venerdì, 20 Settembre, 2019

Il 10 giugno 1924. Il delitto Matteotti

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Dalla Grande Guerra alla guerra civile – Parte 28

Il 10 giugno del 1924 a Roma la giornata era calda ma non afosa, allora infatti il vento dal mare raggiungeva, specialmente incanalandosi verso il Tevere, anche molti dei quartieri romani costruiti nel periodo umbertino a nord, in quella zona fuori da Porta Flaminia che prenderà per questo il nome di quartiere Flaminio. A bloccare il famoso ponentino, che cominciava a spirare maggiormente nel pomeriggio e di sera, non c’erano ancora la barriere dei palazzoni edificati nel secondo dopoguerra tra Ostia e la capitale.
Matteotti in quel periodo abitava in un bel palazzo di quella zona, tuttora esistente con il portone che è esattamente come allora, in via G. Pisanelli al numero 40. In quei giormi stava lavorando alla revisione del suo libro “Un anno di dominazione fascista” che sarebbe dovuto uscire in veste aggiornata e per la cui nuova edizione inglese era già stato all’estero, in Inghilterra, dove aveva acquisito una ulteriore documentazione ed aveva preso contatti per la traduzione ed edizione in lingua inglese.

Matteotti era molto noto all’estero e le sue opere suscitavano sicuramente un notevole interesse. Prova ne è la grande eco che ebbe nella stampa internazionale la sua morte. Evidentemente, prima di fare uscire questa nuova edizione riveduta con ulteriori aggiornamenti, lui avrebbe dovuto lavorarci sopra, integrando in maniera opportuna quella già esistente con le sue nuove acquisizioni. Non fece altro che questo, quando non era impegnato nei lavori parlamentari, fino alla mattina del 10 giugno del 1924.
Durante la mattinata lavorò alle bozze della nuova edizione del suo libro. Poi pranzò e si riposò nel primo pomeriggio, uscendo di casa circa alle 16,30 che, con orario estivo, per noi sarebbero le 17,30, dato che allora non era ancora in vigore l’ora legale. Uscì con una camicia, una giacca, dei pantaloni non particolarmente eleganti, come era solito vestire Matteotti e senza cappello. Si diresse quindi verso via Mancini che è subito a destra con un angolo di 90° rispetto al portone del suo palazzo e che immette direttamente sul Lungotevere Arnaldo da Brescia. Perché andò in quella direzione? Qui inizia il primo di una serie di interrogativi. Aveva una borsa con sé? Nessuno lo conferma in maniera specifica e dettagliata, nonostante molte ipotesi si fossero fatte sul quella borsa che Dumini disse di avere sotterrato sotto un albero di cui non ricordava bene l’ubicazione. Perché è andato verso il Lungotevere, allora assolato e privo di alberatura, come si vede chiaramente dalle foto d’epoca e con una strada alquanto polverosa?

Si è detto che avrebbe dovuto raggiungere la Camera per mettere a punto il suo discorso del giorno successivo, in merito alla legge di bilancio, ma se davvero avesse avuto questa intenzione, avrebbe forse fatto meglio a svoltare subito verso sinistra per raggiungere prima porta Flaminia e poi il Corso col tram verso Montecitorio. Invece va verso il Lungotevere. C’è da dire che proprio di fronte all’uscita di via Mancini, sul Lungotevere, oltrepassata la larga strada di allora e oggi interrotta da un sottopassaggio, vi era una rampa di accesso alla spiaggetta sottostante e che il Tevere era allora balneabile. L’ipotesi che andasse a rinfrescarsi quindi, non è del tutto remota, anche perché il circolo nautico “Leonida Bissolati.” era proprio lì vicino e in un circolo non si fa solo il bagno ma ci si incontra pure. Quindi ve ne è anche un’altra da prendere in considerazione.

Più volte intorno alla sua casa si era visto aggirare un individuo di nome Thierschwald detto “il russo” ma che russo non era, fatto venire verso i primi di maggio a Napoli da Dumini, incaricato di alcune azioni di spionaggio fotografico, fu però arrestato e rilasciato alla fine di quel mese proprio grazie all’aiuto dello stesso Dumini. Egli andò i primi di giugno a risiedere all’albergo Dragoni vicino piazza Venezia e sicuramente venne contattato per partecipare all’agguato contro Matteotti, venne infatti incaricato di seguire i movimenti del deputato socialista per capire soprattutto se si accingesse a lasciare il Paese.
A Matteotti infatti era stato rilasciato poco tempo prima il passaporto, cosa piuttosto strana per un personaggio entrato da tempo nel mirino dei fascisti, i cui movimenti erano considerati sempre molto sospetti. Che però si spiega con il fatto che il piano di eliminazione di tale personaggio scomodissimo, prevedeva con ogni probabilità che scomparisse assai lontano da Roma, o in viaggio, o addirittura all’estero. Thierschwald affermò poi che, una volta resosi conto che l’obiettivo reale era non quello di dare una lezione a Matteotti, ma di eliminarlo, si sarebbe tirato indietro, anzi, addirittura avrebbe tentato di avvertire del pericolo il coraggioso deputato socialista. Sarà bene ricordare ciò quando rifletteremo sul mandante.
A confermarlo c’è la testimonianza della vedova di Matteotti, la signora Velia Titta, la quale, interrogata da un giornalista, affermò che il tale “russo”, uomo alto, molto magro, dalle guance scavate, avrebbe più volte, ai primi di giugno, tentato di contattare il marito, lasciando vari biglietti per lui, con l’intento di incontrarlo e fargli importantissime rivelazioni sul fatto che era in pericolo. Lo stesso Matteotti, una volta avvertito, avrebbe risposto alla moglie che Thierschwald era una spia doppiogiochista, già.. ma a favore di chi? Questo è il vero punto. A favore di Matteotti o di Dumini?

Il giorno successivo rispetto all’incontro con la moglie di Matteotti, Thierschwald lo vide uscire dalla Camera e salire su un tram, insieme ad un redattore del giornale La Giustizia. Fece appena in tempo a scambiare qualche parola con il deputato socialista che, accorgendosi di essere seguito da Dumini e da Volpi, subito scese e si giustificò con loro dicendo che voleva avere informazioni più dettagliate da Matteotti. Da allora, però, pare che Dumini non si fidasse più tanto di lui, tanto che lo stesso Thierschwald disse che lo lasciò fuori dall’azione decisiva. Lui e Putato, quindi, secondo le loro deposizioni, entrambi riottosi perché consapevoli che l’obiettivo non sarebbe stato dare una lezione a Matteotti, ma di eliminarlo, pare fossero stati lasciati fuori e fosse stato richiesto loro solo una presenza sul luogo ed un incontro a cose fatte, fu però proprio uno di essi a testimoniare che Matteotti avrebbe dovuto essere non solo malmenato, ma ucciso.
In effetti il processo appurò che i partecipanti erano stati quattro più uno: l’autista dell’auto. Però un testimone che da una finestra vide tutto, affermò ripetutamente e senza mai ritrattare, che ad aspettare Matteotti erano cinque uomini più uno che restò nell’auto a motore acceso. E non fu l’unico.

Torniamo dunque a Matteotti che percorre alle 16,30 via Mancini e si dirige verso il Lungotevere. A questo punto, possiamo anche ipotizzare che fosse diretto lì per un appuntamento con lo stesso Thierschwald, il quale magari lo avrebbe convinto ad incontrarlo brevemente, a poca distanza da casa, prima che andasse a Montecitorio a preparare il suo discorso per il giorno successivo, da solo, e facendogli credere che il doppio gioco lo stava svolgendo a suo favore, mentre in realtà lo svolgeva a favore degli assassini che poi, in cambio, lo avrebbero coperto, negando che fosse con loro.
Giunto sul Lungotevere, Matteotti lo attraversa, forse aspettandosi che Thierschwald possa giungere dalla rampa che conduceva alla riva del Tevere, ma si vede venire incontro un gruppetto di uomini scesi da una Lancia Limousine, scura chiusa a sei posti, due esterni e quattro interni, che ha appena svoltato l’angolo tra il Lungotevere e via degli Scialoja. Uno di questi gli va incontro e lo prende per un braccio, ma lui si divincola e con una spinta manda l’altro a terra, allora sopraggiuge velocemente un energumeno che con un pugno diretto in faccia lo tramortisce. Lui chiede aiuto, si dibatte e reagisce come può, ma a bloccarlo sono tutti ex Arditi che conoscono tecniche di guerra per la lotta corpo a corpo e che hanno tutti fisici piuttosto vigorosi. Dopo essere quindi stato preso a calci e pugni dal gruppo, viene sollevato di peso e spinto a forza dentro l’auto. Matteotti tenta lo stesso disperatamente di lottare per divincolarsi e grida a squarciagola, attirando l’attenzione di numerosi testimoni, rompe con un calcio il vetro che separa i posti anteriori dell’autista e dei passeggeri accanto, da quelli posteriori, riesce a gettare dal finestrino la sua tessera da parlamentare, ma l’auto sfreccia via e il delitto si consuma quasi subito.

La grossa auto deve suonare ripetutamente il clacson per coprire le grida del malcapitato e rischia di lasciarsi dietro una scia molto numerosa di testimoni in grado anche di prendere la targa, specialmente considerando che automobili così grandi giravano assai in poche allora, lungo quella strada polverosa e non ancora asfaltata. E’ quindi quasi certo che, dopo avere proseguito verso Nord, e prima di svoltare verso Ponte Milvio, allora ancora transitabile in auto, a Matteotti siano stati sferrati dei colpi di pugnale così come facevano gli Arditi, senza rischiare che la vittima potesse reagire e sopravvivere, uno sulla carotide per azzittirlo e l’altro mortale, dallo sterno verso l’altro, in direzione del cuore, con effetto di morte immediata.

C’è una precisa testimonianza di un ragazzetto di 12 anni che giocava in quel luogo e vide tutto che conferma quanto abbiamo narrato: “Erano le 16,30. Stavo giocando con i miei compagni. Vicino a noi c’era una macchina che si era fermata proprio davanti a Via Antonio Scialoja. Ne uscirono cinque uomini che cominciarono a passeggiare su e giù. All’improvviso vidi Matteotti uscire. Uno degli uomini gli andò incontro e gli sferrò con violenza un pugno facendolo cadere a terra. Matteotti invocò aiuto. Allora sopraggiusero altri quattro, e uno di questi lo colpì duramente in faccia. Poi lo presero per la testa e i piedi e lo portarono dentro la macchina che ci passò di fianco. Potemmo così vedere che Matteotti stava lottando. Dopo non vedemmo più niente”
Anche questo testimone, come quello che vide tutto dalla finestra, parla di cinque uomini scesi dalla macchina e non di quattro, perché è del tutto evidente che l’autista restò in auto con il motore acceso, non poteva essere altrimenti, data la necessità di una fuga immediata. Quasi sicuramente il progetto non era quello di ammazzare Matteotti in auto, anche perché ciò avrebbe lasciato tracce troppo vistose, ma la imprevista e disperata reazione della vittima portò lo stesso ad eliminarlo prima che la situazione si complicasse ulteriormente. Né lo scopo era quello di dargli una lezione, altrimenti sarebbe stato lasciato lì pesto e malconcio come era capitato a vari altri oppositori.

Si scoprì infatti che l’auto aveva un serbatoio pieno per percorrere almeno 400 chilometri, furono poi ritrovate anche una catena nell’interno ed una grossa lima nel luogo della sepoltura. Non è dunque ipotizzabile che i componenti il commando abbiano progettato di eliminarlo subito, ma, caso mai, di tramortirlo, portarlo in un luogo molto lontano e magari già predisposto per farlo sparire, come per esempio, data la presenza nell’auto della catena, un lago o un fiume. Ma le cose andarono storte e quasi sicuramente, presi dal panico, i malfattori cercarono un luogo che fosse non troppo lontano per sbarazzarsi del cadavere, al riparo da occhi indiscreti. Il tempo che ci misero non fu poco, e fu giustificato poi, dicendo che non sapevano dove andare, invece è quasi sicuro che fu speso per contattare qualcuno fidato ed accertarsi che potesse dare una copertura efficace.
Lo vedremo in segito parlando del ritrovamento, due mesi dopo, del cadavere ormai quasi completamente decomposto ed irriconoscibile. Per ora dobbiamo tornare alle indagini sul delitto le quali, per una serie di circostanze fortunate, consentirono di scoprire quasi tutto entro brevissimo tempo. Le indagini furono affidate ad un giudice integerrimo di grande levatura morale e sicuramente imparziale, comunque non condizionabile dalle autorità fasciste. Si chiamava Mauro Del Giudice e forse il suo nome andrebbe scolpito accanto alla lapide che ricorda Matteotti sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, perché scoprì tutto ed in pochissimo tempo.

Se solo gli storici si limitassero a seguire le sue tracce, non vi sarebbero tuttora strampalate ipotesi sugli esecutori, sui moventi e persino sui mandanti. Lui infatti mise tutto nero su bianco, in merito alla sua istruttoria, subito dopo la guerra, prima di morire ultranovantenne, in un testo intitolato “Cronistoria del processo Matteotti”. Peccato che anche questo libro, del tutto introvabile nella edizione originale edita in poche copie, ma ristampato in una sola edizione nel 1985 e poi subito sparito, sia tuttora quasi irreperibile- Si vedrebbe così molto bene che i primi storici come Salvemini che tentarono di documentare le indagini e la ricerca dei colpevoli, attinsero tutto da lì. Per questo, credo sia tuttora opportuno rivolgersi direttamente a tale memoriale di inchiesta per capire bene quel che accadde e soprattutto come e con chi si verificò.

Lo possiamo fare, sorridendo in particolare di taluni “storici” che usano le fonti in modo alquanto strumentale e che vorrebbero screditare tuttora quel giudice solo perché ritenne di andare a rendere un doveroso omaggio a Matteotti sul Lungotevere, inginocchiandosi nel luogo in cui tanta gente depose fiori nel luogo del rapimento del grande martire socialista. Come se fosse indice di “parzialità” il fatto di avere misericordia per un inerme fatto oggetto di una violenza bestiale. Ma i percorsi di uno sgangherato revisionismo, proteso solo verso le vendite scandalistiche autoreferenziali, non si esaurisce con ciò. Ben altro ha alimentato la ricerca dei moventi, purtroppo destinata solo a persone alquanto inavvedute e del tutto all’oscuro di come già da subito la propaganda fascista cercasse di depistare le indagini.
La cosa piuttosto misera e meschina è infatti che tuttora si cerchi di riproporre gli stessi depistaggi, amplificandoli con grossi volumi e persino nel web, ingrandendo artificiosamente una sorta di inestricabile mistero e di enigma, quando invece risultò tutto chiaro fin da subito. E per di più sostenendo che la mancata diffusione e ristampa di testi cruciali come quello di Matteotti e quello di Del Giudice, sia stata dovuta ad inattendibilità e mancanza di interesse piuttosto che, più credibilmente, alla deliberata volontà di rimuovere il più possibile una memoria scomoda. Basti anche solo pensare alla difficoltà che uno storico di grandissima levatura come Stefano Caretti ha avuto per pubblicare tutte le opere di Matteotti nel tempo, edite finalmente solo grazie alla disponibilità di una coraggiosa casa editrice pisana.
Ma torniamo a Mauro Del Giudice; come lui stesso dice, e citeremo sovente nel seguito del racconto, nei giorni successivi al 10 giugno egli ebbe subito sentore che “una tegola stava per cadere sulla mia povera testa”. Mauro Del Giudice era infatti presidente della IV sezione della Corte penale della Corte di Appello di Roma ed aveva contemporaneamente la presidenza della Sezione di Accusa. La procura Generale affidò allora l’avocazione dell’inchiesta proprio alla Sezione di Accusa, mentre il processo era stato già iniziato da un giudice istruttore a circa una settimana dal misfatto e non aveva dato che risultati irrisori. Per questo il 19 giugno, il Procuratore Vincenzo Crisafulli presentò l’istanza per l’avocazione e quello stesso giorno Mauro Del Giudice ebbe sul suo tavolo la domanda.

Quando egli si recò dal Procuratore, cominciò a sospettare che qualche tranello gli fosse stato teso e ciò lo spinse ad essere molto guardingo..

Carlo Felici

© 28 continua

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Riguardo l'Autore

1 commento

  1. Andrea Malavolti on

    Archivista e tra le autrici di “Una storia nel secolo breve”, intenso volume che narra la storia e la trasformazione del Centro Ebraico Il Pitigliani da orfanotrofio a luogo di produzione e divulgazione culturale, Angelina Noemi Procaccia sarà ricordata questa sera nel corso di una serata a lei dedicata che avrà luogo appunto al Pitigliani.
    A prendere la parola nel corso dell’incontro, che inizierà alle 20.30, saranno Micaela Procaccia, rav Amedeo Spagnoletto, Lia Tagliacozzo, Mario Toscano e Sandra Terracina.

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