martedì, 20 Agosto, 2019

Il caso polacco ovvero la verità imposta per Legge

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Partiamo da Auschwitz. Perché si deve partire da Auschwitz. Terra di mezzo tra i campi “dell’ovest” (Bergen Belsen, Dachau, Mauthausen) dove morirono di stenti, malattie e collettive violenze individui di ogni nazionalità e quelli dell’Est (Belzec, Grodno, Sobibor, Treblinka) dedicati allo sterminio degli ebrei. Perciò campo di concentramento; ma anche di sterminio.
Anche per questo, luogo deputato per la memoria. Per tutti. Ma anche luogo di una memoria collettiva che ha mutato di segno nel corso del tempo.
Nel 1945 e nei due decenni successivi, Auschwitz fa parte del martirologio della resistenza europea. Un sacrario che vede in primo piano i polacchi. Due milioni di morti per mano dei nazisti, vittime di un progetto genocidario ispirato a criteri razziali che vede, certo, al primo posto gli ebrei ma per essere seguiti in una scala discendente dai russi (destinati anch’essi a morte sicura anche nei campi di prigionia) e, appunto, dei polacchi. E ancora mai colpevoli di collaborazione con collaborazione con il nemico- nessun Quisling- e soprattutto, partecipi attivi, con il loro partigiani e i loro esercito, alla lotta contro la Germania; e vittime, comincia l’era della guerra fredda, dell’Unione sovietica e del comunismo (dalle fosse di Katyn sino al rifiuto di assistenza all’Armja kraiowa insorta a Varsavia.
Di riflesso, all’Olocausto e alla sua unicità si dedica scarsa attenzione. Negli obbiettivi strategici dei bombardamenti alleati non sono comprese le distruzioni delle linee ferroviarie che portano da ogni parte d’Europa verso i luoghi di morte. E pochissimi anni dopo il ministro degli esteri inglese Bevin dichiarerà di non capire perché mai gli ebrei desiderosi di rifugiarsi in Palestina invocassero il diritto di “saltare la coda”.

Alberto Benzoni

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