martedì, 2 Giugno, 2020

Il coronavirus nella società della disinformazione. Intervista a Mario Caligiuri

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Mario Caligiuri, professore ordinario di pedagogia della comunicazione all’Università della Calabria, direttore del master universitario in “Intelligence”, è uno dei più competenti studiosi di comunicazione pubblica e istituzionale in Italia, autore di svariati studi che analizzano il tema anche in relazione alle trasformazioni della società contemporanea. Abbiamo voluto intervistarlo per capire come si sta svolgendo, l’emergenza Covid-19, nel contesto di quella che ha definito, in un recente volume, la “società della disinformazione”.

Professore, l’emergenza Coronavirus sta dimostrando l’importanza di due fattori determinanti per le società e la politica moderna: l’informazione e la comunicazione. Partendo dalla prima, ritiene che in questa fase sia stata veicolata un’informazione corretta e utile ai cittadini? Può motivare la sua convinzione?

Solo quando un fenomeno diventa un’ovvietà, o un pericolo grave, la classe politica comincia a pensarci. Nelle democrazie questa circostanza di gestione del potere è più accentuata. Sebbene c’è chi, come Jan Rosling, l’avesse prevista come rischio capitale per l’umanità, e anche la CIA nel 2005, la pandemia non era all’ordine del giorno delle agende politiche degli Stati mondiali. Un’ipotesi remota. Eppure il virus ebola era stata una chiara avvisaglia ma, riguardando l’Africa, a nessuno è importato più di tanto. Anche Bill Gates nel 2015 era stato esplicito: spendiamo somme enormi per il nucleare e non ci attrezziamo per fronteggiare le epidemie globali che possono inginocchiare l’umanità. Nessuno era preparato, quindi neanche l’Italia. Il sistema mediatico ha dimostrato ancora una volta la sua vera natura: non comprendere, investigare, informare i cittadini, ma amplificatore del potere per orientare verso comportamenti commerciali ed elettorali, rendendo credibile un sistema che in prevalenza pensa alla sua sopravvivenza.

Veniamo alla comunicazione, secondo fattore determinante. Come ha trovato la comunicazione istituzionale del presidente del consiglio Conte nella gestione di questa emergenza?

Confusa e contraddittoria, purtroppo. A fine gennaio una deliberazione del Consiglio dei Ministri, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, dichiarava sei mesi di emergenza a causa del coronavirus. I primi provvedimenti restrittivi si sono visti poi a marzo inoltrato. Perdendo tempo prezioso. Certo non è una situazione facile per nessuno, ma lo è ancora di più per chi confonde la comunicazione istituzionale con il grande fratello o le elezioni dell’Emilia Romagna.


La comunicazione istituzionale e lo stile dei diversi politici, a suo avviso, ha aumentato o ridotto le distanze tra i diversi livelli dello stato? Governo e regioni hanno dato l’immagine di compattezza o di lontananza? È cosa buona o negativa?

Neanche in drammatiche circostanze del genere si è rinunciato alle polemiche da cortile, confermando l’inadeguatezza strutturale e dell’attuale selezione del ceto politico. Proprio quando le circostanze avrebbero richiesto governanti nazionali e regionali di elevato livello, siamo impattati in un contesto in gran parte opposto. Non è un problema di schieramenti ma di sistema. Una cosa è certa: affidare la sanità, soprattutto in alcune aree del Paese, alle Regioni non è una scelta felice. Occorre riconsiderare molte cose nell’equilibrio tra i poteri dello Stato. Questa probabilmente è la prima.

Lei ha parlato in un suo recente libro di “società della disinformazione”. Le pare che, di fronte a questa crisi, ci sia un allentamento del rischio di una circolazione di disinformazione che si è vista su molti altri temi oggetto di attenzione, ad esempio, dei populismi?

Secondo me, l’emergenza educativa e democratica di questi tempo è rappresentata dall’ansia di informazione. Anzi, si è materializzata una vera e propria società della disinformazione, che si manifesta in un modo molto preciso: eccesso di informazioni da un lato e basso livello di istruzione sostanziale dall’altro, creando un corto circuito cognitivo nelle persone che non riescono quindi a orientarsi nella realtà. Che senso ha bombardare i cittadini di informazioni sul coronavirus se questi non hanno la capacità di comprenderle? I populismi, in questo contesto, confermano quanto già disse Aristotele nel IV secolo avanti Cristo: ogni sistema politico è destinato a degenerare, e la democrazia degenera in demagogia, che è quello che oggi chiamiamo populismo. Nulla di nuovo sotto il sole: è la dimostrazione evidente della crisi della democrazia.

I social come veicolo di notizie, vere o false, possono essere controllati o gestiti con una migliore attenzione?

Il solo modello che possa funzionare è quello cinese: lo Stato controlla i contenuti dei media. Questo pone il problema fondamentale della libertà. Provocatoriamente però porrei il problema, proprio in relazione al coronavirus. Al momento il numero dei morti in Italia è superiore a quello verificatosi in Cina, dove l’epidemia sembra arrestata mentre da noi non accenna a spegnersi. Fermo restando che siano attendibili i numeri e le informazioni che provengono dall’Oriente.

Cosa pensa di un primo ministro come quello inglese che, nel 2020, parla di persone “che si devono abituare a perdere i propri cari?”. Ci può essere etica comunicativa in una simile affermazione?

Mi sembra che abbia già fatto macchina indietro. Sebbene non con questi contenuti, mi sembra che tutti i leader occidentali abbiano cambiato opinione di fronte alle evidenze.

L’Europa come entità unitaria, a suo avviso, anche a fronte dell’incapacità di formulare una comunicazione compatta, sopravvivrà o crollerà di fronte a questa crisi?

L’Unione Europea si è posta collegialmente il problema del coronavirius solo il 6 marzo. Non mi sembra necessario aggiungere altro.

 

Leonardo Raito

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