giovedì, 28 Maggio, 2020

Il cammino della speranza, quei migranti narrati settant’anni fa da Pietro Germi

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Settant’anni fa, nel 1950, veniva proiettato nelle sale cinematografiche il film di Pietro Germi Il cammino della speranza, che contiene all’interno della sua trama riferimenti storici precisi come la crisi delle zolfare e le lotte dei minatori in Sicilia, nonché gli scioperi agrari nella pianura Padana. Una realtà che stride con quanto nelle sale cinematografiche propagandano allo spettatore sprovveduto i cinegiornali Incom e dell’Istituto Luce, che parlano con immagine frenetiche e abilmente montate di un Paese dove basta “rimboccarsi le maniche”, perché lo sviluppo e il benessere sono a portata di mano, e nascondono i problemi reali: quelli sociali, culturali, politici, finanziari. Non a caso in un primo momento al Cammino della speranza, non in sintonia con la realtà artificiale trasmessa dalla strategia comunicativa del governo del tempo, non vengono riconosciuti i requisiti tecnici e artistici per avere i contributi ministeriali straordinari, e si deve perciò ricorrere alla Commissione di controllo presieduta dall’on. Giulio Andreotti.

Sceneggiato dallo stesso regista, con Federico Fellini e Tullio Pinelli, e ispirato al romanzo Cuori negli abissi di Nino Di Maria, in realtà il film sembra quasi dettato dalla copertina de La Domenica del Corriere del 29 dicembre 1946, la cui didascalia così recitava: “L’odissea degli emigranti clandestini. Abbindolati da losche organizzazioni, avviati verso il confine senza il minimo equipaggiamento invernale e poi abbandonati in mezzo alle montagne in preda al gelo, alla neve e alla bufera, cinquanta siciliani, fra cui alcuni ragazzi, vengono soccorsi, nell’alta valle d’Aosta, da una pattuglia di carabinieri e riaccompagnati al piano per essere rinviati alle loro case”.

Il racconto è anche ispirato da un preciso episodio di cronaca dell’aprile 1948, che emozionò molto il regista, che non riusciva ad allontanare dalla mente l’immagine di alcuni miseri terroni che avevano attraversato l’Italia quant’è lunga, clandestini e stranieri nella loro patria, fino all’orrore delle montagne colme di neve: “Nella notte del 6 aprile, i carabinieri di La Thuile, in perlustrazione verso la zona di confine, s’imbattevano in un gruppo di otto persone in deplorevoli condizioni fisiche.Dalle medesime ebbero la confessione che si trattava di emigranti clandestini a scopo di lavoro: tutti operai disoccupati provenienti da Amantea, in provincia di Cosenza. Con essi vi era un individuo il quale si era impegnato di accompagnarli al confine dietro il compenso di cinquemila lire per ognuno”.

Dopo il film In nome della legge che aveva raccontato la povertà dei minatori del paesino di Capodarso alle dipendenze di un barone sfruttatore, ancora una volta lo sguardo di Germi si posa sulla Sicilia. Il cammino della speranza è la storia di un gruppo di zolfatari siciliani rimasti senza lavoro dopo la chiusura della miniera, che, in maniera controcorrente rispetto alla tradizione vittimistica e fatalistica di chi esalta l’immodificabilità di una condizione di emarginazione dell’Isola, decidono a modo loro di ribellarsi al destino che li inchioda a una povertà senza scampo, e dopo sofferenze e vicissitudini riescono a sottrarsi fisicamente all’inferno sotterraneo del loro paese, percepito come luogo della miseria, e a emigrare clandestinamente in Francia, intesa come luogo della promessa, del benessere e del progresso. Sotto le mentite spoglie del melodramma popolare, Il cammino della speranza è uno squarcio di storia nazionale esemplare della scissione secolare fra ceti subalterni e istituzioni, foriera della italica “arte di arrangiarsi”. È un viaggio da Sud a Nord, concepito come un percorso a ostacoli, che racconta un paese dove l’ economia non ha ancora iniziato la sua ascesa e tuttavia già distratto da falsi miti, modelli culturali e mentali, stili di vita che vanno in direzione opposta ai valori forti che poco tempo prima erano stati alla base della guerra di Liberazione. Significativo è, in questo senso, l’ episodio del gruppo dei siciliani che arriva alla stazione Termini, dove Lorenza e il marito Antonio subito si perdono in una Roma tappezzata di manifesti pubblicitari, caotica, indolente, rumorosa, tentacolare.

Film artisticamente ed esteticamente ineccepibile, tecnicamente straordinario – grazie anche ad attori non professionisti davvero bravi e che permettono a Germi un lavoro di caratterizzazione esemplare e unico, forse l’apice del neorealismo eretico nella carriera del regista ligure, che dribbla la sociologia spicciola e il documentarismo pedagogico-didascalico presenti nelle pellicole sull’emigrazione apparse negli ultimi tempi – , Il cammino della speranza rivisto oggi dà l’impressione di essere un’opera di produzione senegalese o cingalese o indiana, perché racconta con linguaggio universale una storia degli anni del dopoguerra, quando gli abitanti del Belpaese erano fra i protagonisti dell’ emigrazione in Europa, nelle Americhe, in Australia. Una storia dimenticata o rimossa dagli italiani.

Incomprensibile a troppi giovani e giovanissimi, che poco o nulla sanno sull’ anima e l’identità vere di un popolo, sulla sua precarietà esistenziale fatta di partenze, di abbandoni laceranti, di destini incerti. Ieri come oggi.

 

Lorenzo Catania

p.s. Commosso dalle disavventure dei suoi migranti, Germi, contro il parere dei suo sceneggiatori (Federico Fellini e Tullio Pinelli), diede al film un finale ottimistico: le guardie francesi non fermeranno Saro e i suoi compagni, ma li lasceranno passare. Un finale “buonista” che anche la critica non apprezzò. Eppure, come ha scritto di recente Roberto Escobar, “rivisto settant’anni dopo, quel finale ci pare perfetto. E per ragioni del tutto umane”.

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