sabato, 6 Giugno, 2020

Il Cigno nero è qui: diciamo addio alla Belle epoque

0

Quando era ministro del governo Conte-Di Maio-Salvini, il primo a scatenare un grande dibattito sul “cigno nero” e la fine dell’euro è stato Paolo Savona, allora voluto nel governo dalla Lega come simbolo di euroscetticismo e ora presidente della Consob. Il “cigno nero” è come si sa un evento imprevedibile e catastrofico, evocato dal matematico libanese Nassim Taleb nella sua “teoria dell’incertezza”. Il 10 luglio 2018, alle commissioni Finanza congiunte di Camera e Senato, Savona spiegò che era esagerato accusarlo di preparare l’uscita dell’Italia dall’euro. Ma che sì: stava pensando a un piano B per l’eventualità che un “cigno nero”, anche al di là della nostra volontà, ci costringesse a uscire dall’euro o addirittura lo distruggesse. Ecco, il “cigno nero” è arrivato. Savona può apparire a qualcuno un profeta preveggente e ad altri un uccello del malaugurio. Ma certo la prospettiva di un’uscita dall’euro è diventata attuale. Anzi, è diventata il convitato di pietra nei dibattiti sul nostro futuro. Insieme al possibile freno alla globalizzazione, anch’esso favorito dalla pandemia.

Il “cigno nero” non è solo. Lo affiancano leader imprevedibili e potenzialmente pericolosi. Imprevedibili perché altrettanto estranei alla logica corrente (e addirittura impermeabili alla realtà dei fatti). Pericolosi perché da sempre perseguono con i loro nazionalismi gli stessi risultati che oggi potrebbero essere prodotti dalla pandemia: il rinserrarsi delle frontiere e conseguentemente non solo la disgregazione dell’euro, ma anche l’arretramento mondiale del libero scambio e della cooperazione internazionale.
Il primo è “the Donald”. Colpisce il suo disprezzo per la verità e persino per l’intelligenza degli elettori. Trump si è proclamato “presidente di guerra”. Ma nel contempo ha accusato la Cina di essere colpevole del disastro americano: per aver nascosto il pericolo e provocato così un ritardo catastrofico nella campagna di prevenzione. C’è da strabiliare. È vero infatti che il sistema autoritario cinese (opaco in quanto tale) ha la responsabilità di aver coperto troppo a lungo l’epidemia. Ma Pechino ha lanciato l’allarme il 31 dicembre; ha fornito all’Organizzazione Mondiale della Sanità il genoma del virus il 9 gennaio e l’OMS ha dichiarato l’emergenza globale il 31 gennaio. Il ritardo catastrofico degli Stati Uniti è colpa proprio di Trump stesso. Non il 31 gennaio infatti, ma oltre un mese dopo, ha ancora avuto la sprovvedutezza (o il cinismo) di teorizzare il non far nulla, negando il pericolo e accusando gli avversari di terrorismo psicologico. Esagero? Leggiamo la ricostruzione dell’Economist (famoso per la sua equilibrata pacatezza di stile “british”). “Trump ha minimizzato la minaccia. Il 9 marzo ha accusato le fake news dei media e i democratici di aver cospirato ‘per infiammare il tema del coronavirus’ e ha sostenuto che una comune influenza è più pericolosa”.

Non stupisce che il più grande amico di Trump sia il presidente brasiliano Bolsonaro, altrettanto spregiudicato. Il quale con tatto impareggiabile ha appena dichiarato che la mortalità in Italia è normale perché “siamo un Paese di vecchietti”. I due sono accomunati dal loro linguaggio “diretto” e infatti entrambi hanno come si sa la sconfinata ammirazione di Salvini.
Ed eccoci agli italiani, certo meno famosi e nocivi di Trump. I nostri politici sovranisti e i quotidiani che li sostengono (da Libero a La Verità) accusano tutti i giorni l’Europa: colpevole di non aiutare l’economia italiana, di non dimostrare unità politica e solidarietà nella sciagura. Anche qui, come per Trump, c’è da strabiliare. Sono infatti proprio loro quelli che, in quanto “sovranisti”, si sono sempre opposti all’Europa politica e hanno sempre impedito la cessione di sovranità nazionale necessaria a farla nascere. Sono i loro amici, esibiti con abbracci e baci nei comizi congiunti, quelli che trattengono i leader europei dall’aiutare con più decisione l’Italia. Perché Macron ha paura della Le Pen. La Merkel di Alternative fur Deutschland (oltre che della corrente più nazionalista del suo stesso partito). E entrambi sono frenati dal gruppo di Visegrad. Non esistono infatti soltanto i vessilliferi del “prima gli italiani”. C’è ovviamente anche chi grida “prima i francesi” e “prima i tedeschi”. Esattamente la concorrenza elettorale degli amici più cari a Salvini e alla Meloni, esattamente gli opposti nazionalismi impediscono ai Paesi europei più solidi di fare ciò che proprio Salvini e la Meloni chiedono a gran voce.

Qui si torna al tema di fondo: l’uscita dell’Italia dall’euro. Per il momento siamo salvi, dopo che lo spread con il Bund tedesco era arrivato addirittura a quota 330 e ci aveva avvicinato il collasso. Ma il rischio resta e si deve dire la verità su ciò che accade nell’area euro. La presidente della Banca Europea Lagarde non è Draghi: non ha né la sua autorità, né le sue ferme convinzioni e segue perciò le correnti di volta in volta prevalenti. Che sono tre. Ci sono i nostri alleati: da Macron allo spagnolo Sanchez. Sono quelli da sempre insultati dai nostri sovranisti. Insieme al commissario per l’economia Gentiloni (e forse alla stessa presidente della Commissione von der Leyen), premono per una solidarietà europea totale. Per fronteggiare la crisi, si emettano “corona bond” garantiti da tutti: quanto e dove necessario (così come negli ultimi due conflitti mondiali il Tesoro dei Paesi belligeranti emetteva i “buoni di guerra”). Il nuovo debito di ciascuno (anche di quelli già pesantemente indebitati come gli italiani) diventi debito dell’intera comunità. All’estremo opposto, ci sono i rassegnati al “cigno nero”, che non si espongono ancora apertamente, ma pesano in modo decisivo innanzitutto alla Bundesbank, a Vienna e a Amsterdam. Il debito dell’Italia-pensano-era già da tempo troppo pesante e in continuo aumento. Adesso, la catastrofe sanitaria da virus lo rende insostenibile. L’Italia esca dunque dall’euro prima di portare a fondo tutti. C’è infine la terza corrente: gli incerti come la Merkel. Potrebbero far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Oppure accettare il salvataggio dell’Italia, ma alla condizione di “commissariarla”, costringendola a scelte “lacrime e sangue”. Bisogna contrastare con ogni mezzo questa prospettiva, naturalmente, ma ricordando i nostri punti di debolezza, che riguardano sia le persone che i fatti. Invochiamo un nuovo piano Marshall. Ma gli americani che lo lanciarono nel 1947 erano forti e vincenti, mentre i leader europei ai quali oggi lo chiediamo sono piegati come noi dal virus. I leader italiani beneficiari del piano erano allora credibili. Conte impara rapidamente, ma non è De Gasperi e guidava sino all’anno scorso un governo i cui ministri svillaneggiavano quotidianamente i leader europei che adesso preghiamo di attivare il piano Marshall. Peggio. Gli svillaneggiatori sono secondo i sondaggi i prossimi governanti dell’Italia. Quanto ai fatti, chiediamo alla Bundesbank di caricarsi i debiti di un Paese che li ha aumentati regalando soldi ai nullafacenti con il reddito di cittadinanza e mandando a riposo anticipatamente i lavoratori con “quota 100”. Si tratta di un problema (anche morale) che riguarda innanzitutto i contribuenti italiani (presto destinati a sacrifici terribili) e che non riguarda per intero il passato. Certo ormai “quota 100” è cosa fatta. Possiamo maledire la legge che ha mandato anticipatamente in pensione medici e infermieri esperti, ma non rimediare. Il reddito di cittadinanza invece è una ferita aperta, che sottrae ancora quotidianamente risorse vitali alla sanità e al salvataggio delle piccole imprese. Non solo. Qualcuno ricorda i 2980 navigator? Non “navigano” più, naturalmente. Ma mentre oziano forzatamente a casa, continuiamo a pagarli con i soldi che potremmo usare per dare riconoscimenti dignitosi (anziché mance) al personale ospedaliero in lotta.

In Europa si confrontano due schieramenti: quello della “apertura” e quello della “chiusura” all’interno dei confini nazionali. Ma lo stesso avviene a livello planetario. Ho scritto un libro sul segretario delle Nazioni Unite dal titolo “Guterres:l’anti Trump”. E in effetti la contrapposizione tra i due non potrebbe essere più evidente (quasi simbolica) proprio in questi giorni. “The Donald” continua ad attaccare la Cina; non rinuncia alle guerre commerciali; persino di fronte all’emergenza mondiale, cerca di assicurarsi che un eventuale vaccino anti coronavirus sia prodotto in esclusiva per gli Stati Uniti. Guterres al contrario ha fatto un solenne appello alla solidarietà internazionale e al libero commercio. Nello scontro tra globalizzazione e isolazionismo, i “trumpini” italiani stanno naturalmente dalla parte della “chiusura” ma, come spesso avviene per i piccoli, in modo caricaturale. Fanno appelli all’autarchia (avete visto la Meloni celebrare il 17 marzo l’unità nazionale con l’appello a “consumare italiano” davanti a un banchetto di prodotti nostrani?). Coltivano nel loro immaginario un salto nello spazio (oltre Oceano, verso Trump) e un salto nel tempo (verso Mussolini). Gli economisti non hanno spiegato loro che forse nessun Paese al mondo vive come il nostro grazie all’export e pertanto all’apertura delle frontiere. Non capiscono che gli Stati Uniti non sono l’Italia, ma un immenso Paese dove c’è tutto. E che, nel ventennio fascista dell’autarchia, il mondo era un altro. Eppure, basterebbe che si guardassero intorno. Da dove vengono i turisti che riempiono i nostri alberghi e ristoranti? Da dove viene il gas con il quale si scaldano e la benzina per la loro auto di servizio? Dove è costruito il cellulare con il quale telefonano? Dove il televisore? Dove l’aereo che li trasporta? Dove lo schermo del loro computer e il motore di ricerca per Internet? Da dove vengono se non dai fondi esteri di investimento le montagne di denaro necessarie tutti i mesi per acquistare i titoli pubblici senza i quali lo Stato non pagherebbe neppure le pensioni? I nostri cibi di qualità, la nostra moda, la nostra meccanica di precisione viaggiano nel mondo sulle ali della globalizzazione per pagare tutto ciò. E Il mercato interno italiano mai li potrebbe assorbire.

Gli appelli autarchici dei “trumpini” fortunatamente contano poco. Ma se il “cigno nero” portasse davvero con sé la chiusura, la sconfitta della globalizzazione e la spinta all’autarchia, l’Italia passerebbe dalla tragedia umanitaria alla tragedia economica più di chiunque altro. Più di chiunque altro ma insieme a tutti, perché nessuno si salverebbe. Rimpiangeremmo i decenni passati come la nostra belle epoque. E infatti ci dovremmo porre sin d’ora una semplice domanda. Cosa ha distrutto agli inizi del Novecento la belle epoque, ovvero il frutto della prima grande globalizzazione? Quello che è di moda chiamare sovranismo, ovvero il vecchio nazionalismo. Che oggi non ci prepara il rischio di una guerra, ma certamente quello di tempi bui.

 

Ugo Intini

(Il Dubbio)

 

Leggi la prima pagina

Leggi la pagina interna

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply