domenica, 22 Settembre, 2019

Il bluff della vocazione maggioritaria

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Torna ad essere evocata nel PD la vocazione maggioritaria, pur essendo un fantasma del passato che si è dissolto strada facendo e perciò non più proponibile. Contrassegnò la gestione Veltroni sotto la suggestione di un modello americano di cui non c’erano le condizioni essenziali, a partire da quelle istituzionali, sicché tutto era mirato ad una messa in scena di un musical con un crescendo di standing ovation all’uomo solo al comando fino al brusco risveglio dell’esito elettorale.

L’unica proposta attuativa della vocazione maggioritaria da parte di Veltroni fu di ricorrere all’innalzamento del quorum che metteva fuori gioco le componenti minori del Governo Prodi senza che alzassero un dito contro ben due componenti autorevoli del Governo presentatisi alle primarie Bindi e Letta. Sfido qualcuno, leader o partito, che non aspiri a vedersi riconosciuto come punto di riferimento della maggioranza degli elettori per poter governare da solo senza condizionamenti altrui, l’alibi di un’infinita schiera di governi disomogenei al proprio interno tenuti insieme dal solo mastice del potere da spartirsi. Riconosciuto che la vocazione maggioritaria è un’ovvietà insita in qualunque forza politica che creda nel proprio patrimonio di idee e si batta per esse, l’interrogativo, per altro di grande attualità, è il come convogliare il consenso per indirizzare i cittadini verso l’esito maggioritario auspicato. Sul come fare si coglie la natura profonda dei partiti, la loro ispirazione e fedeltà al dettato costituzionale. Non posso dimenticare che ci sono state due omissioni imputabili a tutta la classe dirigente del PD, in primo luogo la mancata disciplina di un conflitto di interessi mostruoso per il rispetto delle rappresentanze democratiche del Paese e questo per la convinzione moralistica che un avversario demonizzato potesse essere più facilmente battuto. Il solo sussulto era stato quello messo in atto dalle dimissioni della sinistra democristiana contraria a concedere il monopolio della TV privata a Berlusconi, che diventò il predellino della vittoria di FI dopo la messa fuori gioco di Craxi.

La seconda clamorosa omissione appena dopo la rivincita con Prodi di stretta misura(due voti appena al Senato) quella della mancata cancellazione della riforma elettorale introdotta a fine legislatura, quel Porcellum per fare terra bruciata ad un centrosinistra dato per vincente ricorrendo all’espediente di una diversa distribuzione a macchia di leopardo di assegnazione dei seggi per ogni singola regione ma quel ch’era più grave il cambio di regime elettorale dall’elezione dei parlamentari alla loro nomina da parte delle oligarchie dei partiti, un’autostrada aperta alle forze populiste antisistema, tagliando il cordone ombelicale tra eletti ed elettori, presidio democratico contro le caste. Data l’esiguità assoluta della maggioranza esposta ad erosioni di compravendita di parlamentari, ci saremmo aspettati la riforma della riforma elettorale della destra ed un ritorno alle urne per un mandato pieno. Nulla di tutto questo, prevalse la spartizione e conseguentemente col regime dei nominati c’è stata la premessa motivata della ribellione contro la casta espressione della prevaricazioni dei partiti con l’occupazione delle istituzioni. E’ su questi due punti-cardine dell’autonomia delle istituzioni che ancora oggi si combatte la battaglia per la democrazia liberal-popolare irrisa da Putin come storicamente superata, mentre è presidio di esercizio di libertà, come sta accadendo a Honkong, nelle dimostrazioni antiregime a Mosca, nelle sconfitte in serie dell’autocrate Erdogan nei comuni a partire dalla capitale Instanbul. L’Europa rimane un pericoloso presidio dell’unità nella libertà salvaguardando la diversità delle autonomie al suo interno.

E’ la vera ragione per tentare di disgregare l’Europa puntando su chi si presta come un tarlo a svuotare la sua missione internazionale per un sovranismo di ritorno, un karakiri rispetto a una sfida globale tra superpotenze. Tornando all’Italia ci fosse una sola voce che riconoscesse come l’unico tentativo, poi cancellato dal referendum, in senso maggioritario dell’intero sistema, è stato quello di Renzi, ch’era riuscito a strappare ad una destra sempre contraria, il ricorso al ballottaggio per sapere ad urne chiuse chi avesse la legittimazione a governare il Paese senza l’alibi ricorrente anche oggi che altri numericamente necessari hanno impedito la realizzazione del proprio programma. Il ballottaggio era la prova provata che non c’era alcun bisogno dopo le elezioni di ricorrere ad inciuci tra forze alternative, a nuovi edizioni compromissorie del patto del Nazzareno. Infine la riforma costituzionale della investitura a governare da parte di una sola Camera allineandoci a tutti gli altri Paesi europei, evitando le imboscate del ping-pong tra le due Camere. Evocando trame oscure si è evitato il salto di qualità verso un Paese più moderno e competitivo. Purtroppo il problema è rimasto e non sappiamo come andrà a finire.

Roca

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