giovedì, 28 Maggio, 2020

Il Covid-19 e la democrazia: un’analisi del caso italiano

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Lo scorso weekend un 46enne di Ravenna si è gettato da un ponte morendo sul colpo: non riusciva a sopportare le restrizioni alla libertà personale imposte dai nuovi decreti contro il Covid-19.
Roberto Galli, batterista 47enne di Blera (Vt), si è impiccato lo scorso 26 marzo per la solitudine indotta dalla clausura. Una donna di 52 anni di Salerno in preda a un forte stato d’ansia causato dall’ipocondria e dalla permanenza forzata in casa si è gettata dalla finestra il 18 marzo scorso. Franco Necco, vigile urbano in pensione di Beinasco (To) il 13 marzo scorso ha sparato alla moglie, al figlio e si è infine suicidato per paura di contrarre il virus.
Questi e tanti altri fatti di sangue legati alla pandemia in corso ci spingono a misurarci con problemi nuovi di cui pochi sembrano ancora occuparsi. In un’interessante intervista a Liberopensiero.eu lo psichiatra basagliano Piero Cipriano si è interrogato sulle gravi ricadute psicologiche che la gestione di questa emergenza rischia di avere. Nel corso dell’intervista Cipriano ha spiegato che la salute mentale non è – come vorrebbe la narrazione corrente – gerarchicamente subordinata a quella del corpo, ma è legata a questa in modo inestricabile. La tutela della salute psichica ha un ruolo essenziale per impedire il diffondersi nella società di un clima schizofrenogeno e alienante, foriero di conseguenze potenzialmente distruttive. È bene precisarlo: la questione che Cipriano e altri clinici mettono in campo non riguarda l’opportunità o meno di ordinare il lockdown, ma le modalità per attuarlo nel modo meno disfunzionale possibile, riducendo al minimo il suo impatto sull’equilibrio psichico della persona. Eppure su questo versante sembra esserci un generale disinteresse; sembra anzi che una serie di condizioni concomitanti – un apparato sanzionatorio particolarmente duro, una narrativa colpevolizzante, il tono enfatico dei media – incoraggino in qualche modo questo clima. Che ripercussioni potrebbe avere tutto ciò dal punto di vista psicosociale? E che ruolo gioca in questo convulso frangente il tema della democrazia?

Le norme e la loro interpretazione

Il dibattito sul coronavirus, nelle ultime settimane, è andato articolandosi in due filoni rigidamente contrapposti: da una parte coloro che si appellano allo stato di eccezione e alla necessità, nel particolare momento, di sottoscrivere qualsiasi scelta del Governo; dall’altra coloro che invocano l’ “immunità di gregge” o negano la gravità della pandemia. Ma c’è spazio anche per una terza via: quella di accostarsi criticamente alla gestione dell’emergenza senza per questo misconoscere o minimizzare la fase tragica che stiamo vivendo. Non c’è contraddizione, infatti, tra l’imperativo di agire rapidamente per fermare il contagio e quello di preservare il confronto democratico, mettendo a frutto le potenzialità offerte dal dissenso. Un’emergenza simile – come hanno scritto felicemente Maurizio Turco ed Irene Testa – non si risolve annichilendo la democrazia ma coltivandola. È stata proprio un’insistenza eccessiva sulla ragion di stato, sull’insindacabilità del potere governativo a condurre la Cina a commettere i disastrosi errori che sappiamo nelle fasi iniziali della pandemia.

Nella stessa intervista Cipriano ricorda il caso del medico rianimatore di Napoli denunciato dai carabinieri mentre faceva jogging e da questi costretto, sulla base dell’ordinanza di Vincenzo De Luca, al regime di quarantena domiciliare. Da quando il lockdown è entrato in vigore sono numerose le denunce (divenute ora sanzioni amministrative) su cui sono state sollevate polemiche. L’ultima in ordine di tempo è quella comminata ad un cittadino di Ariccia (Rm) perché nella sua spesa c’erano solo scatolette di tonno e bottiglie di vino (per un totale di 46, 35 euro), non abbastanza, pare di capire, per giustificare un’uscita di casa. Ma ci sono anche le gravissime denunce ai senzatetto, segnalate non soltanto a Milano ma anche a Roma, Verona, Siena, Modena; c’è il caso dell’uomo di Ischia multato perché andava a comprare al giornale, quello di Salerno denunciato perché andava a trovare la madre anziana, i coniugi ottantenni della provincia di Pisa denunciati perché raccoglievano asparagi nel bosco. Particolarmente inquietante è la testimonianza di Pietro De Vivo della Wu Ming Foundation apparsa su Giap del 22 marzo scorso: De Vivo racconta che una sera, dopo aver fatto due passi “a meno di duecento metri da casa”, di ritorno del lavoro, è stato fermato e “letteralmente accerchiato” da sei militari. I militari, racconta De Vivo, lo hanno prima accusato di “illecita” passeggiata e poi, dopo che lui gli ha mostrato dallo smartphone il testo del decreto Conte hanno cominciato ad apostrofarlo con frasi tipo: «Noi vorremmo stare a casa e invece dobbiamo stare dietro ai deficienti come te che a casa non ci stanno e diffondono il contagio» oppure «Rischiamo la vita per voi stronzi». Quindi – continua la sua testimonianza – hanno chiamato due carabinieri, lo hanno fatto denunciare e gli hanno detto: «Hai visto? Se stavi zitto e chiedevi scusa andava tutto bene, hai voluto rispondere e fare storie? Così impari».

L’articolo di De Vivo è accompagnato da una nota del giurista Luca Casarotti che solleva una questione particolarmente importante per la nostra analisi: quella dell’ampia libertà concessa dai decreti anti Covid-19 all’interpretazione delle norme. “Più è ampio lo spettro dei comportamenti minacciati di sanzione – scrive giustamente Casarotti – più è ampio lo spazio d’intervento dell’apparato repressivo.” Certi comportamenti sono dunque consentiti sulla carta ma sanzionati de facto nella realtà. Si potrebbe obiettare che, di fronte alla necessità di prevenire il contagio, questo potrebbe essere il male minore. “Ma per essere coerente – scrive Casarotti – chi sostiene questa posizione deve essere anche disponibile ad affermare che quanto raccontato da Pietro non abbia niente di scandaloso. E che sopporterebbe un trattamento simile anche in prima persona, non solo quando tocca agli altri: è una prospettiva che dovrebbe atterrire.”
Episodi come questi hanno dunque un peso notevole nel determinare il clima schizofrenogeno di cui abbiamo parlato, ma il loro effetto potrebbe andare anche oltre. Quando della norma giuridica non si coglie più il senso, quando la certezza del diritto cede il posto alla discrezionalità il rapporto del cittadino con l’autorità comincia a mutare; e ciò si riverbera inevitabilmente sulla tenuta stessa della democrazia.

I runner e gli errori della politica

Viene poi da chiedersi se davvero le sanzioni a runner o ai passeggiatori solitari siano decisive nella lotta all’epidemia; o se non siano invece possibili formule intermedie che non impattino così duramente sulla salute psichica dei singoli. Sempre la Wu Ming Foundation ha recentemente pubblicato una documentata inchiesta che mette a confronto i provvedimenti emergenziali di vari Paesi europei ed extra-europei nella lotta al coronavirus. Dall’inchiesta emerge sorprendentemente che sono pochi, almeno al momento, i Paesi che dichiarano guerra a camminatori, proprietari di cani et similia. Del resto l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha raccomandato, in una comunicazione ufficiale del 22 marzo, di “continuare a prendersi cura della propria salute fisica e mentale”, e “se le regole locali o nazionali lo consentono, uscire per una camminata, una corsa o una pedalata, mantenendo la distanza di sicurezza dagli altri”.

L’impressione è che i toni paternalistici e moraleggianti – quando non apertamente autoritari – usati dal Governo e da molti amministratori locali non siano l’espressione di un malinteso senso civico ma piuttosto un abile, cinico calcolo politico. In questo senso è utile citare una preziosa analisi dello scenario italiano apparsa sulla Harvard Business Review a cura degli economisti di Harvard Gary P. Pisano, Raffaella Sadun e Michele Zanini e ripubblicata sul Foglio del 30 marzo scorso. L’articolo elenca impietosamente i disastrosi errori di strategia e di tattica che hanno accompagnato sin dalle fasi iniziali l’approccio italiano all’epidemia, soffermandosi in particolare sulla generale improvvisazione, sull’assenza di una visione a lungo raggio, sulla poca coordinazione. Gli economisti puntano il dito sulla scarsa capacità dimostrata dalle istituzioni italiane di fare tesoro dei dati epidemiologici in loro possesso, sulla mancata omologazione delle informazioni raccolte, sulla decisione – particolarmente pericolosa – di rinviare fino all’ultimo le azioni più drastiche per timore di ricadute politiche. Apprezzano invece la scelta del Veneto di estendere i tamponi ad ampie fasce della popolazione, contrariamente a quanto avvenuto in Lombardia; una battaglia portata avanti con grande lungimiranza dal virologo dell’Università di Padova Andrea Crisanti. Ma soprattutto stigmatizzano il vero, grande problema del caso italiano: la gravissima diffusione del virus nel contesto nosocomiale, che secondo loro è “la spia di un problema molto più grande, legato alle diverse strutture organizzative necessarie a fronteggiare una pandemia.”

Gli autori menzionano inoltre i conflitti di competenza tra Stato e regioni con tutte le note conseguenze che hanno prodotto. A questo proposito un importante contributo è venuto recentemente da Sabino Cassese, che in un’intervista al Messaggero ha spiegato che la legge dispone tuttora di strumenti per accentrare, in caso di epidemia, la gestione del sistema sanitario; ma che ciò non è avvenuto a causa della poca autorevolezza del governo nazionale.

Lascia dunque perplessi che in una fase caratterizzata da spaventosi problemi organizzativi, in cui tanti medici non lavorano in condizioni di sicurezza, lo screening è insufficiente, nelle case di riposo si consuma una vera e propria strage, le responsabilità della tragedia in atto vengano caricate soltanto sulle spalle dei singoli cittadini, il cui equilibrio psichico è già gravemente provato dalla reclusione forzata.
Non si deve poi dimenticare che questo tipo di restrizioni pesano particolarmente sui ceti meno abbienti. “La romanización de la cuarentena – recitava uno striscione che qualcuno ha fotografato su un balcone – es privilegio de clase”. È facile per calciatori, attori o cantanti dare della quarantena un’immagine romantica, idealizzare la clausura; ma per chi è costretto in un monolocale di 20 metri quadri l’esperienza può rivelarsi assai più dolorosa.

C’è poi da dire che la retorica dell’italiano trasgressore appare in questo caso tutt’altro che fondata.
Come si legge nei dati del Viminale, gli italiani si attengono infatti con sorprendente rigore ai severi divieti di uscire di casa, se è vero che i soggetti sanzionati (senza contare le sanzioni che verranno in un secondo momento contestate) sono soltanto il 2,38% della totalità dei controllati.
Eppure tanti rappresentanti delle istituzioni sembrano fare a gara a chi colpevolizza di più e con più sensazionalismo i comportamenti privati. La sindaca leghista di Bareggio (Mi) Linda Colombo ha lanciato questo appello ai suoi cittadini: “Se vedete qualche vicino [camminare per strada]insultatelo, tirategli un secchio d’acqua, fate qualcosa. Ma chissene frega, tanto in questo momento di follia la follia è quasi concessa”. Virginia Raggi ha addirittura predisposto un servizio online denominato Sistema Unico di Segnalazione che consente ai romani di segnalare alla polizia chi “crea assembramenti” o contravviene alle regole.
Viene il sospetto che questi tentativi di spostare la discussione esclusivamente sul piano della trasgressione ai divieti servano a ricondurre un problema terribilmente complesso ad una facile, galvanizzante narrazione, assolvendo da ogni responsabilità le sfere più alte del processo decisionale; una strategia del resto non nuova ai meccanismi del populismo.

Vite utili, vite inutili

Tutto ciò ha gravi conseguenze sul piano psicosociale: una società consumata dalla colpevolizzazione, indotta alla delazione e alla guerra tra poveri, atterrita da una lotta contro un’epidemia che sembra non avere fine potrebbe trasformarsi in un futuro non troppo lontano in un regime non democratico. Qualche segnale, a volerlo cercare, potrebbe già esserci. In primo luogo c’è quella sensazione di arbitrio di cui abbiamo cercato di dare conto: l’idea che l’osservazione consapevole di una norma debba cedere il posto all’obbedienza cieca, a un’adesione irrazionale.
Anche la libertà di critica sembra restringersi progressivamente: il dissenso diventa nell’immaginario corrente un sofisma inutile, un tradimento verso la collettività, un’ammissione di complicità con il nemico comune. A chiunque metta in campo la questione dei diritti, la risposta quasi meccanica è che la difesa della vita ha un ruolo prioritario. Lasciando per un momento da parte il tema di come e con che efficacia tale difesa sia stata compiuta, viene il sospetto che l’incontestabile necessità di difenderci dalla morte venga confusa con un più prosaico elogio del primum vivere. Il clima culturale di queste settimane tende a stabilire un’ideale contrapposizione fra un’esistenza biologica – cui si sovrappone una tal quale tendenza all’ascetismo e al senso del dovere – e un’esistenza accessoria e rinviabile a cui attiene tutto il resto: dalla salute psichica, al principio del piacere, ai legami affettivi. Il solo sfogo tollerato è quello istituzionalizzato dei canti dai balconi, magari con inno di Mameli annesso. Dietro questa Weltanschauung si intravede nitidamente il vecchio ethos del sacrificio, che cerca nel dolore e nell’autoflagellazione la via per la redenzione. Eppure non sarebbe difficile condurre la lotta alla pandemia con una prospettiva più libertaria ed umanista, difendendo la vita nella sua integrazione di razionalità ed emotività, corporeità e spiritualità. Si potrebbe chiedere alle forze dell’ordine non di denunciare i runner ma – ad esempio – di distribuire ai senzatetto mascherine e generi alimentari; escogitare modalità attraverso cui i parenti più stretti, con le opportune protezioni e quando possibile, possano salutare i loro congiunti morenti; promuovere non il linguaggio della minaccia ma quello dell’empatia e della comprensione.

Ma questa ideale dicotomia tra vita necessaria e vita accessoria rischia di spingersi molto oltre. Laddove contrapponiamo la normalità di un’esistenza biologica e socialmente utile all’anormalità del mondo libidico, infatti, a qualcuno potrebbe venire in mente di classificare le persone in base allo stesso principio: a seconda cioè della loro utilità o inutilità alla razionalità sociale. Gli articoli di Piero Sansonetti e Damiano Aliprandi sul mondo delle carceri ci raccontano che questa discriminazione avviene quotidianamente: mentre ci lambicchiamo sulla quantità di runner presenti nelle strade le carceri diventano veri e propri moltiplicatori dell’epidemia, nella più totale indifferenza del ministro Bonafede. Insieme ai carcerati, altre persone “inutili” vengono lasciate indietro: dai senzatetto, ai malati psichici, agli ospiti delle case di riposo. Un po’ come quando il Titanic colava a picco e solo ai più ricchi veniva consentito l’accesso alle scialuppe.
Ecco dunque il compito di chi crede ancora nell’importanza della democrazia: impedire che questo accada.

Giulio Laroni

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