giovedì, 19 Settembre, 2019

Il congresso socialista di ottobre e le parole profetiche di Turati 

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DALLA GRANDE GUERRA ALLA GUERRA CIVILE Parte 6

Le elezioni del novembre del 1919 furono precedute da varie occupazioni di terre e dal Congresso del Partito Socialista a Bologna nell’ottobre di quello stesso anno.

Parallelamente ai moti per il caro vita, le invasioni delle terre ebbero una tipologia piuttosto simile nelle varie località in cui si verificarono, però mancò sempre un centro di coordinamento che potesse guidarle o svilupparle ulteriormente. Nessuna associazione tra quelle di allora: Federterra, associazioni combattentistiche, o persino cattoliche, fu in grado di assumerne la guida su tutto il territorio italiano, le organizzazioni rosse d’altra parte, mancarono del tutto nel ruolo di coordinamento ed il Partito Socialista restò sostanzialmente estraneo all’invasione delle terre, in una sorta di stallo tra l’attesa della rivoluzione e quella del Congresso nazionale.

Esso si svolse durante la prima settimana di ottobre a Bologna. E vide l’affermazione del massimalista Serrati, deciso assertore delle tesi rivoluzionarie, però “a parole”. Il programma serratiano, infatti, da una parte propugnava lo scontro di classe “per l’abbattimento della borghesia e l’organizzazione del proletariato come classe dominante”, dall’altra nulla faceva né ipotizzava i merito ai mezzi da conseguire per coordinare e portare a termine manu militari, tale lotta intransigente.

Serrati era il personaggio più accreditato dalla III Internazionale a guida sovietica, in Italia. Lenin gli mandò una lettera di ringraziamento per l’appoggio nella guerra condotta dall’Armata Rossa contro quella Bianca e di congratulazioni per l’affermazione del movimento rivoluzionario a Bologna; interessante è notare che lo stesso Lenin lo invitava alla prudenza per ciò che riguardava le prospettive insurrezionali. Lenin per altro, invece, guardava con molto interesse anche a D’Annunzio le cui navi a Fiume non di rado intercettavano i convogli di rifornimenti navali mandati dall’Italia ai controrivoluzionari russi e la Reggenza del Carnaro fu il primo Stato a riconoscere ufficialmente l’Unione Sovietica. Serrati ignorò sempre gli appelli di D’Annunzio per unirsi ai suoi legionari ed estendere la rivoluzione al resto d’Italia, D’Annunzio a Fiume aveva le armi. Serrati avrebbe potuto avere gli uomini, ma la saldatura non avvenne mai, in particolare quando, durante l’occupazione delle fabbriche, avrebbe potuto trionfare.

La componente bordighiana in quel congresso puntava alla creazione di una solida direzione politica sul modello bolscevico ed era nettamente avversa ad un processo rivoluzionario che fosse demandato a consigli operai o di fabbrica, così come lo era verso ogni eventuale prospettiva elettoralistica, puntando all’astensionismo, ciò però isolò Bordiga ed i suoi rispetto alla corrente massimalista dominante.

Sul versante opposto, Turati e la componente riformista apparivano alquanto isolati e minoritari, con alcune varianti: quella di Treves che si chiuse in una sorta di massimalismo personale piuttosto penoso, quella di Matteotti che spingeva verso la valorizzazione delle iniziative in particolare contadine dal basso, quella di Graziadei che si spinse sempre di più verso posizioni massimaliste. A presidiare l’area riformista restò praticamente solo Turati e la sua compagna, fermissimo nel denunciare la deriva massimalista con parole di fuoco, definendola come “l’eversione confessata, completa e profonda…di tutto ciò che costituì sino a ieri il patrimonio dottrinale e tattico del socialismo italiano, insomma il tentativo di soppressione del partito o, a scelta, l’abbandono e la fuoriuscita dei novatori dal partito stesso, per la costruzione di un partito diverso ed opposto”. Il padre del socialismo italiano aveva già intuito ciò che in embrione, allora, avrebbe determinato poi la rovinosa scissione di Livorno.

Turati in quella circostanza fu infatti un vero e proprio “profeta nel deserto” perché lucidamente intuì con estrema precisione quali prospettive si aprissero con tale sciagurata stagione massimalista “a chiacchiere”. Mali antichi, mali perduranti purtroppo nella sinistra italiana.

Vale davvero la pena di riascoltare con molta precisione le sue parole che purtroppo furono destinate allora a restare relegate in un ruolo minoritario ed inascoltato, meditiamole dunque meglio noi.

“Parlare di violenza continuamente per rinviarla sempre all’indomani […] è la cosa più assurda di questo mondo. Ciò non serve che ad armare, a suscitare, a giustificare anzi la violenza avversaria, mille volte più forte della nostra […] Questo è un inganno mostruoso, una farsa, che per altro può tralignare in tragedia, preparando i tribunali di guerra, la reazione più feroce, la rovina del movimento per mezzo secolo, non solo sotto la compressione militare, ma sotto l’ostilità di tutte quelle classi medie, quelle piccole classi, quei ceti intellettuali, quegli uomini liberi che si avvicinavano a noi, che vedevano nella nostra ascensione la loro propria ascensione, la liberazione del mondo, e che noi – colla minaccia della dittatura e del sangue – gettiamo dalla parte opposta, regaliamo ai nostri avversari, privandoci di un presidio inestimabile di consensi, di cooperazioni, di forze morali che, in dati momenti, sarebbero decisive a nostro favore! Ma noi facciamo di peggio: noi allontaniamo dalla rivoluzione le stesse classi proletarie. Perché è chiaro che mantenendole nella aspettazione messianica del miracolo violento, nel quale non credete e per quale non lavorate se non a chiacchiere, voi le svogliate dal lavoro assiduo e penoso di conquista graduale, che è la sola rivoluzione possibile e fruttuosa…

…Sul terreno pratico, quarant’anni o poco meno di propaganda e di milizia mi autorizzano ad esprimervi sommariamente un’altra convinzione. Potrei chiamarla (se la parola non fosse un po’ ridicola) una profezia, facile profezia e per me di assoluta certezza. Vi esorto a prenderne nota. Fra qualche anno – io non sarò forse più a questo mondo – voi constaterete se la profezia si sia avverata. Se avrò fallito, sarete voi i trionfatori.

Questo culto della violenza, violenza esterna od interna, violenza fisica o violenza morale – perché vi è una violenza morale, che pretende sforzare le mentalità, far camminare il mondo sulla testa (…), e che è ugualmente antipedagogica e contraria allo scopo – non è nuovo (…), nella storia del socialismo italiano, come di altri Paesi. E il comunismo critico di Marx e di Engels ne fu appunto la più gagliarda negazione.

Ma, per fermarci all’arretrata Italia, che, come stadio di evoluzione economica, sta, a un dipresso, di mezzo fra la Russia e la Germania, la storia dei nostri Congressi, che riassume in qualche modo le fasi del Partito, (…) quella storia dimostra a chiare note come cotesta lotta fra il culto della violenza che pretende di imporsi col miracolo ed il vero socialismo che lo combatte, è stata sempre, nelle più diverse forme, a seconda dei momenti e delle circostanze, il dramma intimo e costante del partito socialista.

Ma il socialismo, in definitiva, fu sempre il trionfatore contro tutte le sue deviazioni e caricature. (…) nella storia del nostro partito l’anarchismo fu rintuzzato, il labriolismo finì al potere, il ferrismo, anticipazione, come ho detto, del graziadeismo [nuova ilarità], fece le capriole che sapete, l’integralismo stesso sparì e rimase il nucleo vitale: il marcio riformismo, secondo alcuni, il socialismo, secondo noi, il solo vero, immortale, invincibile socialismo, che tesse la sua tela ogni giorno, che non fa sperare miracoli, che crea coscienze, sindacati, cooperative, conquista leggi sociali utili al proletariato, sviluppa la cultura popolare (senza la quale saremo sempre a questi ferri e la demagogia sarà sempre in auge), si impossessa dei Comuni, del Parlamento, e che, esso solo, lentamente, ma sicuramente, crea con la maturità della classe, la maturità degli animi e delle cose, prepara lo Stato di domani e gli uomini capaci di manovrarne il timone. (…)

La guerra doveva rincrudire il fenomeno. La lotta sarà più dura, più tenace e più lunga, ma la vittoria è sicura anche questa volta. (…)

Fra qualche anno il mito russo, che avete il torto di confondere con la rivoluzione russa, alla quale io applaudo con tutto il cuore (Voce – Viva la Russia!) …. il mito russo sarà evaporato ed il bolscevismo attuale o sarà caduto o si sarà trasformato. Sotto le lezioni dell’esperienza (…) le vostre affermazioni d’oggi saranno da voi stessi abbandonate, i Consigli degli operai e dei contadini ( e perché no dei soldati?) avranno ceduto il passo a quel grande Parlamento proletario, nel quale si riassumono tutte le forze politiche ed economiche del proletariato italiano, al quale si alleerà il proletariato di tutto il mondo.

Voi arriverete così al potere per gradi… Avrete allora inteso appieno il fenomeno russo, che è uno dei più grandi fatti della storia, ma di cui voi farneticate la riproduzione meccanica e mimetistica, che è storicamente e psicologicamente impossibile, e, se possibile fosse, ci ricondurrebbe al Medio evo.

Avrete capito allora, intelligenti come siete [ilarità], che la forza del bolscevismo russo è nel peculiare nazionalismo che vi sta sotto, nazionalismo che del resto avrà una grande influenza nella storia del mondo, come opposizione ai congiurati imperialismi dell’Intesa e dell’America, ma che è pur sempre una forma di imperialismo.

Questo bolscevismo, oggi – messo al muro di trasformarsi o perire – si aggrappa a noi furiosamente, a costo di dividerci, di annullarci, di sbriciolarci; s’ingegna di creare una nuova Internazionale pur che sia, fuori dell’Internazionale e contro una parte di essa, per salvarsi o per prolungare almeno la propria travagliata esistenza; ed è naturale, e non comprendo come Serrati se ne meravigli e se ne sdegni, che essa domandi a noi, per necessità della propria vita, anzi della vita del proprio governo, a noi che ci siamo fatti così supini, e che preferiamo esserne strumenti anziché critici, per quanto fraterni, ciò che non oserà mai domandare né al socialismo francese né a quello di alcun altro paese civile. Ma noi non possiamo seguirlo ciecamente, perché diventeremmo per l’appunto lo strumento di un imperialismo eminentemente orientale, in opposizione al ricostituirsi della Internazionale più civile e più evoluta, l’Internazionale di tutti i popoli, l’Internazionale definitiva.

Tutte queste cose voi capirete fra breve e allora il programma, che state (…) faticosamente elaborando e che tuttavia ci vorreste imporre, vi si modificherà fra le mani e non sarà più che il vecchio programma.

Il nucleo solido, che rimane di tutte queste cose caduche, è l’azione: l’azione, la quale non è l’illusione, il precipizio, il miracolo, la rivoluzione in un dato giorno, ma è l’abilitazione progressiva, libera, per conquiste successive, obbiettive e subiettive, della maturità proletaria alla gestione sociale. Sindacati, Cooperative, poteri comunali, azione parlamentare, cultura ecc., ecc., tutto ciò è il socialismo che diviene.

E, o compagni, non diviene per altre vie. Ancora una volta vi ripeto: ogni scorcione allunga il cammino; la via lunga è anche la più breve… perché è la sola. E l’azione è la grande educatrice e pacificatrice. Essa porta all’unità di fatto, la quale non si crea con le formule e neppure con gli ordini del giorno, per quanto abilmente congegnati, con sapienti dosature farmaceutiche di fraterno opportunismo. Azione prima e dopo la rivoluzione – perché dentro la rivoluzione – perché rivoluzione essa stessa. Azione pacificatrice, unificatrice. (…)

Ond’è, che quand’anche voi avrete impiantato il partito comunista e organizzati i Soviet in Italia, se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocata e se vorrete fare qualche cosa che sia veramente rivoluzionario, qualcosa che rimanga come elemento di società nuova, voi sarete forzati, a vostro dispetto – ma lo farete con convinzione, perché siete onesti – a ripercorrere completamente la nostra via, la via dei social-traditori di una volta; e dovrete farlo perché è la via del socialismo, che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimane dopo queste nostre diatribe. E dovendo fare questa azione graduale, perché tutto il resto è clamore, è sangue, orrore, reazione, delusione; dovendo percorrere questa strada, voi dovrete fino da oggi fare opera di ricostruzione sociale.

Io sono qui alla sbarra, dovrei avere le guardie rosse accanto… [Si ride], perché, in un discorso pronunziato il 26 giugno alla Camera: Rifare l’Italia!, cercai di sbozzare il programma di ricostruzione sociale del nostro paese. Ebbene, leggetelo quel discorso, che probabilmente non avete letto, ma avete fatto male [Ilarità]. Quando lo avrete letto, vedrete che questo capo di imputazione, questo corpo di reato, sarà fra breve il vostro, il comune programma. [Approvazioni].

Voi temete oggi di ricostruire per la borghesia, preferite di lasciar crollare la casa comune, e fate vostro il “tanto peggio, tanto meglio!” degli anarchici, senza pensare che il “tanto peggio” non dà incremento che alla guardia regia ed al fascismo. [Applausi].

Voi non intendete ancora che questa ricostruzione, fatta dal proletariato con criteri proletari, per se stesso e per tutti, sarà il miglior passo, il miglior slancio, il più saldo fondamento per la rivoluzione completa di un giorno. Ed allora, in quella noi trionferemo insieme.

Io forse non vedrò quel giorno: troppa gente nuova è venuta che renderà aspra la via, ma non importa.

Maggioranza o minoranza non contano. Fortuna di Congressi, fortuna di uomini, tutto ciò è ridicolo di fronte alle necessità della storia.

Ciò che conta è la forza operante, quella forza per la quale io vissi e nella cui fede onestamente morrò uguale sempre a me stesso.

Io combatterei per essa. Io combatterei per il suo trionfo: e se trionferà anche con voi, è perché questa forza operante non è altro che il socialismo.

Evviva il Socialismo!»

Turati aveva già dipinto il quadro non solo del passato ma anche del destino futuro autolesionista del socialismo italiano di quel periodo storico. Forse anche del nostro, in cui alcuni gruppi socialisti si ostinano a perseguire strategie massimaliste fini a se stesse se non addirittura autoreferenziali, con l’unica differenza che allora, quando la profezia non si era ancora avverata, tali posizioni riuscirono elettoralmente vincenti, adesso che la storia ha dato la sua dura lezione, esse restano inevitabilmente perdenti.

Egli uscì sconfitto da quel congresso ma moralmente vincitore e diremmo oggi, anche con una certa cognizione di causa, persino storicamente trionfatore. Il suo gruppo dovette associarsi alla adesione del PSI alla III internazionale, che poi portò alla adozione del simbolo con la falce e il martello, per una mera questione tattica, per impedire un allontanamento della sua componente dal partito da parte del gruppo di Serrati dominante. Il partito vedeva crescere le adesioni ed i consensi ma si presentava sostanzialmente come una federazione di circoli sparsi, con pretese rivoluzionarie che non avevano né capo né coda, e soprattutto mancando del tutto di una Direzione rivoluzionaria unitaria tale da coordinare le iniziative di mobilitazione e di lotta su scala nazionale.

Le elezioni ci furono il mese successivo, nel novembre del 1919.

© 6 continua.

Carlo Felici

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