Brera docet) e aspettare che il presuntuoso avversario cali alla distanza per poi infilarlo al momento giusto con una doppietta dello stesso Pepe e di Ghiggia. Una lezione di umiltà, acume tattico e intelligenza strategica. E c’è pure gente tosta, dalla testa dura, gente solitaria e di poche parole, come il friulano Dino Zoff, che tutti danno per finito dopo quei gol presi dalla lunga distanza ai Mondiali argentini del 1978 e che torna invece grande protagonista nel Mondiale spagnolo del 1982, vinto dall’Italia anche grazie alle sue parate. Accanto a lui, in Argentina e in Spagna, un altro friulano con la testa ancora più dura della sua, senza del quale Paolo Rossi non avrebbe giocato e noi non avremmo vinto il Mondiale: Enzo Bearzot.

Ma i messaggi del libro non finiscono qui. Se del calcio come metafora della vita o come grande romanzo nazional-popolare tutto o quasi è stato detto, molto è ancora da scoprire sul calcio come “immaginario soggettivo”. Ed è proprio qui che troviamo l’originalità della narrazione, che possiede una duplice chiave di lettura. Non solo quella legata alle gesta dei protagonisti, che sono entrati nel nostro immaginario collettivo, ma anche quella legata alle emozioni personali dell’autore, il suo immaginario soggettivo. Se isoliamo le introduzioni “personali”, che precedono le storie dei giocatori, e le mettiamo idealmente in fila, accediamo in qualche modo al suo mondo, fatto di polverosi campetti di periferia, di una mitica Italia-Urss tra ragazzini sul greto del Dnepr, di improvvise illuminazioni vedendo l’immagine di un calciatore, di stati d’animo che mutano a seconda del roteare della palla. E’ un piccolo romanzo, una storia nelle storie. E il trait d’union tra l’una e le altre è dato dai sogni. Quelli che nascono in noi a ogni grande giocata dei campioni. Come conclude Riccardo Cucchi nella postfazione, “Finchè il calcio produrrà sogni grazie ai suoi campioni, non dovrà temere il futuro. Perché la vera ricchezza del calcio è proprio nei suoi idoli.”

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