sabato, 4 Aprile, 2020

Nencini: Craxi ebbe
il coraggio dell’eresia

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Craxi_Bettino_microfoni 960x350Riccardo Nencini aveva solo 16 anni quando Craxi, nel luglio del 1976, divenne segretario nazionale del Psi dopo la sconfitta demartiniana alle elezioni del mese prima. Aveva solo 34 anni quando Craxi scelse l’espatrio a seguito dell’indagine del pool ‘Mani pulite’. Dunque parliamo con lui come si parla di vicende seguite in parte indirettamente e in parte invece vissute in prima persona.

Cominciamo dall’inizio, e cioè dalla prima fase della leadership di Craxi sul Psi. Dalla fase che va dal 1976 al 1983. La fase dell’attacco, della ripresa dell’iniziativa autonoma socialista, degli anni più creativi che ci fornirono i congressi di Torino, di Palermo, la conferenza di Rimini, gli affondi su Proudhon e sulla grande riforma. Tu come li hai vissuti, Riccardo?

Mi sono iscritto al Psi nel 1978 anche a seguito della posizione che Craxi aveva tenuto sul caso Moro. Ne parlavo al Liceo Classico e mi consideravano uno che cantava fuori dal coro. D’altronde non avevo una famiglia politicamente omogenea. Mia madre era comunista, mia nonna era invece socialista turatiana, come mio padre che lo era più superficialmente. Ero stato impressionato anche dal saggio su Proudhon, che contestava il marxismo-leninismo. Lo sentivo come uno strappo interessante, innovativo, necessario per una sinistra troppo comunista, dunque conservatrice.

Questo per un giovane toscano, come d’altronde per un giovane emiliano, era particolarmente complicato. Eravamo mosche bianche in una giovane generazione allora infatuata dai miti rivoluzionari e in parte anche da assurde deduzioni che portavano alla lotta violenta. Andare poi contro il Pci in quel momento era come combattere un mostro sacro. A Reggio Emilia come a Firenze.

Pensa che nel mio paese, Barberino del Mugello, il Pci aveva circa il 70 per cento e il il Psi il 9. Il conflitto era pura temerarietà, ma il Psi di Craxi aveva il coraggio dell’eresia, quello di contestare l’egemonia del Pci nella sinistra italiana. Si trattava di un’intenzione di certo ardita. Devo dire che nello stesso paese, nel 1990, noi arrivammo al 20 per cento e il Pci sotto il 50. A volte il coraggio, anzi la follia, premia.

Tuttavia oggi la nostra storia, che è storia anche della nostra generazione di socialisti, viene quasi negata. Si parte da Gramsci, che ha fondato l’Unità, ma anche il Pcdi, si arriva a Togliatti, collaboratore di Stalin, poi a Berlinguer, che pare aver inventato il Pd.

La storia alla fine verrà rimessa a posto. Oggi è ancora raccontata dai vincitori, anche se rispetto a vent’anni fa i giudizi sono cambiati. Si stanno riconsiderando perfino le crociate.

Speriamo di non dovere aspettare mille anni.

No di certo. Penso che quasi tutte le nostre intuizioni siano oggi recuperate. La ‘Grande Riforma’ delle Istituzioni che Craxi lanciò nel 1979, allora accusata di essere proposta sovrastrutturale, oggi è diventato il leitmotiv di tutti. E la Rimini dei ‘meriti’ e dei ‘bisogni’, con le sue intuizioni anche sul patto sociale e sul made in Italy, è diventato programma di molti. Sai cosa Craxi sapeva essere e oggi nessuno lo è? Autonomo dal potere economico e finanziario. Voleva portare al centro di tutto, e sopra tutto, la politica.

Dal 1983 si può parlare di una seconda fase, quella della presidenza del Consiglio. Craxi arriva a guidare il governo, con Pertini presidente della Repubblica. E guida l’Italia fino al 1987, quasi alla vigilia delle elezioni che sanciscono il più grande successo del Psi, dopo quello del 1946. I socialisti arrivano al 14.3%.

I successi del governo Craxi vengono ancora ricordati. La politica estera, con la posizione assunta nei confronti degli americani: un’alleanza, mai una subalternità. Disse no ai bombardamenti su Tripoli e Bengasi, negando le basi agli americani. Aveva accettato l’installazione dei missili Cruise a Comiso d’accordo con l’Spd tedesca. Ma a Sigonella fece capire agli Usa che in Italia comandavano gli italiani. Poi la grande battaglia sulla scala mobile, con un referendum che proponeva qualche punto in meno e dunque meno soldi in tasca in cambio di una promessa di minor inflazione, dunque di un recupero del potere d’acquisto. Gli italiani gli diedero fiducia e l’inflazione, che era a due cifre, passò al 4%.

Poi l’ultima fase, quella che inizia col ritorno di Craxi al partito e finisce con Tangentopoli. Quella meno felice, meno creativa, quella in cui il Psi, che era stato il partito delle riforme e della novità, apparve come partito della conservazione, a fronte di un mondo che proprio in quegli anni cambiò radicalmente.

Certo. L’errore politico, hai ragione, fu quello. Cadde il comunismo e con esso il muro di Berlino, finiva il Pci che diventava prima la “cosa”, poi il Pds, chiedendo l’adesione all’Internazionale socialista. Craxi diede l’impressione di stare in difesa, forse solo preoccupato di tornare alla presidenza del Consiglio dopo il quinquennio democristiano. Magari per pilotare l’ingresso del Pds al governo.

Esattamente. Me lo disse. Mi disse proprio che pensava ad un processo di avvicinamento degli ex comunisti al governo, simile a quello che aveva assunto il Psi. Ma con la fine del Pci non c’era più la conventio ad excludendum. Il Pds non aveva bisogno di lasciapassare.

Crollò l’intero sistema politico italiano per errori di valutazione, e poi a causa dell’iniziativa giudiziaria. Mi ricordo che nel 1992 – prima che si entrasse nella bufera di Tangentpoli – Craxi mi chiamò assieme a Caldoro e a Garesio, e ci disse che il partito era morto e che bisognava pensare a un nuovo Midas. Era cosciente della natura di un partito non più motivato alla politica.

Tangentopoli fece il resto con un’indagine di stampo politico che aveva obiettivi politici con lo scopo di colpire alcuni e non altri. Questo però non assolve il Psi.

Non lo assolve perché non si è mai visto un partito che sparisce in sei mesi. Dalle elezioni del 1992, quando ottenemmo il 13,7 per cento, all’autunno di quell’anno quando alle amministrative parziali eravamo ridotti a una percentuale stile Pri. Poi c’è stato il fuggi-fuggi. Ognuno ha pensato a sé e questo ci ha costretto a ripartire con enorme fatica.

Pare a volte che siamo noi stessi a continuare a porci dei veti. Ferrara, che è stato un dirigente del Psi, sostiene che Amato difficilmente farà il presidente della Repubblica perché ha un handicap, cioè è stato un dirigente socialista. Stefania dichiara che Amato non può farlo perché è stato il vice di suo padre e fino a che non sarà rivalutato Bettino nemmeno Amato potrà assumere quel ruolo …

A Ferrara vorrei rispondere che la sua valutazione non è solo ingenerosa, ma anche banale e da lui non me l’aspettavo. A Stefania rispondo con le parole di Nenni: non si fa politica col rancore.

Mauro Del Bue

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