giovedì, 19 Settembre, 2019

Il 1921, dallo squadrismo al patto di pacificazione

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Dalla Grande Guerra alla guerra civile. Parte 15

Come abbiamo visto il rovinoso Congresso di Livorno segnò lo spartiacque tra spinte rivoluzionarie e riflusso reazionario ma era davvero impossibile fare una rivoluzione allora in Italia? Premettiamo che anche una decisa azione riformista non di rado si presenta a tutti gli effetti come rivoluzionaria e a confermarlo, lo abbiamo visto, ci furono le parole dello stesso Turati quando ribatté a chi lo imputava del fatto che i riformisti non avessero ottenuto la benché minima riforma che, d’altro canto, i rivoluzionari non avevano ottenuto “la più piccola rivoluzione”

La rivoluzione, infatti, per Turati non solo doveva essere non violenta, ma neanche portare alla dittatura di quel proletariato che, come era accaduto in Russia, ben presto fu sostituita dalla dittatura di un partito, quello bolscevico. Turati dovette sempre guardarsi le spalle anche prima della guerra dagli attacchi delle componenti guidate da Artuto Labriola e dal sindacalismo, da Enrico Ferri e dai rivoluzionari, e da Benito Mussolini che, prima antimilitarista, poi divenne interventista rivoluzionario. Non ci dimentichiamo però che nel 1906 furono proprio i riformisti a fondare il primo sindacato nazionale, la Confederazione Generale del Lavoro, capeggiato da Rinaldo Rigola, che tanti risultati ottenne non solo prima, ma anche immediatamente dopo la guerra, Mussolini ne era perfettamente consapevole e cercò più volte di portarlo dalla sua parte. E fu proprio questo sindacato ad impedire la rivoluzione cruenta nel 1920, infatti lo stesso Corriere della Sera, in un articolo datato 29 settembre 1920, sostenne apertamente che non c’era stata la rivoluzione non perché qualcuno o qualcosa l’avesse impedita, ma solo perché la Confederazione Generale del Lavoro non l’aveva voluta.

Ricordiamo che si deve ai riformisti l’istituzione di un “Ufficio del Lavoro”, così come altre leggi destinate a proteggere il lavoro femminile, quello minorile e quello degli immigrati. Lo “Stato sociale” in Italia nacque con loro, non certo con il sindacalismo rivoluzionario oppure con l’opera di chi poi diffamò Turati in nome delle prospettive bolsceviche, lo stesso suffragio universale maschile ci fu grazie alla sua iniziativa riformista. Un’opera del genere, alla luce dei fatti e degli eventi che precedettero il XX secolo (basti ricordare solo le cannonate di Bava Beccaris) e delle velleità che distrussero ogni possibilità di consolidare le pur importanti conquiste sindacali che arrivarono con l’occupazione delle fabbriche e delle terre, è da considerarsi a tutti gli effetti rivoluzionaria.

Non di rado le rivoluzioni cruente portano poi al consolidarsi di poteri autoritari, basti solo confrontare la prima rivoluzione inglese armata che portò alla dittatura di Cromwell e alle stragi seguenti contro i suoi oppositori soprattutto in campo religioso, con la seconda fase della rivoluzione inglese non violenta e moderata che portò al bill of rights e all’habeas corpus. Non parliamo poi delle rivoluzioni francese e russa che, in maniera cruenta, sono poi approdate alla dittatura di Napoleone e di Stalin. O di quella cubana “garantita” per almeno mezzo secolo da Fidel. Tralasciamo la cosiddetta “rivoluzione americana” perché essa non fu tanto una rivoluzione ma piuttosto una lotta per l’Indipendenza, come, in maniera abbasatanza analoga, fu il nostro Risorgimento.

Ma torniamo alle vicende di cui ci stiamo occupando per capire se davvero ci fossero le condizioni di una rivoluzione allora in Italia. Ebbene, siamo convinti che il “momento magico” della rivoluzione allora fosse proprio durante l’occupazione delle fabbriche. Allora persino il direttore del Corriere, il senatore Albertini, si recò da Turati per dirgli che era giunto il momento per i socialisti di andare al potere, i dirigenti della Banca Commerciale assicurarono la FIOM della loro benevola neutralità, il prefetto di Milano, a nome del governo, cercò a tutti i costi una conciliazione e lo stesso Mussolini dovette appoggiare le occupazioni, sostenendo il movimento che le aveva messe in atto.

Persino il senatore Agnelli a Torino aveva offerto agli operai le officine in gestione cooperativa. Gli operai allora avevano il controllo collettivo e quello “sindacale dell’industria” Mancavano solo due cose: o andare al governo, consolidando istituzionalmente queste conquiste, magari con una profonda spinta innovativa che avrebbe squassato anche la monarchia dalle sue fondamenta, oppure distribuire le armi agli operai, per intraprendere un vero e proprio scontro insurrezionale destinato a rivoluzionare completamente il paese ma con il rischio della guerra civile e della reazione cruenta dell’Esercito.

Nel primo caso lo stesso Turati, sebbene le porte del governo gli fossero aperte, non andò oltre la sua tradizionale opera di pacificazione e collaborazione perché era messo in minoranza, e non certo spinto a prendesi responsabilità cruciali da un partito che si avviava a metterlo all’angolo. Nel secondo caso, da una parte gli operai si stancarono molto presto di presidiare le fabbriche e dall’altra i loro sindacalisti, CGL in testa, non accettarono l’invito a saldare quel fermento rivoluzionario con quello già pienamente in atto a Fiume, trasformandolo in insurrezionale; solo D’Annunzio avrebbe potuto allora distribuire armi al popolo, non certo Serrati o Bordiga che incensavano la rivoluzione russa o lo stesso Lenin che, invece, proprio verso D’Annunzio gettava acqua ed inibiva la sua spinta rivoluzionaria.

Mai un aiuto armato sarebbe venuto dalla Russia, a confermare l’impressione che ebbe Turati che il bolscevismo non era altro che una evoluzione del nazionalismo russo, come è ampiamente confermato dalla sconfitta di Trozkij e dalla vittoria di Stalin. Allora il nazional-bolscevismo sovietico cercava sponde nei partiti comunisti europei e a tal fine li sovvenzionava, oggi un nazionalismo analogo, stavolta spogliato di ideologismi, fa più o meno lo stesso con i vari sovranismi che crescono nell’inefficacia da parte della UE di portare avanti politiche che siano socialmente avanzate e concretamente condivisibili da tutti, e non solo dai paesi ad economia più forte. Prova ne è che gli autentici internazionalisti hanno avuto vita molto breve, da Che Guevara a Tomas Sankara, mentre i nazionalisti che hanno usato l’internazionalismo quale scudo per proteggersi a casa loro, come Castro, hanno avuto vita lunghissima.

Occupiamoci però delle vicende del nostro primo dopoguerra, e torniamo a quando il Congresso di Livorno seminò disperazione, sconforto e divisione tali da indurre sia alla rabbia che all’impotenza le masse fino a poco tempo prima mobilitate con l’illusione di una prossima rivoluzione. La possibilità della conquista diretta e violenta del potere tramontava inesorabilmente con il fallimento dell’impresa di Fiume e con l’esito minoritario della nascita del Partito Comunista d’Italia, si aggiungano poi altri motivi come l’ostinazione dei dirigenti socialisti a voler ignorare il sentimento patriottico degli italiani, misconoscendo la prima vittoria dell’Italia in una guerra di popolo, le continue ostilità, sconfinate in vere proprie aggressioni, contro ex combattenti, le reiterate violenze contro industriali e proprietari terrieri, e soprattutto una continua propaganda verso una via rivoluzionaria che era tanto accesa e ripetitiva quanto inefficace e sconclusionatamente irrealizzabile.

La crisi economica, nei primi mesi del 21, si estese dall’Europa all’Italia, con un progressivo calo della domanda, vari gruppi industriali più esposti e non particolarmente efficienti nella riconversione, in primo luogo quelli metallurgici, finirono per fallire, molte industrie chiusero o andarono incontro a clamorosi crack, i disoccupati così, dal dicembre del 1920 al settembre del 1921 passarono da 100.000 a ben 400.000. Ciò evidentemente ridusse sia il numero degli scioperanti che quello delle giornate di sciopero; spesso le serrate, dopo il fallimento dell’occupazione delle fabbriche, avevano la meglio come a Torino, contro gli operai in lotta per la riduzione delle ore di lavoro e per l’aumento di salario.
La lira si deprezzava ed i prezzi al consumo salivano. Giolitti abolì persino il prezzo politico del pane, nell’opposizione vana dei socialisti. Le promesse di Giolitti di confiscare i sovrapprofitti che risultavano dalle speculazioni ed il varo della nominatività dei titoli azionari, furono progressivamente affossati come “residuo di controllo sindacale” concordato durante il periodo dell’occupazione. In questo frangente né il fronte socialista e tanto meno quello sindacale furono in grado di svolgere una azione di contrasto, continuando piuttosto a vagheggiare sogni di collettivizzazione come quello proposto dal deputato riformista Giuseppe Piemonte, tanto inattuali quanto anacronistici, dato che un cosiddetto “parlamento borghese” non avrebbe mai potuto approvare un progetto tanto socializzatore e rivoluzionario. Il problema, poi, per i contadini, era allora soprattutto quello di difendere le conquiste sindacali, e le stesse loro persone dagli attacchi sistematici delle squadre fasciste. Questa vaghezza ed inefficacia politica ed ideologica spinse quindi non pochi ad abbandonare le file socialiste, per paura e convenienza, e a passare dalla parte di quelle fasciste.

Anche dopo il Congresso di Livorno le violenze non cessarono da ambo le parti, Il 27 febbraio 1921, una bomba su un corteo di studenti nazionalisti e fascisti fece due vittime: lo studente Carlo Menabuoni e il carabiniere Antonio Patrucci; la razione fascista fu immediata, poche ora dopo venne ammazzato il capo comunista Spartaco Lavagnini. La Camera del Lavoro proclamò così uno sciopero che riuscì nel settore ferroviario ma fallì in quello postelegrafonico. Le fabbriche restarono chiuse per mancanza di energia elettrica, seguirono scontri a fuoco, imboscate, ritorsioni, morti da entrambe le parti.
Particolarmente efferata fu l’uccisione del giovane Giovanni Berta descritta dal giornale Il Secolo: “Il giovane che proveniva dalla città volle incautamente attraversare il ponte sospeso e spingersi nei quartieri d’Oltr’Arno. A metà del ponte un gruppo di popolani lo investì e lo minacciò. Essendo solo e non potendo contare su alcuna protezione, egli cercò di allontanarsi mantenendosi però sempre impassibile ma qualcuno lo riconobbe: “E’ un fascista” si gridò. A questo grido fece seguito un coro di insulti ed un altro ancor più feroce: “Gettiamolo in Arno”. Il giovane fu atterrato, malmenato, bastonato. Alcuni manigoldi lo sollevarono e lo buttarono al di là della spalletta. Con un atto istintivo egli si aggrappò ad una conduttura dell’acqua che corre lungo la spalletta. Allora gli assassini scavalcarono la spalletta e calpestarono le mani. Il Berta non poté resistere al dolore. Prima abbandonò una mano, poi l’altra e cadde pesantemente nell’acqua, in quel punto profonda. Egli tentò di resistere alla corrente, ma i panni glielo impedirono ed a poco a poco il disgraziato affogò e scomparve, mentre una folla ubriaca esultava dalla spalletta del ponte, fra l’orrore di alcuni cittadini che trovavansi dall’altra parte del fiume e che furono spettatori dell’orribile scena.” Non bastò l’eccidio..perché ci fecero pure delle canzoni, gli uni comunisti cantavano: “Hanno ammazzato Berta, figlio di pescecani, evviva il comunista che gli tagliò le mani” e gli altri fascisti rispondevano: “Hanno ammazzato Berta fascista tra i fascisti, vendetta sì vendetta, farem tra i comunisti”

Come si vede bene dalla cronaca di questi scontri, l’esito fallimentare del Congresso di Livorno, non contribuì affatto a placare gli animi, ma sotto veri aspetti, li esacerbò ulteriormente, acuendo la rabbia popolare e l’altrettanto rabbiosa reazione fascista. Ad Empoli un camion di marinai venne scambiato per una squadra fascista ed il giornale il Secolo riferisce che “Ci fu nel fuoco avversario una breve sosta. Ne approfittò l’ufficiale che si fece avanti, in mezzo alla strada e tentò di spiegare agli aggressori l’equivoco in cui erano caduti: -No, noi non siamo, come credete, fascisti- disse -Io e i miei uomini apparteniamo al corpo della Regia Marina- Ma il disgraziato non aveva ancora finito di pronunciare queste parole che una violentissima raffica si abbatté su di lui e suoi uomini”. Sul terreno, tra marinai e carabinieri, restarono circa nove morti, un marinaio racconta che alcuni dei corpi furono massacrati e deturpati, percossi a colpi di bastone e calci di fucile, alcuni trascinati per le vie del paese, altri gettati nell’Arno. Quando arrivarono i rinforzi, i bersaglieri, indignati dallo scempio dei cadaveri, dettero alle fiamme la Camera del lavoro senza che gli ufficiali potessero trattenerli, anche se il loro intervento limitò i danni dell’incendio.

Un articolo del Corriere di allora illustrava bene il clima che si era creato con le seguenti parole: “Sembra che un vento di follia alimenti incessantemente la mischia fratricida, trasformando le lotte di fazione in una pratica quotidiana di aggressioni, di uccisioni, di devastazioni, e di sopraffazioni morali e materiali” Mussolini, dalla sua parte, soffiava sul fuoco, e per il momento non era disposto ad alcuna tregua, anzi, reagiva con molta veemenza a chi gli chiedeva di fermare i suoi: “Si invoca da molte parti la tregua. Rispondiamo brutalmente che non è possibile. Manca per stipularla una condizione pregiudiziale: quella di una più onesta conoscenza e di un giudizio meno settario su di un movimento formidabile di passione e di fede quale è il Fascismo ….La tregua e la pace non dipendono da noi. Noi siamo attrezzati per tutte le eventualità: per la tregua o per la pace, come per la lotta a fondo. Abbiamo parlato chiaro. Intenda chi deve”
In realtà Mussolini in quel frangente, da una parte sa bene che le squadre di azione impegnate sul campo, più che rispondere in blocco ai suoi ordini, sono soggette alla disciplina e agli ordini dei loro ras locali che le ingaggiano e le pagano per quello scopo e soprattutto le guidano con strategia militare, dall’altra sta preparando la tregua, per accreditarsi come “uomo d’ordine” non solo verso coloro che oramai contano su di lui per reagire all’ “ondata rossa”, ma anche verso alcuni suoi ex compagni di partito e soprattutto verso una parte cospicua del sindacato, affinché possano trovare in lui un elemento indispensabile per una mediazione. Tutto ciò, come vedremo, avverrà poi con un fittizio “patto di pacificazione”
Quando vengono convocate le nuove elezioni, il 15 maggio del 1921, i fascisti si sono già espansi in buona parte dell’Italia settentrionale, occupando la Venezia Giulia, una parte del Veneto, tutta la valle del Po, eccetto la Romagna, una gran parte della Toscana, dell’Umbria, penetrando anche nelle Puglie, mentre nel Piemonte restano intatte solo le province di Cuneo e Torno, dove però viene data alle fiamme la Camera del Lavoro, senza che per altro vi sia una reazione particolarmente efficace. In Lombardia la partita è ancora da giocarsi, ma a Milano il 24 marzo scoppia una bomba ad alto potenziale al Teatro Diana messa dagli anarchici che protestano contro l’arresto di Enrico Malatesta; diciannove persone restano uccise, un centinaio ferite. I fascisti allora attaccano la sede del giornale anarchico Umanità Nuova e ne approfittano anche per distruggere la nuova sede dell’Avanti, sebbene i socialisti non siano affatto implicati in quel tragico evento.

Dal gennaio del 1921 Matteotti in Parlamento si lancia in una serie ininterrotta di requisitorie che proseguirà fino alla marcia su Roma, per interrogare il governo su come intenda far rispettare la legge. Giolitti, d’altra parte, non può giocarsi l’unica carta che per lui risulterebbe vincente, quella della partecipazione dei socialisti al governo, perché la componente riformista di Turati è messa all’angolo, in condizione minoritaria, e quella maggioritaria massimalista non solo continua a dominare, ma è costantemente preoccupata di essere scavalcata dalla neonata formazione comunista. Lo sbandamento socialista e la preparazione tattica e strategica dei fascisti imprimono ben presto una svolta agli eventi.
Quasi mai i fascisti adoperano forze locali per sopprimere sedi antagoniste, ma sempre gruppi, anche non numerosi però bene armati ed equipaggiati, che giungono da centri limitrofi, i quali, con la stessa velocità e furia devastatrice con cui arrivano, poi si dileguano senza lasciare traccia. E’ una guerra di movimento che porta ad abbattere sistematicamente, una dopo l’altra, le roccaforti dei loro avversari. Durante le elezioni del 1921 i fascisti espellono i socialisti dalle sedi elettorali, distruggono le schede, portano a votare persone sotto la minaccia delle armi costringendole a votare per loro. Solo nel giorno delle elezioni si registrano ben 40 morti, e altri 71 immediatamente dopo per rappresaglia contro chi aveva votato contro i fascisti.

Matteotti riassume già allora le violenze che avevano accompagnato il periodo elettorale, denunciando una vera e propria violenza di classe coperta dalle stesse forze dello Stato, dicendo: “E’ del tutto evidente che non si può considerare la violenza fascista una semplice vendetta contro singoli e contro occasionali atti di violenza da parte del proletariato. La borghesia può trovare strumenti sufficienti nella legge, nei carabinieri, nelle prigioni che ha usato abbastanza spesso contro la violenza proletaria. I lavoratori sono stati ripetutamente condannati ad anni di lavori forzati per avere utilizzato la violenza; ma quando l’esercito lascia un lavoratore morto nelle strade d’Italia, nessuno di voi protesta. La verità è che l’armata organizzata dei fascisti risponde solo agli interessi della classe capitalistica. Il fascismo non è tanto una reazione ai riprovevoli atti di violenza degli operai, quanto contro le loro conquiste economiche.” Il coraggioso tribuno socialista viene poco tempo dopo aggredito in aperta campagna e sottoposto a sevizie, con lo scopo di umiliarlo e costringerlo a tacere.
Il risultato elettorale del 1921 vede arretrare il fronte socialista e comunista di una ventina di seggi, riducendo la sua percentuale dal 30% del 1919 al 26%; i popolari, d’altro canto, guadagnano una decina di seggi e nel complesso questi due gruppi, che però restano inconciliabili proprio a causa del prevalere della componente massimalista socialista, continuano ad essere i più forti e numerosi. Giolitti si trova così al palo, impossibilitato a trarre alcun vantaggio da questi risultati. I fascisti ora contano un gruppo parlamentare di una quarantina di membri, con Mussolini questa volta eletto capolista sia a Milano che a Bologna. Egli definisce il suo gruppo come “un plotone omogeneo, inquadrato, disciplinatissimo. Plotone fascista di azione e di -esecuzione-.”
Le esecuzioni difatti non si fanno attendere. Infatti, 15 giorni dopo le elezioni, colui che Turati aveva soprannominato “il gigante buono” e che tanto si era adoperato per i “diseredati e i pezzenti del Sud” e per l’acquedotto pugliese, avendo ottenuto da Giolitti l’autorizzazione per l’inizio del lavori: Giuseppe di Vagno, dopo un comizio da lui tenuto a Conversano, viene vigliaccamente aggredito da una squadra fascista, riesce inzialmente a salvarsi ma i tentativi di colpirlo non si arrestano e il 25 settembre 1921, sebbene sia stato avvertito che si sta preparando un nuovo attentato nei suoi confronti, si reca lo stesso a Mola di Bari per inaugurarvi la sede del Partito Socialista. Dopo che ha terminato il suo comizio, viene vigliaccamente colpito alle spalle da due colpi di pistola e muore il giorno dopo nell’ospedale civile della zona.

Mussolini esordisce alla Camera minacciando una prima marcia su Roma quando il gruppo parlamentare socialista insiste per condurre una inchiesta contro le reiterate violenze fasciste. Alla metà del 1921 Mussolini si appresta alla conquista del potere con metodi legali ed illegali, dice ai suoi che da quel momento sono “moralmente impegnati a concentrarsi a Roma al primo appello che sarà lanciato dagli organi direttivi del nostro movimento”.
La prima prova di sovrano disprezzo per il consesso parlamentare i fascisti la fanno contro il deputato comunista Francesco Misiano che Mussolini vuole sia espulso in quanto disertore. I suoi lo accontentano subito, trascinandolo fuori da Montecitorio sulla piazza, senza che i suoi compagni siano in grado di fare nulla per impedirlo.
Alle sue grida: “Io non uscirò, ho il mandato dai miei elettori ed intendo esercitarlo”, rispose l’onorevole Gaj vivacemente: “E io ho avuto il mandato preciso dei miei elettori di cacciarla fuori da qui” A dir la verità, l’onorevole cacciato si era portata anche una rivoltella per difendersi, sapendo bene che i suoi avversari ne avevano una ciascuno anche loro, però la sua fu la sola, alla fine, a finire sul banco del Presidente senza che egli avesse avuto alcun modo di estrarla. Evidentemente i “numeri parlamentari” erano già, con questo esordio, del tutto esautorati, e ben altra forza si faceva largo.

In tanto trambusto, la voce di Turati si levò, inascoltata, ma con una nettezza adamantina: “Io ho la religione della civiltà e sento che si sta sgretolando nella civiltà del mio Paese. E tutti gli sforzi sono rivolti ad evitare il crollo della civiltà. Io mi domando se l’Italia sia ancora la Patria del diritto, e se quest’aula sia ancora sede di pensiero e di civiltà”. Mussolini era ormai convinto, pur da una posizione minoritaria, di avere in mano la situazione grazie alla sua notevole abilità strategica. Dopo soli otto giorni si preparò a tendere la mano ai suoi ex compagni socialisti, cercando di portare dalla sua parte la componente moderata e riformista insieme al grosso della CGL, con un improbabile ma alquanto efficace, almeno per il momento, “patto di pacificazione” che prometteva di porre fine alla guerra civile in corso. La sua era una mossa alquanto azzardata non tanto verso i suoi avversari politici, ma, come vedremo, in special modo verso la sua manovalanza squadrista.

Carlo Felici

© 15 continua

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